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Gay & Bisex

Il Novizio 7


di honeybear
28.06.2026    |    581    |    1 9.3
"Finalmente eravamo soli e potevamo dare sfogo a quello che presumibilmente stava prendendo le forme di un sentimento, forse importante..."
Un alito di vento sollevò una busta di plastica facendola vorticare in aria. La guardai contrariato: quei boschi incontaminati erano stati deturpati da quella lordura. Anche io, del resto, avevo scelto di insudiciarmi: anima e corpo. L'ingresso in monastero aveva sollevato quel velo di desiderio proibito fino ad allora celato, un po' come il vento stava facendo con il sacchetto.
Il rombo del tuono mi riportò alla realtà. Sollevai lo sguardo all'orizzonte: la coltre di nubi grigie avanzava e non presagiva nulla di buono. Lasciai penzolare la maglietta dall'elastico dei pantaloni: le folate fresche avrebbero asciugato il sudore che la dura giornata lavorativa mi aveva costretto a colare sul torso, ormai abbronzato; un torso che le incombenze pratiche della vita monastica avevano contribuito a modellare.
Raccolsi in fretta i pochi attrezzi, li riposi nel capanno, lo richiusi con cura e mi avviai. Il vento si era decisamente alzato ed ora soffiava quasi gelido, sospingendo la coltre scurissima dalla quale lampeggiavano saette sempre più frequenti, accompagnate da tuoni fragorosi.
La pioggia mi colse al limitare del bosco. Si abbatté su di me dapprima con piacevoli gocce rinfrescanti che, in un istante, si trasformarono in una furia sferzante che non risparmiava il paesaggio circostante. Ero comunque felice di bagnarmi: da un lato mi veniva regalata quella frescura che la torrida giornata mi aveva recisamente negato, dall’altro mi sembrava che la pioggia lavasse via tutte le lordure di cui mi ero macchiato fino a quel momento.
Ma era davvero così? Davvero dovevo sentirmi in colpa per il modo distorto in cui stavo percorrendo il sentiero che mi ero scelto? Non riuscivo a darmi una spiegazione del perché nella mia mente si affastellassero improvvisamente tutti quei pensieri e sensi di colpa; i primi si rincorrevano liberi, alimentati dai secondi.
Mi affrettai per coprire le poche centinaia di metri che mi separavano dall'eremo. Varcai la soglia fradicio. All’interno Bruno stava armeggiando con dei cerini.
“È saltata la corrente” annunciò.
Chiusi la porta, litigando con il vento che la voleva aperta, e mi precipitai in camera. Tornai subito dopo con una torcia.
“Hai un trascorso da boy scout?” chiese divertito.
“No, ma ho un padre che mi ha rotto le scatole per un’adolescenza intera cercando d’inculcarmi un po’ di problem solving!” replicai.
“Ci è riuscito?” continuò, mentre si avvicinava.
Entrambi ora sfioravamo l’impugnatura della torcia; eravamo così prossimi da riuscire a sentire l’intensificarsi dei nostri respiri. Lo fissai per qualche istante prima di rispondere: “Non so se c’è riuscito, ecco…” e, con uno strattone, mi impossessai della torcia.
Mi voltai per provarla quando sentii le sue mani cingermi, la sua guancia tra le mie scapole, i palmi che racchiudevano i miei pettorali. Il calore dei nostri corpi abbracciati contrastava con le poche gocce che ancora imperlavano il mio torace e con gli abiti umidi.
“Non è necessario terminare la risposta…” sussurrò, girandomi verso di sé mentre passava una mano tra i miei capelli bagnati. “…Anche perché la conosco già…”
Lo guardai turbato. Non capivo bene a cosa stesse alludendo.
“Non sempre il buon senso collima con la razionalità delle scelte…”
Ero sempre più confuso; dovevo in qualche modo uscire da quell’impasse davvero imbarazzante.
“Ma… Ma… — bofonchiai — …La torcia l’ho trovata. Ecco, guarda, funziona! Così abbiamo la luce!” Sorrisi timidamente; poi, d’improvviso, capii e rimasi spiazzato.
Era davvero così? Riusciva davvero a leggere il tumulto che stava imperversando dentro di me, identico alla tempesta là fuori? E la luce… la luce non era quella della torcia, certo, ma quella della risposta da dare alle domande con cui certamente pure lui si stava torturando.
