Prime Esperienze
Lei, l’altro e la prima volta di lui.
Noxen
01.06.2026 |
801 |
10
"La scena era così strana e coinvolgente che sentii l'orgasmo avvicinarsi prima del tempo..."
Rispose lui per primo, sul sito.Un messaggio breve, diretto, con dentro quella sicurezza di chi sa quello che vuole e non ha bisogno di girarci intorno. Ci sentimmo al telefono il giorno dopo. Voce allegra, tono aperto. Mi disse che mi avrebbero ospitato a casa loro.
Poi aggiunse una cosa.
Quando fossi arrivato, avrei dovuto baciare lei. Subito, senza dire niente, appena entrato.
Feci una pausa. «Non mi sembra una buona idea», dissi. «Potrebbe venire male interpretata.» «È una nostra fantasia», disse lui. «Una complicità. Fidati.»
Restai in silenzio qualche secondo. Quella cosa non mi convinceva. Glielo dissi ancora, con chiarezza. Lui insistette, tranquillo, senza pressione. Alla fine accettai, con le mie perplessità ancora tutte in tasca.
Arrivai in ritardo per il parcheggio.
Giacca leggera nonostante il caldo — per rispetto verso chi mi apriva casa. Una bottiglia tenuta in fresco e un fiore.
Suonai il campanello.
Aprì lui. Minuto, viso allegro, sorriso immediato. Ci stringemmo la mano sul portone. Mi fece segno di accomodarmi.
Dietro di lui c'era lei.
Mi fermai un secondo.
Capelli nerissimi, occhi blu come l'oltremare. Mi guardava come si guarda qualcuno che si sta già decidendo di voler conoscere.
Ebbi l'impressione che ci fossimo piaciuti prima ancora di dirci una parola.
Le porsi il fiore.
Poi mi avvicinai, come pattuito. Lei non si ritrasse. Ci baciammo in silenzio, sulla soglia del loro ingresso, mentre lui guardava.
Quando mi staccai, lei mi guardò con un'espressione che non riuscii a decifrare del tutto. Stupore, forse. O qualcosa che ci assomigliava.
Capii in quel momento che avevo sbagliato a fidarmi delle sue indicazioni.
Mi girai verso di lui. «Mi sono permesso», dissi, «perché mi aveva detto di farlo.»
Lei lo guardò. Quegli occhi blu che diventavano una domanda e una sfida insieme.
Ci sedemmo in sala.
Lui portò tre calici, aprimmo la bottiglia ancora fresca nonostante il clima. Ci spiegammo, ci ridemmo su. La tensione si allentò, ma non del tutto — vedevo che lei mi guardava in un modo strano, trattenuto, come chi non ha ancora deciso cosa fare di una situazione.
Lui cercava di coinvolgerla.
Io mi muovevo in punta di piedi, attento a non aggiungere disagio a disagio.
Poi lui si ritrasse da lei senza dire niente.
E lei si alzò.
Venne dritta verso di me.
Aveva un vestito con un ampio spacco laterale. Lo sollevò con un gesto naturale, quasi distratto, e si sedette sulle mie gambe.
Non portava niente sotto.
Scivolò lenta verso il basso, fino a posarsi sul mio cazzo attraverso il tessuto dei pantaloni che iniziò a reagire senza chiedere il permesso.
Mi guardava negli occhi.
Avvicinava la bocca alla mia e si fermava prima, una serie di finte lente e precise, vendetta silenziosa verso di lui che osservava dal divano.
Le mie mani salirono lungo la sua schiena, scesero sul fondoschiena, continuarono più giù. Sentii che era abbondantemente bagnata.
Quando il piacere crebbe troppo, si ritrasse.
Si alzò, mi prese per mano, mi portò nell'altra stanza.
Lui si mosse per seguirci. «Tu aspetti», disse lei. «Ti chiamo io quando voglio.»
Lui rimase sul divano con il calice in mano, stupito di non avere più in mano il gioco che pensava di avere.
In camera, senza dire una parola, infilò le mani sotto la giacca e la fece scivolare a terra.
Lasciai fare.
Mi sbottonò la camicia, uno per uno, lenta, poi la spinse indietro senza toglierla — usò il tessuto per tenermi le braccia bloccate dietro la schiena, ammanettato di cotone.
Scese. Sbottonò i pantaloni con due gesti veloci e prese a mordicchiare la base del mio cazzo duro, scendendo fino alle palle con una pazienza che non mi aspettavo.
Ero lì immobile, pantaloni alle caviglie, lei che decideva i tempi.
Poi si ritrasse, si sfilò il vestito in un gesto solo — leggero, lungo, istintivo. Un seno praticamente perfetto.
