Gay & Bisex
Improvvisamente bsx 3 " ritorno a casa"
Marciotto
22.06.2026 |
359 |
2
"Decisi di spingere in fondo, e un urlo di piacere echeggiò nella stanza: «Oh cazzo, sì, fottimi amore ti prego, fammi godere!»..."
Dopo un riassunto dei racconti "improvvisamente bsx parte 1 e e parte 2" ecco il seguito della storia ,...,...................Trent’anni di vita sono un oceano di sicurezze. Marco ed io siamo sempre stati i pilastri l’uno dell’altro, cresciuti con un’identità scolpita nel marmo. Le nostre storie con le donne erano state il baricentro del nostro mondo: dalle prime cotte estive vissute insieme alle confidenze sulle conquiste più audaci, fino ai matrimoni celebrati come testimoni l'uno dell'altro. Abbiamo amato le nostre mogli, costruito famiglie e condiviso tutto ciò che due uomini etero "di una volta" possono condividere: calcio, motori e silenzi virili. Tra noi non c’era mai stato spazio per un dubbio, solo una solida e fraterna complicità.Il weekend a Monza doveva essere la solita fuga goliardica per i nostri cinquant’anni, ma l'aria della Brianza ha portato con sé un’elettricità imprevista.
Sabato sera, dopo le qualifiche, siamo finiti in un locale industrial dai toni oscuri e luci soffuse rosso sangue. Solo dopo il primo drink abbiamo capito di essere in un club underground, un santuario della libertà maschile. Intorno a noi, l'atmosfera era satura di un'erotica esplicita: coppie di uomini si fondevano in baci profondi e corpi sudati danzavano a ritmo di techno, con le mani che correvano libere su muscoli tesi e schiene inarcate.
Io fissavo il bancone, sentendo una tensione nuova salirmi lungo la schiena. Marco mandò giù un sorso lungo di gin, gli occhi fissi su due ragazzi che si accarezzavano contro il bancone.
«Certo che qui... non si fanno troppi problemi, eh Beppe?» mormorò, la voce più bassa del solito.
«Già,» risposi io, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie. «C'è un'energia pazzesca. Ti disturba?»
Lui si voltò a guardarmi. I suoi occhi, solitamente limpidi, erano velati da una strana intensità. «No,» ammisi, sostenendo il suo sguardo. «Anzi. È quasi... ipnotico. Guarda come si toccano. Senza filtri.»
Marco si inumidì le labbra, lo sguardo che scendeva per un istante sulle mie braccia scoperte dalla polo. «Trent'anni che ci conosciamo, Beppe. Eppure stasera mi sembra di non aver mai guardato davvero niente.»
Tornati in hotel, il silenzio era teso come una corda di violino. Entrati in stanza, Marco sembrava aver resettato tutto: si tolse la polo, lanciò il portafoglio sul tavolo e si infilò a letto con una noncuranza quasi irritante.
«Certo che certa gente non ha proprio vergogna,» disse all'improvviso, con un tono di scherno per ristabilire las distanze e la sua virilità etero. «Tutto quel toccarsi in pubblico... assurdo, no? Meglio dormire, domani c'è la gara.»
Si girò di schiena, dandomi le spalle. Sembrava che per lui fosse stata solo una parentesi bizzarra, ma io sapevo che mentiva. Sentivo il suo respiro teso, troppo rigido per essere quello di un uomo che sta per addormentarsi. Io restai immobile nel mio letto, fissando il buio, convinto che la serata fosse finita lì.
Ma nel silenzio della notte, è stato Marco a rompere l’ultima barriera. Mentre pensavo che dormisse, ho sentito il fruscio delle sue lenzuola. Poi, nell'oscurità, la sua mano ha attraversato lo spazio tra i nostri letti. Quando le suas dita hanno sfiorato il mio braccio, ho avuto un sussulto, ma è stato solo l'inizio. Con una decisione che non lasciava spazio a equivoci, la mano di Marco è scivolata sotto le mie coperte. Ha risalito la mia coscia con una lentezza tortuosa, una carezza esplicita e carica di possesso, finché non ha raggiunto il centro del mio desiderio. Mi sono eccitato all'istante, il sangue è fluito con una violenza che mi ha tolto il fiato. Nonostante il suo disinteresse di facciata, la sua presa era cura, esperta, urgente.
«Marco...» sussurrai, con la voce rotta.
