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Gli amanti


di geniodirazza
06.05.2024    |    7.633    |    3 8.8
"Poi mi fece stendere bocconi e mi scopò col corpo su tutta la schiena, facendo scivolare il cazzo dentro e fuori dal culo; infine dall’alto, con le sole..."
Era la prima volta che mi portavo in casa un amante, anche se erano ormai sei mesi che scopavo con maschi diversi da Mario, il mio partner abituale; finora, non lo avevo fatto, in parte perché condizionata da lui, legato a convinzioni ataviche che vedevano nel letto matrimoniale quasi un luogo sacro e tabù, rispetto al rapporto privilegiato tra due persone che convivono; in parte per evitare incontri fastidiosi.
Da quando avevamo cominciato a scopare, cinque anni prima, avevo appena diciotto anni, avevamo avuto un rapporto che per lui era di vero amore; per me invece era stata la semplice sostituzione di mio padre con lui, nella funzione di garante dei miei capricci e delle mie fisime; provavo solo un affetto tiepido, più o meno fraterno, e mi appoggiavo a lui soprattutto perché favoriva i miei desideri e li sosteneva anche economicamente.
Sei mesi prima, stanca anche della subordinazione al suo sesso ed alle pratiche ‘matrimoniali’ che amava, preferendo di gran lunga le carezze e i preliminari alle violente scopate, avevo ceduto al fascino di un caporeparto del quale molte elogiavano la mazza grossa e possente, al punto da instillarmi la voglia di assaggiare il ‘mostro’ e tentare di dominarlo col mio fascino.
Non ero insoddisfatta del cazzo del mio partner, che aveva una bella sberla di oltre venti centimetri che usava da dio facendomela assaggiare dappertutto, prima di sbattermela in figa per scopate memorabili; amava anche il mio culo e l’aveva largamente ripassato perché gli piaceva montarmi spesso e volentieri, senza problemi di tempi e di luoghi; ma il gusto della trasgressione mi spinse a provare.
La prima volta fu in un magazzino della fabbrica, dove per necessità logistiche ci dovemmo sbrigare e mi limitai a praticargli solo un pompino in cui ero molto ben ferrata, visto che Mario, nelle sue preferenze per i preliminari, poneva sempre al centro delle nostre scopate lunghe e saporite leccate del cazzo che praticavo con grande sapienza sia sui coglioni che lungo la mazza, per poi farmi chiavare in bocca per tempi lunghissimi fino a farlo sborrare.
Quel pompino fu evidentemente solo un assaggio di quello che potevo realizzare nel clima di trasgressione che col caporeparto realizzai, incontrandolo un paio di volte a settimana in un motel fuori mano dove scopavamo come scimmie per ore; a favorirmi, erano gli orari dei turni dislocati che mi lasciavano libera per interi pomeriggi; il senso di colpa per il tradimento mi fu alleggerito dallo stesso Mario che una sera affrontò il tema.
Non so se avesse saputo o sospettasse; sta di fatto che ci tenne a precisare che i tradimenti e le corna si potevano realizzare solo con parenti con qualche legame riconosciuto; tra me e lui, che non avevamo nessun rapporto formale e che ci eravamo trovati insieme solo perché insieme eravamo ‘scappati’ dal paesello ed avevamo scelto la soluzione più comoda della coabitazione, non si poteva parlare di corna o di tradimento.
Non riuscii a cogliere che mi stava anticipando che, se continuavo a scopare con altri, da un momento all’altro mi avrebbe lasciato senza neppure salutare; infatti, ribadì con forza che, nell’economia ‘familiare’, io contribuivo per piccola parte, visto il salario inferiore e le spese per la mia cura dell’estetica; se se ne fosse andato, avrei avuto problemi ad affrontare le spese correnti.
Neppure feci caso alle precisazioni, perché per me lui sostituiva mio padre nel viziarmi; ai miei non avevo mai chiesto da dove venissero i soldi per mantenermi; esigevo che lo facessero e loro mi accontentavano; da quando mi ero trasferita a vivere con Mario, mi comportavo allo stesso modo e non mi preoccupavo di niente; anche scopare liberamente con chi e quando mi paresse rientrava in quella condizione di sinecura che ritenevo mi fosse dovuta.
