tradimenti
Il risarcimento di Deborah.
Noxen
06.06.2026 |
253 |
0
"Il suo braccio si strinse sempre di più, poi cacciò un urlo direttamente dietro il mio orecchio..."
La prima volta che la incontrai non fu una bella storia.Una coppia strana, dal comportamento furtivo, di quelli che si capisce subito essere clandestini dal modo in cui si muovono.
Apparvero dal nulla da dietro un palazzo, ci fecero salire velocemente — me e la mia amica dell'epoca — fino all'ultimo piano.
La gente ci guardava in modo strano dall'ascensore alla porta. Aveva capito. Fu un pò imbarazzante.
L'appartamento aveva quell'aria trasandata e sgradevole, inequivocabile di posto usato per quel tipo di incontri e nient'altro.
Lei era bellissima.
Magnetica, fine ed elegante con quella chic naturale che non si compra.
Lui era un buzzurro dai modi rozzi e arroganti, giacca e cravatta costosi addosso come un travestimento.
Mi ero chiesto subito cosa ci facesse una donna come lei con un greve di quel tipo.
Il peggio arrivò durante il gioco.
Mi accorsi che aveva avviato una telefonata e lasciato il telefono sul comodino in trasmissione.
Glielo chiesi direttamente.
Rispose che era il marito di lei. Che voleva sentire la moglie godere.
Che si masturbava dall'altra parte.
Ci rivestimmo in fretta.
Dissi, con chiarezza, che anche fosse andata bene avremmo dovuto saperlo prima.
Che il consenso non era un dettaglio.
Uscimmo in malo modo.
Lei mi rimase impressa come un'occasione persa.
Perché era davvero bella.
E perché il modo in cui era successo aveva sporcato tutto.
Tornai a casa con quello sgradevole retrogusto che durò giorni — l'inquietudine di quanta gente strana e potenzialmente pericolosa si potesse incontrare anche in quel mondo.
Mi consolai ricordando che non avevo fatto nomi ad alta voce che potessero essere ascoltati dall'altro capo del telefono da uno sconosciuto.
Qualche giorno dopo mi chiamò Alberto.
Un lui di coppia come tanti, con cui ci sentivamo da settimane senza ancora esserci incontrati.
Era nata una simpatia telefonica, quasi un'amicizia, nonostante non ci conoscessimo di persona.
Gli raccontai l'episodio. Mi lamentai. Ero ancora scosso.
Mi stupì il modo in cui tentò di minimizzare. Una leggerezza, disse. Cose che capitano, disse.
Riattaccai con un sospetto che subito ricacciai indietro. Mi sembrava troppo paradossale per essere vero.
Finalmente arrivò il giorno in cui Alberto mi invitò a casa loro.
Arrivai puntuale. Suonai al citofono. Mi aprì lui con il sorriso che riconobbi subito dalla voce — quella simpatia immediata, diretta.
Deborah stava ancora finendo di prepararsi, disse.
Aspettammo al piano terra.
Poi sentii il rumore.
Tacco alto sui gradini di marmo. Inconfondibile.
Ero emozionato.
Fino a quel momento l'avevo vista solo in foto censurate. Mi piaceva già così.
Quando Deborah arrivò al cospetto, restammo tutti e tre in silenzio.
Sorrideva con quel sorriso disarmante che faceva dimenticare immediatamente ogni cosa.
Compreso il fatto che la persona all'altro capo del telefono quella sera era Alberto.
Dentro di me iniziò una lotta silenziosa — la rabbia per quello che era successo contro la bellezza devastante di quella donna che annullava tutto il resto.
Occhi di ghiaccio in quei capelli nerissimi.
Décolleté di vernice nera dal tacco altissimo calze velatissime nere, longuette nera stretta stretta sui fianchi, sulle gambe ed una camicia di seta nera da cui si sbirciava una lingerie nera piuttosto ricercata.
Non aveva nulla di volgare né di provocante ma che urlava di strapparle tutto di dosso.
L'avevo già vista nuda, in quello squallido attico. Il ricordo rese tutto più difficile da ignorare.
