tradimenti
La famiglia perfetta 5
02.03.2026 |
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"Il bambino la fissò con quegli occhi grigi, profondi e insondabili, lo stesso sguardo che Davide le aveva rivolto prima di chiudere la portiera..."
Il test di gravidanza era rimasto sul bordo del lavabo, un piccolo verdetto di plastica che sembrava pesare tonnellate. Lucia lo fissava, sentendo il battito del cuore premere contro le orecchie. Non c’erano dubbi. Il calcolo dei giorni, la frequenza brutale dei loro incontri, quella sensazione di essere stata "riempita" fino all’orlo ogni singolo pomeriggio mentre Pietro era a lavoro.Quando Davide entrò dalla porta sul retro, Lucia non disse una parola. Gli porse lo stick. Lui lo prese, lo osservò sotto la luce cruda della cucina e poi lo appoggiò sul tavolo di marmo.
«Immaginavo che sarebbe successo» disse lui, con una calma che le fece mancare il fiato.
«Davide, io... con Pietro è successo solo quella volta dopo che è tornato da Bologna. Era il periodo sbagliato. Questo è tuo. Lo sento.»
Davide le si avvicinò, le prese il viso tra le mani e la costrinse a guardarlo. «Certo che è mio. Ti ho scavata per mesi, Lucia. Ti ho presa in ogni angolo di questa casa finché non sei diventata un’estensione del mio corpo. Pietro è solo un ospite nella tua vita, ora lo sarà anche nella sua.»
«Cosa facciamo?» chiese lei, tremando.
«Niente. Pietro deve credere che sia suo. Lo crescerà, lo amerà, gli darà il suo cognome. Io sarò qui, a guardare mio figlio che cresce chiamando "papà" l'uomo sbagliato. Sarà il nostro segreto più sporco, Lucia. E proprio per questo, ora dobbiamo smettere.»
Ma "smettere" era una parola che la carne non capiva. Durante i primi mesi di gravidanza, la tensione tra loro divenne una malattia. Pietro era radioso, premuroso fino alla nausea. Accarezzava la pancia di Lucia ogni sera, sussurrando parole d'amore a quella creatura che credeva sua.
«Senti come cresce, Lucia? È incredibile,» le diceva Pietro una notte, baciandole il ventre.
Lucia chiudeva gli occhi e stringeva le lenzuola. Sotto il tocco gentile di Pietro, lei cercava il ricordo delle dita dure di Davide. Sentiva il seme di Davide che si era fatto vita dentro di lei e la discrepanza tra la tenerezza del marito e la realtà di ciò che era accaduto la faceva quasi impazzire.
Nonostante l'ordine di Davide di stare lontani, Lucia non resisteva. Bastava che Pietro uscisse per un'ora perché lei attraversasse la siepe, quasi correndo.
Una mattina di pioggia, lo trovò in garage. Davide stava sistemando degli attrezzi. Lucia entrò e chiuse la porta basculante dietro di sé. Il buio sapeva di olio motore e polvere.
«Ti avevo detto di non venire,» disse lui senza girarsi.
«Non ci riesco. Mi sento mancare l'aria in quella casa.» Lucia gli si gettò addosso, premendo il ventre gonfio contro la sua schiena.
Davide si voltò con una ferocia improvvisa. La spinse contro lo scaffale metallico, facendo tintinnare le chiavi inglesi. Le sollevò la maglia premaman, scoprendo la pelle tesa. «Guarda cosa ti ho fatto,» sussurrò, facendole scivolare le mani lungo i fianchi. «Sei enorme, Lucia. Sei la prova vivente di quanto ti ho posseduta.»
«Prendimi, Davide. Anche se non si può. Solo un'ultima volta.»
Lui la girò di spalle, facendola appoggiare al banco da lavoro. Fu un incontro disperato, muto, interrotto solo dal rumore della pioggia sul tetto di lamiera. Non c'era dolcezza per la donna incinta; c'era solo il bisogno di Davide di ribadire il possesso su quel corpo che stava portando i suoi frutti. «Ogni volta che lui ti tocca, tu devi ricordare questo dolore,» le ansimava all'orecchio mentre la spingeva contro il metallo freddo. «Lui accarezza una madre, io sto scopando la mia amante.»
Quando nacque il piccolo Matteo, la somiglianza fu uno schiaffo. Non erano i tratti somatici immediati, era l'espressione. Quegli occhi grigi, profondi e seri, che sembravano giudicare il mondo già dalla culla.
