bdsm
Doppia vita 3
02.02.2026 |
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Sergio, travolto da una bramosia che vinceva persino il terrore, trascinò Francesca sul divano liso..."
Il processo di decostruzione della psiche di Elena non fu un atto di forza, ma una meticolosa opera di chirurgia mentale. Nei mesi successivi al nostro ritorno dalla Svizzera, la trasformai in una tabula rasa attraverso la privazione sensoriale e il condizionamento pavloviano. Ogni suo pensiero doveva transitare attraverso il filtro del mio permesso; ogni suo orgasmo era un premio erogato elettronicamente, ogni suo respiro una concessione. Avevo sostituito la sua bussola morale con un unico, monolitico Nord: il mio piacere.Per sigillare questa transizione da essere umano a strumento, decisi di intervenire sulla sua stessa anatomia del linguaggio. Le feci sottoporre alla pratica dello spit tongue: la sua lingua venne chirurgicamente divisa in due, una biforcazione netta che le permetteva di avvolgere il mio cazzo con una destrezza che nessuna donna comune avrebbe mai potuto eguagliare. Era diventata un’opera d’arte barocca e funzionale.
Una sera, mentre Elena era completamente nuda ai miei piedi, intenta a usare la sua lingua biforcuta per togliere quel rivolo di sborra che le era caduto dalla bocca sulle mie scarpe di vernice, il citofono gracchiò.
Non aspettavo nessuno. Aprii la porta e mi trovai davanti un fantasma che puzzava di detersivo economico e sigarette fumate fino al filtro. Era Francesca. Nonostante i suoi quarantacinque anni, ne dimostrava sessanta: i capelli erano un groviglio opaco, la pelle grigia e cadente, e indossava una vestaglia sintetica che avrebbe dovuto essere nel bidone della spazzatura da un decennio.
Entrò in casa come una sonnambula, ignorando il lusso dell'attico. I suoi occhi, iniettati di sangue e cerchiati da occhiaie profonde, caddero immediatamente su Elena. La figlia non alzò lo sguardo; continuò il suo compito, la lingua che scivolava sulla pelle nera della scarpa con un ritmo ipnotico.
"Io... io non dormo da quando siete andati via," iniziò Francesca, la voce che grattava come carta vetrata. "Ho quella scena piantata nel cervello. Sergio... Elena... l'odore che c'era in quella stanza, lo sperma che le cola sulla gamba."
Si sedette sul bordo di una poltrona in pelle, le mani che tremavano in modo convulso.
"Non ti ho detto di sederti. Alzati"
Mi guardò dritta negli occhi ma non riuscì a sostenere il mio sguardo, quindi abbassò la testa e si alzò.
"All'inizio ero inorridita. Ma poi... qualcosa si è rotto. Mi sono chiusa in bagno per giorni. Mi sono masturbata fino a farmi sanguinare, pensando a come lei non fosse più lei. A come fosse diventata... un oggetto. Un bellissimo, perfetto oggetto senza pensieri."
Alzò lo sguardo verso di me, e vidi una scintilla di follia pura, la stessa che avevo coltivato in Elena, ma nata spontaneamente dal marciume della sua mediocrità. Si inginocchiò ai miei piedi e poi continuò.
"Voglio che lo faccia anche a me," sussurrò, con una bava sottile all'angolo della bocca. "Non voglio più essere Francesca. Non voglio più pagare bollette, sopportare Sergio, o specchiarmi e vedere questa vecchia sciatta. Mi trasformi come lei. Mi renda una bambola di carne. Mi svuoti, la prego. Voglio solo servire."
Guardai quella rovina umana ai miei piedi e poi la perfezione sintetica di Elena. Il contrasto era delizioso.
"Elena," dissi a bassa voce.
La ragazza alzò il viso, le due punte della lingua che saettavano tra le labbra gonfie.
"Tua madre vuole unirsi alla collezione. Portala di là. Spogliala. Vediamo se sotto questo sporco c'è ancora qualcosa di recuperabile per il mio laboratorio."
Mentre Elena prendeva Francesca per mano, trascinandola verso le stanze del condizionamento, sorrisi. La famiglia si stava finalmente riunendo sotto l'unico ordine che contava: il mio.
La "ristrutturazione" di Francesca non fu un restauro, ma una demolizione controllata seguita da una ricostruzione barocca e spietata. Se per Elena avevo cercato un’eleganza algida, per la madre scelsi la strada dell’eccesso, della volgarità ostentata che annulla ogni dignità residua.
In clinica, i chirurghi ricevettero istruzioni per creare un contrasto violento. La pelle flaccida del ventre venne tirata fino a diventare una pergamena tesa; i lineamenti stanchi furono stravolti da iniezioni massicce che le conferirono un’espressione di perenne, ebete sorpresa. Ma il capolavoro furono i seni: due sfere di silicone massicce, eccessive, quasi grottesche nella loro rotondità innaturale, che sembravano sul punto di esplodere sotto la pelle lucida. Francesca non era più una donna di mezza età; era un feticcio di carne, un monumento all'artificio che urlava la sua funzione di puro contenitore.
Il ritorno a casa segnò l'inizio del condizionamento psicologico. La stanza era satura di incenso e del ronzio costante delle macchine. Francesca era nuda, tremante nel suo nuovo corpo che non riconosceva, mentre Elena, la sua nuova "mentore", si muoveva intorno a lei con la grazia di un predatore meccanico.
Elena non usava parole ma i suoi gesti erano più eloquenti di mille discorsi. Prese il viso della madre tra le mani, obbligandola a fissare il mio membro, che svettava al centro della stanza come l’unico altare possibile.