Riuscii solo a dire che, stando così le cose, per punizione Alberto sarebbe rimasto a casa.
Io e Deborah saremmo usciti da soli.
Alberto accettò. Con un velo di tristezza, ma accettò.
«A titolo di risarcimento», dissi.
Annuì in silenzio.
Deborah sorrise, e in quel sorriso credetti di morire.
Gli diede un bacio. Uscimmo.
La sua presenza in macchina era devastante.
Percepivo che per lei era la stessa cosa.
Il volante girò quasi da solo lungo una stradina buia che conoscevo.
Parcheggiai in sicurezza.
Ci saltammo addosso senza dire una parola.
Sbottonai la camicia di seta nera mentre ci baciavamo con una furia che aveva aspettato troppo.
Le sue dita fra i capelli sulla nuca.
Poi smise e sentii le sue mani armeggiare sulla cintura — la aiutai, lei continuò di scatto, aprì appena il primo bottone e infilò la mano dentro per sentirlo crescere nel caldo del suo palmo.
Lo spazio era poco nonostante fosse un'auto spaziosa.
Le chiesi di aiutarmi con quella gonna stretta, così rigorosa all'apparenza.
Sotto spuntarono due gambe meravigliose avvolte in calze velatissime, reggicalze nero raso.
Non portava niente sotto.
Indossava solo un profumo piuttosto noto che mi piace tantissimo.
Entrai dentro di lei già umidissima in un colpo solo e restai fermo, tutto dentro, abbracciati in quello spazio minimo, a respirare i respiri dell'altro che diventavano sempre più affannosi.
Le lingue presero un movimento che assecondava quello del mio cazzo e dei suoi fianchi che sembravano danzare con una precisione naturale.
I vetri appannati disegnarono la silhouette del suo seno perfetto e del suo viso in preda al piacere, occhi chiusi.
Indimenticabile.
La sua mano scese a masturbarsi mentre facevamo l'amore.
Poi le nocche di due dita mi fecero capire di allontanarmi.
Estrassi il cazzo, restai un secondo perplesso.
Lo prese con la mano. Puntò la cappella sul buco del culo.
Rimasi immobile due secondi.
Poi iniziai ad andare avanti e si aprì a me con una facilità incredibile. In un momento fui di nuovo tutto dentro.
Mi abbracciò forte, mi morse il collo. I movimenti crebbero gradualmente, costantemente, fino a quasi violenti.
Il suo braccio si strinse sempre di più, poi cacciò un urlo direttamente dietro il mio orecchio.
La mia sicurezza cominciò a vacillare. Glielo dissi.
Annuì.
La riempii in quell'abbraccio fortissimo.
L'abbraccio si allentò piano. I respiri tornarono lentamente alla normalità.
Tornai ad ammirare quegli occhi di ghiaccio bellissimi a pochi centimetri dai miei.
Restai ancora dentro di lei.
La baciai.
Lei accarezzò il mio viso.
«Il teatro», dissi, «a quest'ora non ci arriviamo più.»
Sorrise. «No di certo.»
Esitai un secondo.
«Non dovrei chiederlo. Ma me lo sono sempre chiesto — cosa ci facevi con un troglodita del genere.»
Rise piano.
«Era un cretino. Ma in quel momento era l'unico disponibile per realizzare la nostra fantasia. Mia e di Alberto.»
Restai in silenzio un momento.
Tutto tornò al suo posto.
Tornammo a casa loro.
Alberto era ancora sveglio, visibilmente scosso nell'attesa.
Salutai Deborah con un bacio dolcissimo e rispettoso.
Alberto chiese com'era andata.
Per tutta risposta guidai la sua mano sotto la gonna di lei, fino all'inguine.
Quando la ritrasse, restò a lungo ad annusarla.
Ci salutammo.
Mentre guidavo verso casa immaginai il secondo round che Deborah avrebbe affrontato da lì a poco.
La cosa mi piacque emi eccitò ancora.
Da quella sera nacque una frequentazione che durò a lungo — un'intensità e una complicità a tre fuori dall'ordinario, che ancora ricordo con vivezza e con una tenerezza che non mi aspettavo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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