bdsm
Doppia vita 2
01.02.2026 |
997 |
1
"Vidi il corpo di Elena irrigidirsi impercettibilmente, i seni che si alzavano mentre il respiro diventava corto..."
Il telefono di Elena vibrò sul tavolo accanto al piatto di pasta. Sullo schermo apparve il mio nome, ma lei sapeva che era il Padrone a parlare."Vai in camera tua. Lascia la porta socchiusa. Masturbati, ma non osare venire. Poi infilati l'ovulo e aspetta il mio segnale. Inviami un vocale ora: voglio sentirti dire che hai capito, chiamandomi come si deve. Anche se sono lì."
Vidi il pallore invadere il suo volto attraverso la camera del telefono che controllavo a distanza. La vidi avvicinare il telefono al viso e dire a bassa voce “Si mio padrone, ho capito” Si alzò con una scusa banale. "Mi sento poco bene, vado un attimo di là."
Nella stanza, il silenzio era rotto solo dal fruscio della seta. Lei si avvicinò al telefono, il respiro corto, lo sguardo fisso sulla porta lasciata intenzionalmente socchiusa. Mi inviò un altro vocale "Ho capito... Padrone. Farò tutto quello che mi ha ordinato," sussurrò nel microfono, una preghiera oscena nel bel mezzo della normalità domestica.
Sergio, insospettito, si era alzato con la scusa di prendere un'altra birra. Lo vidi nel riflesso di un’ombra proveniente dalla porta: si era fermato davanti alla porta di Elena. Rimase lì, immobile, a guardare attraverso lo spiraglio mentre lei eseguiva il mio ordine. Il respiro del patrigno si fece pesante, la mano gli corse ai pantaloni, eccitato da quella visione proibita che non riusciva a comprendere. Si masturbò in corridoio, venne così potentemente che un getto di sborra cadde a pochi centimetri da letto di Elena.
Quando Elena tornò a tavola, aveva le guance rosse e gli occhi lucidi. Si sedette di fronte a Sergio, che la fissava con una bramosia animalesca, mentre la madre continuava a parlare di bollette e vicini, ignara del dramma che si consumava a pochi centimetri da lei.
Presi il mio smartphone. Un tocco sullo schermo. Livello 1. Sotto il tavolo, sentii quasi il ronzio dell'ovulo che prendeva vita dentro di lei. Elena sussultò appena, stringendo le posate.
Livello 5. La vibrazione ora era un terremoto interno. Elena chiuse gli occhi per un istante, le nocche bianche. La madre la guardò: "Tutto bene, cara? Sei sudata." "Sì, mamma... solo un po' di caldo," rispose lei, la voce che tremava come una corda di violino pronta a spezzarsi.
Le inviai un altro messaggio: "Manda una foto da sotto il tavolo. Voglio vedere quanto sei bagnata per me. Ora."
Con una mano tremante, Elena fece scivolare il telefono sotto la gonna. Il flash fu coperto dal rumore di Sergio che stappava la bottiglia. Mi arrivò l'immagine: le sue gambe aperte, la stoffa impregnata, e sul pavimento, proprio sotto la sedia, una piccola pozza scura che iniziava a formarsi.
Portai il vibratore al massimo della potenza. Elena emise un gemito strozzato, trasformandolo in un colpo di tosse improvviso. Si portò il tovagliolo alla bocca, mentre il piacere la stava letteralmente svuotando davanti ai suoi carnefici familiari.
Sergio fissava il pavimento. Aveva visto il luccichio del liquido sotto la sedia. I suoi occhi saettavano tra il viso stravolto di Elena e quella macchia rivelatrice. La madre, dal canto suo, sentiva che c'era un'elettricità strana, un odore di sesso e tensione che non avrebbe dovuto esserci in quella cucina.
"Elena, ma cosa stai combinando con quel telefono?" chiese Sergio, la voce roca di chi sa ma non può dire.
Lei lo guardò, sostenendo il suo sguardo con una sfida che solo una schiava che appartiene a un uomo molto più potente può permettersi. "Nulla, Sergio. Sto solo seguendo le istruzioni per il mio nuovo lavoro."
Spensi il dispositivo all'improvviso. Il silenzio che ne seguì fu assordante. Elena rimase lì, bagnata e trionfante nel suo segreto, mentre il patrigno continuava a fissare quella pozza sul pavimento, incapace di distogliere lo sguardo dal marchio invisibile che io avevo lasciato su di lei.
Il contrasto tra la sordida pulizia del potere e la mediocrità di quella casa di periferia era il palcoscenico perfetto per l’ultima esibizione. Elena era lì, seduta tra una madre sottomessa al destino e un patrigno, Sergio, un uomo dall'odore di tabacco economico e dalle mani troppo pesanti. Ma quella era stata l'ultima volta che l'avevano vista "umana".