“Anche io mi sono congiunto carnalmente con altri novizi, e non solo…” cominciò con voce sommessa, allontanandosi leggermente.
Pensando al modo in cui la frase era stata pronunciata avrei dovuto esplodere in una fragorosa risata, invece…
“Vuoi dire che…”
“Sì, che ho scopato e mi sono lasciato scopare da novizi e canonici del mio monastero! — sorrise — E per ogni peccato confessato, la giusta penitenza moltiplicava il peccato…”
Comprendevo alla perfezione: era esattamente ciò che stava capitando a me dopo aver messo piede nel chiostro. Dalla doccia della prima sera, all’amplesso con Giacomo nella lavanderia, all’incesto con i miei familiari, a quella sorta di iniziazione con Fratel Ettore e il Priore nell’ufficio di quest’ultimo fino al libertinaggio concessoci qui all’eremo… La libidine stava attraversando questo periodo della mia vita e, sul piatto della mia bilancia etico-morale, aveva esattamente lo stesso peso del bisogno che mi aveva portato a cercare in quei luoghi le risposte alla mia esistenza.
“Ma sai che ti dico?! — un lampo improvviso illuminò il suo volto; i suoi occhi neri si assottigliarono in due fessure — La verità è che la penitenza è infinitamente meglio del peccato commesso!”
“Intendi…”
“Sì, hai capito perfettamente. Ciò che avrei dovuto essere là fuori, se non avessi deciso di prendere i voti, lo sto scoprendo in questa vita. Anche qui, ora… Con te…”
“Perché…” mi sforzai di chiedere, cercando di minimizzare il peso di quell’ammissione.
“Perché cedere al peccato? Non so risponderti… Davvero non lo so…”
Un lampo squarciò il cielo plumbeo. L’improvviso silenzio fu interrotto solo dal sibilo del vento e dalla pioggia che frustava i vetri. Ci fronteggiammo, guardandoci intensamente negli occhi; in quel momento i suoi mi parvero incredibilmente felici.
Con l’indice gli sorressi il mento avvicinandolo a me per assaporare le sue labbra. Le bocche si sfiorarono tra un sospiro e l’altro. Non avevo mai sentito nessuno così intimo fino a quel momento. Le nostre mani si intrecciarono per poi districarsi, e iniziarono a percorrere dolcemente i rispettivi corpi, soffermandosi dove più era loro gradito.
Finalmente eravamo soli e potevamo dare sfogo a quello che presumibilmente stava prendendo le forme di un sentimento, forse importante. Del resto, dopo quanto vissuto sessualmente parlando in quei giorni, di segreti da scoprire non credo ne fossero rimasti…
Arrivò alla cintola dei miei pantaloni, allargò lentamente l’elastico per impugnare l’erezione che vi cresceva all’interno. S’inginocchiò per sfilarmeli completamente.
Sollevò e abbassò l’uccello ammirandolo incantato come lo vedesse per la prima volta. Si leccò il palmo della mano prima di usarla per accarezzarlo in tutta la sua lunghezza. La strisciò più volte. Scappellò delicatamente la cappella massaggiandola con cura dopo averla inumidita; raggiunta la sommità la premette leggermente: la prima goccia di liquido fece capolino e pigra discese lungo il frenulo.
“Aahhh…” mi sfuggì un gemito.
Iniziò a far scorrere la lingua lungo l’asta, leccando avidamente la cappella che poi fece sparire al suo interno. Sentii il suo naso perdersi nel folto dei miei peli pubici e il mio uccello indurirsi definitivamente, bagnandosi non solo della saliva con cui lo stava farcendo ma anche degli umori che io stesso producevo.
Identico trattamento riservò allo scroto che solleticò a lungo con il mento ispido.
“È bellissimo - guardava incantato le bave che colavano; alzò lo sguardo su di me e aggiunse - …Tu sei bellissimo!”
Gli occhi mi si annebbiarono per l’emozione. Lo feci alzare.
Mi asciugò la lacrima che correva lungo la guancia. Si portò il dito bagnato alla bocca e lo pulì per allungarmi una carezza nella quale mi persi.
Gli afferrai la mano e lo accompagnai alla sedia su cui lo invitai a sedersi. Mi misi a cavalcioni sopra di lui.
Iniziammo a baciarci mugolando mentre le mani continuavano ad esplorare libere i corpi ormai nudi e con i due cazzi irrimediabilmente in tiro.
“Voglio giocare un po’ con te… Me lo consenti?”
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