Mi liberai dalla camicia. Mi tolsi i pantaloni.
La raggiunsi sul letto dove si era già distesa e facemmo l'amore in modo dolcissimo e impetuoso insieme, due cose che di solito non stanno nella stessa frase ma quella volta stavano. Venne quasi subito, con una intensità che mi sorprese.
Dalla porta aperta apparve la sua testa.
Lei gli fece cenno con un dito.
Entrò, si spogliò, venne ad appoggiarsi accanto a noi mentre continuavamo. La scena era così strana e coinvolgente che sentii l'orgasmo avvicinarsi prima del tempo. Riuscii a trattenermi.
Uscii da lei e rimasi fra le sue gambe con il cazzo ancora duro e bagnato di lei.
Seguirono secondi di silenzio.
Poi lui, senza dire niente, posò la lingua sulla mia cappella. La ripulì degli umori di lei con calma. Continuò. Lei allungò una mano verso di lui, la fece scendere sulla sua schiena, più giù.
Lui si ritrasse di scatto.
«Sai che non mi piace quella cosa», disse, brontolando. «Non farlo.»
Lei scoppiò a ridere. «L'ho fatto apposta», disse. «Sapevo esattamente come avresti reagito.»
La stanza si alleggerì di colpo. Lui scosse la testa ridendo anche lui, suo malgrado.
Guardai quel suo fondoschiena. Rotondo, perfetto, liscio.
«Posso toccarlo io?» chiesi.
Mi guardò sorpreso. Poi annuì. «Ma non penetrarmi», disse. «Ho paura del dolore.»
Gli dissi che capivo. Che anch'io avevo avuto quella paura. Che poi avevo trovato il coraggio di superarla e dall'altra parte c'era un piacere che non avevo idea stesse aspettando.
Mi guardò senza dire niente. Ma non si irrigidì. Non si ritrasse.
Continuai a scopare lei in missionaria mentre lui ci baciava entrambi, e con una mano tenevo quel culetto ben fatto, lo accarezzavo, lo imparavo. Dopo un altro orgasmo di lei ci chiese una pausa.
Restammo distesi a parlare.
L'argomento tornò al piacere anale maschile.
Gli chiesi se volesse provare. Solo la lingua, per cominciare. Per capire di cosa stavo parlando.
Lei lo incoraggiò sottovoce.
Lui accettò.
Mi ritrovai su quel culetto tondo e liscio a baciarlo prima con devozione, poi sempre più impertinente, fino al suo buchetto. Sentii arrivare i gemiti, bassi, quasi increduli. Mi girai un secondo — aveva il cazzo ancora molle, ma il viso era diventato rosso.
Gli dissi che avrei usato un dito, che avrei fatto in modo che sentisse solo piacere. Annuì senza aprire gli occhi.
Iniziai sul bordo. La resistenza calava piano, a ondate. I suoi vocalizzi scendevano di tono, diventavano più profondi.
Indossai un preservativo.
Gli dissi che avrei solo strusciato. Che avrebbe sentito il glande passare sull'ano, niente di più, se voleva.
Annuì ancora.
Iniziai a strusciare lento. I suoi movimenti cominciarono a dilatarsi al passaggio, impercettibilmente, poi meno impercettibilmente. A un certo punto il glande scivolò dentro senza che ce ne accorgessimo né io né lui.
Lei era distesa accanto a noi, gambe aperte, si masturbava la clitoride guardandoci senza dire una parola. Venne guardando.
Lui, con il mio glande che si faceva strada lento e inesorabile, a un certo punto inondò la pancia con un fiotto violento di sperma. Il cazzo ancora molle. Senza essersi toccato.
Rimase immobile, occhi chiusi.
Uscii da lui con la stessa lentezza con cui ero entrato. Mi masturbai e venni sul suo cazzo moscio, unendo il mio sperma al suo.
Lei si avvicinò. Li leccò entrambi, lentamente, con una cura quasi cerimoniale, e nel farlo strinse una mano fra le proprie gambe e venne per l'ultima volta.
Restammo in tre sul letto, io in mezzo. Una mano sul seno di lei. Lui con la testa sul mio petto che mi baciava un capezzolo in silenzio.
Dopo un po' disse grazie.
Disse che non sapeva cosa volesse dire quel tipo di orgasmo. Che adesso lo sapeva.
Cenammo in tre con una leggerezza che non avrei saputo prevedere all'inizio di quella serata.
Ci salutammo sull'uscio con quella strana allegria di chi ha attraversato qualcosa insieme e ne è uscito più leggero di come era entrato.
Ci promettemmo di rivederci presto.
E mentre scendevo le scale verso il parcheggio, pensai che quella promessa non aveva il sapore delle promesse che non si mantengono.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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