Dopo quella sera, la portai nella clinica privata in Svizzera. I chirurghi lavorarono su di lei come scultori su un blocco di marmo. Labbra gonfiate fino a diventare un invito perenne, zigomi alti, un seno rotondo e innaturale che sfidava la gravità, la pelle levigata al laser fino a sembrare porcellana. Quando uscì dalle bende, Elena non esisteva più: era un simulacro, una bambola vivente senza più un’espressione che non fosse quella del piacere o dell'obbedienza.
Prima di uscire dalla clinica la feci spogliare davanti al mio amico primario e le dissi “Vediamo se con quelle labbra sei ancora capace di fare il tuo dovere” Si inginocchiò davanti a me e come se niente fosse prese a succhiami il cazzo come un’ossessa. Le labbra morbide e gonfie stringevano delicatamente il mio cazzo che si era oscenamente sporcato di rossetto rosso. Le venni in bocca e senza che se lo facesse dire ingoiò tutto.
Tre mesi dopo, bussai alla porta dei suoi. Indossavo un cappotto di cashmere scuro; Elena era al mio fianco, stretta in un tubino di lattice rosso fuoco che sembrava dipinto sul corpo, il collare d'acciaio che brillava sotto le luci gialle del pianerottolo e il guinzaglio nella mia mano.
Quando la madre aprì, restò senza fiato. Non riconobbe sua figlia, riconobbe un’astrazione. Sergio apparve alle sue spalle, la canottiera sporca e gli occhi che si sgranarono come quelli di un animale affamato.
"Siamo passati per un saluto," dissi con un sorriso predatore, entrando senza essere invitato.
Ci sedemmo nel salotto angusto. Sergio non riusciva a smettere di fissare le labbra di Elena, che restavano socchiuse, lucide di gloss, immobili. La madre farfugliava qualcosa sul caffè, ma le tremavano le mani.
"Elena è cambiata, vero Sergio?" chiesi, incrociando le gambe. "È diventata... efficiente."
Allungai una mano e accesi il comando remoto che portavo sempre con me. Vidi il corpo di Elena irrigidirsi impercettibilmente, i seni che si alzavano mentre il respiro diventava corto. Sergio deglutì, lo sguardo fisso sulla scollatura che pulsava. L'eccitazione dell'uomo era quasi tangibile, un odore dolciastro che riempiva la stanza.
"Ti piace, Sergio? Sembra quasi finta, vero?" continuai, la voce bassa e tagliente. "Elena, dai piacere a quest'uomo. Mostragli quanto sei diventata brava."
La madre lanciò un grido soffocato, coprendosi la bocca con le mani. Sergio esitò un secondo, guardandomi con un misto di terrore e bramosia. "Ma... qui? Davanti a sua madre?"
"Io non vedo una figlia e una madre, Sergio. Vedo solo la mia proprietà e un uomo che ne ha un disperato bisogno. Procedi, Elena."
Senza emettere un suono, Elena si alzò. Con gesti meccanici e perfetti si spogliò completamente e si portò davanti a Sergio. Gli sbottonò i pantaloni mentre lui restava inchiodato alla sedia, incapace di resistere. La madre si rannicchiò sul divano di fianco a me, fissando il vuoto, mentre io iniziavo a parlarle dei profitti trimestrali dell'azienda come se fossimo in una sala riunioni.
"Sa, signora, l'automazione è il futuro," dicevo, mentre Sergio emetteva gemiti rauchi e la sedia scricchiolava sotto il peso della loro unione improvvisata e brutale. "Meno margini di errore, più fedeltà al marchio."
La madre di Elena, Francesca aveva lo sguardo fisso a quel giovane corpo scultoreo, che un tempo era sua figlia, che si stava unendo carnalmente a suo marito. Nel frattempo, vidi una piccola macchia scura affiorare dal mezzo delle sue gambe attraverso i fuseaux.
Elena si muoveva sopra di lui come una macchina ben oliata, lo sguardo vuoto rivolto al soffitto, le unghie laccate che affondavano nelle spalle del patrigno. La lingua che scavava nella bocca del patrigno. Sergio era perso, travolto da una perfezione che non meritava, mentre la madre scuoteva la testa, incredula, cercando di non guardare la carne che sbatteva a pochi centimetri dal suo viso.
"È bellissima, non trova?" chiesi alla donna, versandole un po' d'acqua con calma olimpica.
Sergio ebbe un sussulto finale, urlando il nome di Elena, ma lei non rispose. Si limitò ad alzarsi, rimettendosi il vestito di lattice con un gesto fluido, senza una goccia di sudore, senza un'emozione e con un rivolo di sborra bianca che colava sulla coscia. Tornò al mio fianco, in attesa.
"Andiamo, Elena. Abbiamo altri appuntamenti," dissi alzandomi e rimettendole il guinzaglio e, rivolgendomi a Francesca “A presto”
Uscimmo lasciandoli tra le macerie della loro moralità. Salendo in auto, le accarezzai la guancia fredda. Il gioco era appena iniziato.
padrone schiava collare guinzaglio controllo remoto masturbazione pubblica clinica estetica servizio orale casa di famiglia trasformazione estetica
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Doppia vita 2:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