Pietro era al settimo cielo. «Papà, guarda che meraviglia. Ha preso tutto da te, dicono che i maschi saltano una generazione,» diceva Pietro ridendo, mentre cullava il bambino davanti a Davide.
Davide osservava la scena con una compostezza glaciale. Prendeva in braccio il neonato e lo fissava con una strana intensità. Lucia, in piedi accanto a loro, sentiva il sudore freddo colarle lungo la schiena. Era una tortura psicologica raffinata: vedere l'uomo che amava tenere in braccio suo figlio mentre il marito legittimo ringraziava il cielo per quella "benedizione".
Una sera, mentre Pietro era sotto la doccia, Davide entrò in casa con la scusa di riportare un giocattolo di Elena. Trovò Lucia in cucina che allattava. Il silenzio tra loro era carico di tutto quello che non potevano più dirsi con i corpi.
«Se ne accorgerà, Davide. Prima o poi qualcuno vedrà che non c'è nulla di Pietro in lui.»
«No,» rispose Davide, avvicinandosi e sfiorando la testa del neonato. «La gente vede quello che vuole vedere. Pietro vede la sua felicità. Io vedo la mia vittoria. Ma ora la situazione è diventata insostenibile. Vederti ogni giorno, sapere che la notte dormi con lui... mi sta consumando.»
Passarono sei mesi. Matteo cresceva forte, e ogni giorno che passava diventava più evidente che quel bambino aveva la stessa tempra del nonno. La tensione tra Davide e Lucia era arrivata al punto di rottura; ogni sguardo rubato nel vialetto era una scossa elettrica che rischiava di far crollare il castello di bugie.
Una sera, Davide si presentò a cena da loro. Era insolitamente silenzioso.
«Pietro, Lucia,» esordì mentre versava il vino. «Ho deciso di godermi la pensione e di trasferirmi in Portogallo per un po'. Ho comprato una casa vicino all'oceano. Ho bisogno di cambiare aria, questa villetta è diventata troppo piccola per i miei ricordi; ho predisposto un atto di donazione a tuo favore Pietro, te lo devo, sei mio figlio. Porterò via le mie cose in questi giorni.»
Pietro rimase a bocca aperta. «Ma papà... e Matteo? E i bambini? Non puoi andartene proprio ora.»
«Assumerete una babysitter e poi, verrete a trovarmi. Ma ho bisogno di solitudine.» Davide guardò Lucia. Era un addio camuffato da necessità. Era il suo modo di proteggere l'inganno, di allontanarsi prima che il desiderio li portasse alla rovina totale.
Dopo cena, Pietro andò a rispondere a una telefonata in giardino. Lucia seguì Davide nell'ingresso. Lo afferrò per la manica della camicia.
«Mi lasci qui? Con lui? Con tuo figlio?»
Davide la strinse a sé per l'ultima volta, un abbraccio rapido e doloroso. «Ti lascio il compito più difficile, Lucia. Devi amarlo per entrambi. Ogni volta che lo guarderai negli occhi, vedrai me. Sarò dentro di te e davanti a te per il resto della tua vita. Non hai bisogno che io sia nella casa accanto per sentirmi.»
Le diede un bacio brutale, che sapeva di possesso e di rinuncia, poi si staccò bruscamente.
«Addio, Lucia. Fai il tuo dovere.»
Due giorni prima che il camion dei traslochi portasse via i mobili della villetta accanto Pietro era fuori con i bambini per comprare le tutine nuove a Matteo. Lucia vide la macchina di suo marito allontanarsi e, senza nemmeno mettersi le scarpe, attraversò il giardino. L’erba umida le solleticava i piedi nudi, ma lei non sentiva nulla se non il vuoto che le si stava aprendo nel petto.
Entrò in casa di Davide. Non c’era più l’odore di casa vissuta; le scatole di cartone erano impilate nel corridoio, creando un labirinto di addii. Lo trovò in camera da letto, intento a svuotare l'armadio.
«Non puoi scappare così,» esordì lei, la voce che tremava per la rabbia e il desiderio.
Davide si voltò lentamente. Indossava una camicia nera con le maniche rimboccate, i capelli grigi spettinati. Sembrava un uomo che stava smaltendo una sbronza di anni. «Non sto scappando, Lucia. Sto mettendo in sicurezza il mio perimetro e la tua famiglia. Se resto, uno di questi pomeriggi Pietro rientrerà prima e io non avrò la forza e la voglia di staccarmi da te. E finirà tutto nel peggiore dei modi.»
