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incesto

L'innocenza della perversione 3 - Finale


di jonny76
08.02.2026    |    1.401    |    0 8.7
"» Mi sentii mancare, ma lei continuò più forte: «Scopami per l'ultima volta come la bestia dei diari! Voglio portarmi il tuo sapore oltre l'oceano!»..."
La villa non era più un mausoleo di gigli appassiti; era diventata un altare di carne e cenere. Il patto di sangue e seme siglato tra le lenzuola che un tempo appartenevano a sua madre aveva polverizzato ogni rimasuglio di morale. Elena non camminava più per casa: la possedeva.
Le nostre uscite divennero una sfida al mondo. Mi costringeva a portarla nei ristoranti più lussuosi della provincia, indossando abiti che erano poco più che strisce di seta nera, senza nulla sotto. Mi trattava come il suo uomo, accarezzandomi la mano sopra il tavolo e baciandomi con una lingua che sapeva di vino e lussuria davanti agli sguardi inorriditi dei vecchi amici di famiglia. Godeva del sussurro scandalizzato della gente. «Guardali,» mi sussurrava all'orecchio mentre pagavo il conto, premendo il seno contro il mio braccio, «stanno immaginando cosa ti farò appena chiuderai la portiera dell'auto.»
La profezia si avverava sempre: il ritorno a casa era un assalto selvaggio. Iniziava con la sua bocca durante il tragitto in macchina e culminava in camera da letto, in quel letto che era stato di sua madre. Mi cavalcava con una foga animalesca, le unghie laccate di rosso che mi scavavano i solchi nella schiena mentre la pioggia batteva furiosa sui vetri appannati.
Poi arrivò Zahra. Elena l'aveva conosciuta in palestra: una ragazza di origine etiope dalla pelle color ebano fuso e muscoli lunghi, flessuosi, scolpiti nel basalto. Aveva occhi verdi e profondi e una nuvola vaporosa di ricci neri. Quando Zahra entrò per la prima volta in casa, il contrasto con la carnagione lattea di Elena era quasi doloroso. Elena la portava in camera sua quasi ogni pomeriggio. Si chiudevano dentro, ma la musica era sempre troppo bassa per coprire i suoni: il ritmo cadenzato dei loro corpi, i sospiri profondi di Zahra che si mescolavano alle risatine trionfanti di Elena. Quando ero in casa nel fine settimana restavo in corridoio, la fronte appoggiata al muro freddo e il sesso che premeva contro i pantaloni, torturato da quel contrasto cromatico tra il bianco e il nero. Ero ridotto a svuotarmi in bagno come un ragazzino che scopre per la prima volta i propri impulsi.
Le videochiamate con Zahra divennero il gioco preferito di Elena: un esercizio di equilibrismo tra il proibito e il grottesco. Accadeva nel pomeriggio, nello studio in penombra. Elena piazzava il laptop sulla scrivania e avviava la chiamata. «Ciao Zahra! Scusa, sto aiutando mio padre con dei documenti,» diceva con una voce così limpida da farmi venire i brividi. Io sedevo davanti allo schermo mentre lei, fingendo di consultare faldoni, scivolava sotto la scrivania scomparendo dall'inquadratura. Sentivo le sue mani aprire la mia zip con precisione chirurgica.
«Sì, la prof di matematica è una vera stronza...» continuava lei, mentre la sua lingua iniziava a scorrere sulla mia carne nuda. Dovevo restare immobile, a pochi centimetri dalla telecamera, rispondendo ai saluti di Zahra con sorrisi forzati. Il sudore mi imperlava la fronte; il contrasto tra la conversazione banale dell'amica e l'aspirazione famelica di Elena mi faceva impazzire. Ogni volta che stavo per cedere, Elena mi dava un piccolo morso: un monito silenzioso. Non farti scoprire, papà, o il gioco finisce.
Dopo settimane, Elena decise di alzare il sipario. Eravamo in camera sua. Zahra era sullo schermo, distesa sul letto nella sua stanza in top sportivo. Stavolta Elena non si nascose sotto il tavolo; era in ginocchio tra le mie gambe, appena fuori dall'inquadratura. «Zahra, sai che mio padre è molto più bravo a fare altre cose piuttosto che a sistemare scartoffie?» disse con un tono che gelò l'aria. Zahra sgranò gli occhi: «Elena, che stai dicendo?». Senza rispondere, Elena si scostò e mi prese con la mano, mostrandomi chiaramente nell'obiettivo. Iniziò a masturbarmi con violenza, fissando l'amica negli occhi. «Guarda come pulsa, Zahra. Guarda come lo tengo stretto.»