Lui non rispose a parole. Si alzò dal suo letto e si infilò nel mio, sovrastandomi con la sua stazza. In un istante, trent’anni di amicizia etero sono crollati sotto il peso di un’attrazione fisica cruda e inarrestabile. È stato un incontro fatto di pelle contro pelle, di morsi e mani che esploravano con frenesia erotica territori mai sfiorati. Ci siamo cercati con la fame di chi ha digiunato per una vita intera. La sua bocca sul mio collo, il calore dei nostri petti nudi intrecciati, la forza dei nostri corpi che si riconoscevano in una veste completamente nuova. Siamo stati amanti con un'intensità feroce, perdendo ogni pudore tra gemiti soffocati nel cuscino e una passione fisica, quasi animalesca. Quella notte a Monza, non eravamo più i padri di famiglia o gli amici di sempre: eravamo due uomini che scoprivano, l'uno nell'altro, una verità carnale e travolgente che non avremmo mai più potuto dimenticare.
Al mattino l'atmosfera era strana. In silenzio andai in bagno e, alla mia uscita, vidi Marco seduto sulla spalliera del letto a dorso nudo. Aveva il lenzuolo posizionato sulle sue nudità, ma malgrado fosse coperto, era evidente la sua erezione. Sempre in silenzio rimasi fermo vicino alla sponda del letto; ero nudo, ancora bagnato della doccia. I nostri sguardi, silenti, erano carichi di erotismo e di voglia: infatti ebbi pure io una erezione immediata. Mi avvicinai. Il mio cazzo era a pochi centimetri dalla sua bocca; i nostri sguardi dicevano tutto, in un misto di indecisione e voglia. Feci un ulteriore passetto, finché la mia cappella non si trovò appoggiata sulla sua bocca, con i nostri occhi sempre fissi. Lui aprì leggermente le labbra e con la punta della lingua toccò la mia cappella; socchiusi gli occhi e Marco lo prese fra le sue labbra.
Un calore improvviso avvolse la mia cappella. Lo presi per la testa e lo infilai in profondità. Lui iniziò a spompinarmi con una maestria inaspettata per uno che, fino al giorno prima, non lo aveva mai fatto. Si accomodò meglio sedendosi sul letto, afferrò i miei fianchi e giostrò i movimenti. Ero super eccitato; poco dopo lo allontanai e lo baciai in bocca, un bacio profondo. Lo spinsi dalle spalle e lui si sdraiò sul letto. Gli presi le gambe e le posizionai sulle mie spalle: il suo culo era così propeso sul mio cazzo. Gli toccai l'ano, che era pulsante e umido; lo inumidii ulteriormente e appoggiai la cappella. Lui ebbe un sussulto di piacere. Io spinsi più internamente, fino ad avere tutta la cappella ricoperta dal suo ano.
Mi dovetti fermare e non spingere per non sborrare subito. Ci guardammo fissi negli occhi; lui godeva e mi suscitava parole miste fra amore e porcaggine. Decisi di spingere in fondo, e un urlo di piacere echeggiò nella stanza: «Oh cazzo, sì, fottimi amore ti prego, fammi godere!». Iniziai a spingere con foga. Lui raggiunse un forte orgasmo anale mentre ci baciavamo appassionatamente, con le pulsazioni del cuore ormai fuori controllo. A forza di spingere, Marco sborrò sul suo addome e io, subito dopo, sborrai nel suo culo. Urlai pure io il mio piacere e, alla fine, mi gettai esausto sul suo corpo baciandolo. I nostri sguardi dicevano tutto: non era stata la pazzia di una notte, ma qualcosa di speciale che avrebbe sicuramente modificato la nostra vita per sempre........
Il viaggio di ritorno da Monza è stato il percorso più lungo della mia vita. Guidavo con gli occhi incollati all’asfalto, le mani strette sul volante della mia macchina per nascondere il fatto che tremassero ancora. Accanto a me, Marco fissava il finestrino. Nessuno dei due ha avuto il coraggio di parlare : il silenzio nell'abitacolo era denso, pesante, saturo del profumo della nostra pelle che la doccia frettolosa in hotel non era riuscita a cancellare.
Ogni volta che cambiavo marcia e il mio gomito sfiorava il suo braccio, sentivo una scossa elettrica. Non ci scostavamo, ma vedevo i muscoli della sua coscia irrigidirsi sotto i jeans. Nella mia testa continuavano a rimbombare le sue parole, quelle grida soffocate tra le lenzuola che avevano spazzato via trent'anni di "silenzi virili", di discussioni sul calcio e di confidenze sulle donne. «Fottimi amore». Una frase del genere, detta da Marco, era qualcosa che fino al giorno prima non avrei potuto immaginare nemmeno in un sogno astratto. Eppure era successa. Ed era stata la cosa più reale, cruda e devastante della mia vita.