Lucia gli fu addosso in un istante. Gli afferrò i polsi, cercando di trascinarlo verso il letto ormai spoglio, coperto solo da un telo leggero. «Allora finiamola davvero. Se deve essere l'ultima volta, voglio che mi resti addosso per sempre. Voglio che quando sarai in Portogallo, tu possa ancora sentire il mio sapore sulle dita.»
Davide la guardò con una ferocia che la fece sussultare. Non disse una parola. La afferrò per i fianchi e la sollevò, schiacciandola contro la parete fredda della camera, tra due finestre prive di tende. Con un gesto secco le sollevò il vestito leggero, strappando il pizzo delle mutandine che finirono sul pavimento nudo.
«Guarda fuori,» le ordinò lui, la voce ridotta a un ruggito roco. «Guarda la tua casa. Guarda il giardino dove tuo marito sta per tornare con mio figlio.»
Lucia obbedì, premendo il viso contro il vetro freddo, mentre Davide la possedeva da dietro con una violenza che non aveva nulla di celebrativo. Era un addio brutale, una punizione per entrambi. Ogni spinta di Davide era un promemoria di ciò che stavano perdendo.
«Lo senti?» ansimava lui, afferrandole i capelli per costringerla a guardare verso la villetta di Pietro. «Senti come ti entro dentro? Voglio che questa sensazione ti bruci ogni volta che camminerai in quel giardino. Voglio che ogni centimetro di quella terra ti ricordi che sei stata mia, che sei mia adesso e che lo sarai anche quando sarò a mille chilometri di distanza.»
Lucia emise un gemito lungo, disperato, che si infranse contro il vetro appannato dal suo respiro. «Sì... Davide... brucia... fa’ che non finisca mai...»
«Finisce ora» rispose lui, accelerando il ritmo, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciarle i lividi. «Questo è il mio ultimo regalo per te. Un vuoto che nessun altro potrà mai colmare.»
Si scaricò dentro di lei con un grugnito che sembrava un lamento, tenendola bloccata contro il muro finché le gambe di lei non smisero di tremare. Rimasero così per lunghi minuti, nel silenzio della casa vuota, ascoltando solo i loro respiri pesanti.
Davide si ritrasse. Si ricompose con una velocità che a Lucia parve crudele. Prese le mutandine di pizzo dal pavimento le guardò e se le mise in tasca. Lei rimase lì, appoggiata alla parete, con il vestito ancora sollevato e il fluido di lui che le colava lungo le cosce.
«Non lavarti subito» disse lui, passandole un dito sul labbro inferiore. «Tienimi addosso mentre prepari la cena per lui. Voglio che sia il tuo ultimo segreto fisico.»
Lucia si sistemò i vestiti con gesti meccanici. La pelle le bruciava, il cuore le pesava come piombo. «Mi odierai per quest’ultimo saluto?»
«No, Lucia,» rispose lui, avviandosi verso la porta. «Ti ricorderò come la cosa più viva che mi sia capitata da quando è morta Beatrice. E come il peccato più dolce che ho commesso contro mio figlio. Ma ora vai. Pietro sta per tornare.»
Due giorni dopo, Lucia guardò dalla finestra della cucina mentre il suv di Davide imboccava la strada principale per l'ultima volta. Matteo, nel suo seggiolone, batteva le manine sul vassoio, emettendo gridolini di gioia.
Pietro le arrivò alle spalle e le mise le mani sulla vita. «Se ne è andato davvero, eh? Mi mancherà averlo vicino. Ma sai una cosa, Lucia? Da quando Matteo è nato, sento che siamo più uniti. Come se ci fosse un nuovo equilibrio tra noi.»
Lucia sentì un brivido. Guardò il punto sul muro della camera di Davide dove, quarantotto ore prima, era stata marchiata per l'ultima volta. Si voltò verso suo marito e gli sorrise, una maschera perfetta di devozione coniugale.
«Sì, Pietro. Un equilibrio perfetto.»
Si chinò su Matteo e gli baciò la fronte. Il bambino la fissò con quegli occhi grigi, profondi e insondabili, lo stesso sguardo che Davide le aveva rivolto prima di chiudere la portiera. Lucia sapeva che Davide non sarebbe mai tornato, ma sapeva anche che non se ne sarebbe mai andato davvero. Ogni volta che avrebbe guardato suo figlio, ogni volta che avrebbe camminato in quel giardino, lei avrebbe sentito il fantasma di quel marmo freddo, di quelle mani dure e di quel segreto che l'avrebbe tenuta legata a Davide più di quanto qualunque matrimonio avrebbe mai potuto fare.
L'inferno era diventato la sua casa, e lei non era mai stata così spaventosamente viva.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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