Ero pietrificato. Zahra, invece di chiudere, si portò una mano alla bocca, gli occhi sbarrati dal piacere proibito di quella visione. Elena accelerò finché non sentii l'esplosione. «Adesso guarda bene,» sibilò. Proprio mentre sborravo, lei tese il collo e accolse il getto bianco direttamente in bocca, lasciando che le colasse sul mento e sul seno, per poi leccarsi le labbra con lentezza studiata davanti all'obiettivo.
«È un animale, Zahra,» disse poi Elena, la voce roca e il mio seme ancora lucido sulla pelle. «Quando lo provi, capisci che tutto il resto è noia. Ha una rabbia repressa che esplode ogni volta. Mi sbatte ovunque finché non tremo tutta. Se farai la brava, magari te lo farò provare.»
In quel momento capii di essere diventato il suo giocattolo. Una merce di scambio erotica. Qualche settimana dopo, Elena uscì presto lasciandomi solo. Il campanello suonò poco dopo: era Zahra. «Elena mi ha detto che avevi bisogno di compagnia,» disse entrando senza invito. Mi trascinò sul tavolo della cucina, lo stesso dove fino a qualche anno fa facevo colazione con mia moglie. Mi prese con una fame ferina. Mi infilò la lingua in bocca, mi spogliò e andò giù, in ginocchio, con una devozione carnale assoluta. La scopai per ore, cercando in quel corpo d’ebano una tregua che non arrivava mai.
I mesi successivi furono un delirio. Zahra arrivava nel tardo pomeriggio mentre finivo di lavorare. Entrava, si sedeva sulla scrivania e mi guardava in silenzio. Poi apriva le gambe rivelando la sua nudità, si faceva leccare e si impalava su di me gemendo ad alta voce, incurante di Elena nell'altra stanza. Spesso, al suo ritorno, Elena si sedeva a guardarci, accendendo una sigaretta e commentando la mia performance con la freddezza di un giudice, finché non decideva di unirsi a noi in un groviglio di tre corpi.
La resa dei conti arrivò la sera del diploma. Dopo che l'ultimo ragazzo se n'era andato dalla villa devastata, Elena e Zahra apparvero in salotto tra i resti della festa. Elena teneva i diari di sua madre. Iniziò a leggere i passaggi dove mia moglie confessava di considerarmi "prevedibile" e "puro" mentre si faceva possedere da sconosciuti. Mentre leggeva, le due si spogliarono, intrecciandosi in una danza lesbica che era un insulto alla memoria della defunta. «Spogliati, papà» ordinò Elena, «vieni a godere per noi.»
Mi spogliai, guidato da una forza oscura. Elena spinse Zahra verso di me. L'etiope mi cavalcò con ferocia, le unghie che mi scavavano le spalle, mentre Elena gettava i diari nel camino. La carta divampò, illuminando la stanza di un arancione violento. Poi fu il turno di Elena. Prese il posto dell'amica, impalandosi con un gemito che sembrava un pianto.
«Me ne vado a New York, partirò presto» ansimò, seguendo il ritmo dei miei fianchi. «Andrò a vivere dal mio vero padre. Zahra è stata il mio regalo per te, per risvegliarti dal torpore.» Mi sentii mancare, ma lei continuò più forte: «Scopami per l'ultima volta come la bestia dei diari! Voglio portarmi il tuo sapore oltre l'oceano!». Urlava il mio nome, "Davide", non più "papà", chiudendo il cerchio iniziato anni prima.
Poi, con il fiato pesante sul mio orecchio, lanciò l'ultimo proiettile: «Zahra è incinta. Due mesi. Due gemelli. Sono tuoi. L'abbiamo pianificato fin dall'inizio. Se una sarà femmina, chiamala Elena, così ti ricorderai sempre di me.»
Sussurrò queste parole un istante prima che io esplodessi dentro di lei, inondandola di tutto il mio dolore e della mia nuova, dannata vita. Rimasi solo, svuotato, mentre lei spariva verso la sua stanza, lasciandomi tra le braccia di Zahra e nel fumo di un passato incenerito.
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