Il vero dramma è iniziato quando abbiamo passato il casello di casa.
Scendere dall'auto, scaricare i borsoni e vederlo andare verso il suo portone è stato come assistere a una scissione della realtà. Pochi minuti dopo, stavo varcando la soglia di casa mia. Mia moglie mi è venuta incontro con un sorriso, chiedendomi della gara, se ci fossimo divertiti, se i motori avessero fatto il solito casino. L'ho baciata sulla guancia, sentendomi un estraneo, un attore che recita una parte in una commedia che non gli appartiene più. Mentre rispondevo con frasi fatte e aneddoti sulla pista, la mia mente era ancora ferma su quella spalliera del letto, sul corpo nudo di Marco, sulla sua bocca calda e sulla complicità carnale e assoluta che ci aveva uniti alla luce del mattino.
Il lunedì successivo, il ritorno alla routine è stato un inferno lucido. Nel tardo pomeriggio, come abbiamo sempre fatto per trent'anni, ci siamo incrociati per il solito caffè al bar dell'angolo.
C'erano altre persone, conoscenti che parlavano del più e del meno. Ci siamo salutati con un cenno della testa, il classico gesto tra vecchi amici. Ma quando i nostri sguardi si sono incrociati sopra la tazzina del caffè, ho capito che la maschera stava già cedendo. Nei suoi occhi non c'era il rimpianto o il senso di colpa che mi sarei aspettato dall'uomo di marmo che conoscevo; c'era una fame cupa, un'intensità complice che mi ha tolto il fiato.
Mentre gli altri parlavano, Marco ha allungato la mano per prendere la bustina dello zucchero, sfiorando deliberatamente le mie dita. Un contatto di un millesimo di secondo, invisibile al resto del mondo, ma che per noi è stato una promessa. La nostra vita di prima, quella fatta di certezze incrollabili e binari dritti, era finita a Monza. Adesso dovevamo capire come gestire questo legame speciale, clandestino e travolgente, senza far crollare tutto il resto.
Uscendo dal bar presi coraggio e gli chiesi che cosa volevamo fare. Lui rispose semplicemente: «Non lo so».
Ci salutammo e per due giorni non ci sentimmo affatto. Il giovedì, però, mia moglie, che si era sentita con la sua, mi disse che domenica a pranzo saremmo stati da loro per festeggiare l'onomastico del loro figlio più piccolo. Nonostante la notizia, io e Marco non ci scrivemmo né ci sentimmo per tutta la settimana.
La domenica mattina ci presentammo a casa sua. Facemmo finta di niente, provando in tutti i modi a mantenere le distanze, ma quando restammo soli davanti al barbecue i nostri sguardi si infuocarono. Con la scusa di andare a prendere dell'altro carbone in cantina, scendemmo giù insieme. I nostri figli giocavano in piscina e le mogli erano in cucina a preparare il pranzo; noi ci chiudemmo dentro e, appena la porta si fu bloccata, ci baciammo con passione. Sentivamo le voci delle nostre famiglie provenire dall'alto, ma eravamo dentro una bolla: in quel momento niente ci interessava se non fare l'amore.
Marco mi abbassò il costume e iniziò a spompinarmi. Godevo tantissimo. Ci spostammo in una stanzetta adiacente dove c'era un lettino; lui si sdraiò e lì decisi, per la prima volta in vita mia, di fargli un pompino. Ci posizionammo per un 69: lui era sdraiato con la testa rivolta verso di me, mentre io mi chinai sul suo corpo introducendo il suo cazzo tra le mie labbra come se fosse una figa. Aveva il cazzo duro, che pulsava. Mi avvicinai, aprii la bocca e lo accolsi dentro. All'inizio provai una sensazione strana, ma sapevo esattamente cosa fare: mi bastò immaginare come avrei voluto che venisse spompinato il mio stesso cazzo. Aprii bene la bocca, spinsi il suo membro in fondo alla gola e poi lo sfilai socchiudendo le labbra. In pochi minuti eravamo perfettamente sincronizzati.
Ci spompinavamo a vicenda con una passione travolgente, finché decidemmo di sborrarci in bocca. Lui venne per primo; la sensazione di calore e del suo seme nella mia bocca mi confuse, ma l'eccitazione era talmente tanta che subito dopo sborrai a mia volta nella sua. La sensazione successiva fu di pura incredulità.
Ci ricomponemmo velocemente e ritornammo su in giardino per continuare la giornata in mezzo agli altri. Ormai, però, una cosa era certa: non potevamo più ignorare quello che era successo, dovevamo solo assecondarlo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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