trio
Io, Irene e Carlo
Noxen
02.06.2026 |
1.988 |
10
"Lei si fermò sul cazzo di Carlo, cedette a quello che le stavo dando, un orgasmo sommesso che le attraversò la schiena..."
Arrivai nel tardo pomeriggio.Irene aprì prima che bussassi. Capelli lunghi, sorriso immediato, una maglia che non nascondeva niente di quello che c’era sotto. Ci scambiammo un bacio lento come se fosse un’abitudine, perché lo era.
La cucina profumava di qualcosa di buono. Mi sedetti e la guardai muoversi tra i fornelli con quella sua naturalezza disarmante. Quando si chinò a controllare una pentola notai i capezzoli disegnarsi sotto il tessuto.
Poco dopo sentii la porta.
Carlo rientrò con addosso la stanchezza di una giornata lunga. Salutò Irene, sparì sotto la doccia. Tornò a tavola con i capelli ancora umidi e accettò il calice che gli versai senza fare domande.
Da tempo il nostro equilibrio funzionava così. Niente da spiegare, niente da negoziare. Una complicità che si era costruita da sola, nel tempo, e non aveva bisogno di essere nominata.
La conversazione andò leggera fino a quando Irene iniziò a impiattare.
«Guarda come ti vizia», disse Carlo con finta gelosia. «A me non prepara mai il mio piatto preferito.»
Le sollevò appena la minigonna e le assestò uno sculaccione.
«Bugia», replicò lei. «L’ho preparato anche a te.»
Si chinò di nuovo sui piatti. Carlo seguì con gli occhi la scollatura.
«Decisamente una bella vista.»
Irene scosse la testa divertita e si sedette tra noi.
Brindammo.
La cena andò tra risate e conversazioni, ma sotto la superficie qualcosa si spostò lentamente.
Lasciai scivolare una mano sotto il tavolo. Raggiunsi una delle gambe di Irene, la accarezzai con calma.
Lei non si ritrasse.
Aprì leggermente le gambe e avanzò appena sulla sedia.
Carlo se ne accorse. Infilò anche lui la mano sotto il tavolo, dall’altro lato. Ci ritrovammo entrambi a convergere verso lo stesso punto caldo sotto la gonna.
Carlo si alzò di scatto. Tirò fuori il cazzo già duro e lo portò al viso di Irene che smise di mangiare senza esitare. Prese la cappella in bocca e rimase ferma con le labbra a ventosa mentre la lingua lavorava sotto. Carlo teneva gli occhi chiusi con la testa all’indietro.
Mi alzai anch’io.
Raggiunsi Irene alle spalle, le sollevai i capelli dal collo, vi posai un bacio lento. Lei chiuse gli occhi. Si alzò dalla sedia rimanendo a novanta gradi, continuando a succhiare Carlo.
Mi liberai dei pantaloni. Strusciai la cappella sulle grandi labbra, insistei sulla clitoride. Sentii la sua mano prendermi il cazzo, tenerlo fermo un secondo, puntarlo dentro.
Era calda, bagnata, dilatata. Entrai fino in fondo al primo colpo. Lei sussultò.
Rimasi immobile, tutto dentro, sentendo il cazzo pulsare contro le pareti di lei.
Le presi i fianchi. Le feci alzare un ginocchio sul tavolo. Un calice cadde, il vino si sparse sul legno.
Iniziai a muovermi.
Con i pollici le accarezzavo l’ano. Lei si fermò sul cazzo di Carlo, cedette a quello che le stavo dando, un orgasmo sommesso che le attraversò la schiena.
Carlo aprì gli occhi per guardare. Li richiuse.
Sapevo cosa le piacesse. Lo sapevamo entrambi. Estrassi il cazzo dalla sua fica ancora bagnato e puntai la cappella sull’ano. Rimasi immobile.
Lascia fare lei.
Irene ruotò le anche piano. Si aprì lentamente, si prese la cappella dentro da sola, con un sospiro profondo che le interruppe il pompino per qualche secondo.
I piatti si accavallavano sul tavolo. I calici ballavano sul bordo.
Carlo era eccitatissimo nel guardarla inanellare un orgasmo dietro l’altro.
Ci guardammo negli occhi sopra la sua schiena. Un gesto d’intesa, silenzioso.
Irene lo capì. Sentii il mio orgasmo riempirla nel momento esatto in cui Carlo veniva risucchiato nel suo, senza sprecare niente.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Restammo immobili a recuperare il respiro.
Poi arrivarono i sorrisi. Quelli sinceri. Quelli che raccontano più di qualsiasi parola.
Tornammo a tavola e finimmo la cena ormai tiepida ridendo di niente, come se non fosse successo niente e come se fosse successo tutto.
Quando l’ultima goccia sparì dai bicchieri, Irene si alzò.
Ci prese entrambi per mano.
«Venite.»
La seguimmo in camera.
Ci stendemmo tutti e tre sotto le coperte. Irene rimase nuda in mezzo, stretta tra noi due nel buio.
Nel silenzio sentii la mano di Carlo cercare la mia sopra il suo corpo già addormentato.
La trovò.
La strinse.
E così, avvolti da quel raro senso di appartenenza che non ha bisogno di un nome, ci addormentammo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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