Con gesti precisi, Elena iniziò a guidare la testa di Francesca. Ogni volta che la madre esitava o mostrava un riflesso di vecchia timidezza, Elena le pizzicava i capezzoli gonfi con una forza tale da strapparle un gemito. Le insegnò a usare le labbra, a non temere il soffocamento, a cercare con disperazione ogni singola goccia del mio umore come se fosse l'unico nutrimento vitale.
Elena insegnò a sua madre a fare il suo primo pompino con ingoio, era un po’ goffa, non sapeva ancora usare bene le sue nuove labbra gonfie, però quando fui al limite Elena, che ormai conosceva a perfezione le mie espressioni, le tenne la testa ferma fino a che non finii di scaricarmi nella sua gola.
"Guarda, Francesca," dissi io, osservando la scena dal mio trono di pelle. "Guarda tua figlia. Lei è il tuo futuro. Non esiste più il passato, non esiste Sergio, non esiste la fatica. Esiste solo la densità di questo momento."
Elena spinse di nuovo con decisione la testa di Francesca verso di me. Le due punte della lingua di Elena saettarono sulle orecchie della madre, un sussurro biforcuto che sembrava trasmettere impulsi elettrici direttamente nel suo cervello svuotato. Francesca iniziò a piangere, ma non erano lacrime di dolore; era il collasso finale di una volontà che non aveva più motivo di esistere.
Iniziò ad adorarmi con una ferocia animalesca, le sue nuove protesi che premevano contro le mie cosce, mentre Elena la frustava leggermente con il guinzaglio per dettare il ritmo. In quel momento, Francesca comprese la sua nuova religione: la sua povera vita era stata solo un lungo, grigio preludio a quel servizio assoluto.
Il ritorno alla casa di periferia ebbe il sapore di un’esecuzione sommaria della dignità umana. Sergio ci aspettava, distrutto da settimane di solitudine e birre calde, ma quando la porta si aprì, lo shock lo lasciò letteralmente senza fiato.
Davanti a lui non c’erano più moglie e figlia, ma due prototipi di piacere puro. Francesca era irriconoscibile: la sua nuova pelle lucida e tirata, le labbra rese enormi e volgari, e quei seni mostruosi che sfidavano la fisica, strizzati in un corpetto di vinile nero. Elena, al suo fianco, la teneva al guinzaglio come una cucciola addestrata.
"È tua per l'ultima volta, Sergio," dissi con un tono di fredda condiscendenza. "Assapora l'addio."
Sergio, travolto da una bramosia che vinceva persino il terrore, trascinò Francesca sul divano liso. Lei si lasciò scopare con una passività meccanica, lo sguardo fisso su di me mentre il marito si dimenava sopra di lei, cercando disperatamente un residuo della donna che aveva sposato. Lui si muoveva su di lei con fare animalesco, cercava il suo viso per baciarla ma i suoi enormi seni erano di impedimento, e poi lei aveva lo sguardo fisso nei miei occhi, gli occhi del suo padrone, e un ghigno non di godimento ma di soddisfazione nei miei confronti, si stava comportando bene ad un ordine che le avevo dato. Ma quando lui ebbe finito e le sborrò dentro, il gioco cambiò.
Appena Sergio si scostò, Francesca si alzò con una vitalità che non aveva mai avuto. Si avvicinò a me, ignorandolo completamente, e iniziò a spogliarmi con una foga quasi violenta. Mi trascinò nella camera matrimoniale e si offrì a me con una sfrontatezza volgare, emettendo grida rauche che riempivano la stanza, godendo apertamente sotto le mie spinte mentre le sue nuove protesi sobbalzavano selvaggiamente.
"Guarda, Sergio!" urlò Francesca, la voce trasformata dal condizionamento, mentre i suoi occhi brillavano di un piacere estatico e folle. "Guarda cosa significa appartenere a un vero Padrone! Non ti ho sentito nemmeno, la tua sborra è servita solo da lubrificante per il mio padrone. Sparisci dalla mia vita, verme inutile!"
Sergio restò lì, nudo e patetico, mentre io estraevo un mazzo di banconote dal cappotto e gliele lanciavo in faccia come se fosse un dipendente licenziato per giusta causa. "Il tuo contratto è terminato, Sergio. Prendi questi e comprati una vita altrove. Sei stato sostituito dall'eccellenza."
Una volta tornati nel mio attico, il silenzio tornò a regnare, rotto solo dal respiro corto delle due donne. Erano entrambe in ginocchio davanti a me, Elena con la sua lingua biforcuta che saettava su e giù per il mio cazzo e Francesca che accarezzava i suoi nuovi, enormi seni, ancora eccitata dall'umiliazione del marito.
Mi sfilai la cintura e le guardai dall'alto in basso, con il distacco di chi osserva due elettrodomestici appena acquistati.
"Non fatevi strane idee," dissi con voce piatta e tagliente. "Non siete speciali. Non siete una famiglia. Per me, siete solo due involucri di carne, due giocattoli coordinati che ho progettato con l'unico scopo di svuotarmi le palle quando ne ho voglia. La vostra mente è mia, ma il vostro corpo è solo uno scarico per il mio seme. Siete il mio sborratoio personale"
Elena chinò il capo, strofinando il naso contro il mio ginocchio, mentre Francesca, con un sorriso ebete e grato stampato sulle labbra rifatte, iniziò a spogliarmi, pronta a ricevere il suo unico, vero scopo esistenziale, mentre io facevo schioccare in aria la mia cintura.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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