Oltre al caporeparto, cominciai a farmi sbattere da un piccolo dirigente della fabbrica, a capo dell’ufficio dei beni della ditta, che non mi poneva molti problemi anche di accavallamento; sposato, aveva pochissimo tempo di libertà dalla moglie e doveva ricorrere piuttosto all’escamotage di inventarsi viaggi di lavoro, prevalentemente nei fine settimana, nei quali mi faceva figurare segretaria e accompagnatrice.
Dal venerdì pomeriggio alla domenica sera, per quei sei mesi di ‘allegria’, visitai cittadine e località deliziose, ma soprattutto alberghi e alberghetti dove ci scatenavamo in lunghissime scopate; non era un gran che a letto, il tizio, con un cazzo appena nella media e che non sapeva affatto usare; per fortuna, potevo rimediare io, con la grande scuola di Mario, e gli regalavo pompini, inculate, spagnole e giochini di tutti i tipi che lo mandavano regolarmente in paradiso.
Col mio partner ebbi qualche difficoltà a giustificare le mie assenze per interi week end; forse perché era cornuto contento; forse perché era troppo innamorato per contrastarmi; forse perché non se ne fregava più di me; non so perché, glissava su tutto e faceva finta di non capire anche se, secondo me, aveva ben chiaro che andavo a scopare col piccolo dirigente; credo che sapesse anche del caporeparto ma non me ne fece mai parola.
Quando il prurito di figa si faceva sentire fuori dagli appuntamenti fissi, non disdegnavo qualche sveltina in bagno, con cazzi di bella mole già sperimentati dalle mie amiche; ogni tanto facevo una capatina in discoteca, senza Mario che odiava quell’ambiente; ma lo scopo era sempre e solo di beccare il cazzo giusto e andare a godermelo in una macchina, in una siepe o in un bagno.
Quel pomeriggio la decisione di portarmi il caporeparto a casa nasceva proprio dalla voglia di ‘forzare la mano’ al mio partner ed affermare la libertà di usare la mia casa anche per il piacere trasgressivo; ci volle poco a coordinare i tempi, visto che avevo fatto il turno di mattina, come il mio amante, e Mario invece era montato dopo pranzo e sarebbe stato alla catena di montaggio fino alle dieci di sera.
Uscimmo insieme dalla mensa e ci dirigemmo immediatamente a casa mia; non avevo chiuso la porta alle mie spalle che mi trovai avvinghiata a lui che, di spalle, mi avvolse in un abbraccio focoso e m piantò il cazzo tra le natiche, da sopra i vestiti; mi fece ruotare tra le sue braccia e mi trovai incollata ad un bacio di estrema voluttà mentre le mani mi artigliavano il seno e si spostavano poi sulle natiche che strinse e palpò, schiacciando il pube sul cazzo.
Sempre tenendomi avvinghiata, mi sfilò la gonna e la fece scivolare a terra, mi aprì la camicetta e tirò fuori le tette carnose e abbondanti che il reggiseno a malapena tratteneva; passai la mano tra i corpi ed afferrai la grossa mazza che conoscevo bene, aprii la cerniera e la presi a viva pelle masturbandola per sentirla crescere in mano fino a diventare di ferro; mi baciò lussuriosamente tutto il viso.
Tenendolo per il cazzo, lo obbligai a seguirmi in camera; mi sedetti sul bordo del letto, abbassai pantalone e slip e mi lasciai esplodere in faccia il cazzo in tutta la sua grossezza; cominciai a leccarlo con tutta la sapienza che avevo maturato in cinque anni di pompini a Mario e lo sentii gemere e mugolare di piacere; leccai accuratamente i coglioni gonfi di sborra e li presi in bocca uno per volta.
Titillai il cazzo su tutta la superficie dell’asta fino alla cappella; lo spinsi tra le labbra strette e lo affondai in gola, al limite della resistenza; nonostante la dimensione, arrivai a sentire sulle labbra i peli del pube e affrontai rigurgiti e soffoconi per chiavarmi in gola allo spasimo; per circa un’ora ci alternammo; io succhiavo il cazzo e mi chiavavo in bocca muovendo avanti e indietro la testa, fino a raggiungere i peli del pube.
Lui mi fermava e mi scopava spingendo il cazzo come in una figa disponibile e portando la cappella fin oltre i limiti dell’ugola provocandomi non pochi rigurgiti quando la punta raggiungeva parti intonse; salivavo a fontana e bagnavo il cazzo che diventava così più facile da spingere in fondo; godevo infinitamente e mi ficcai due dita in figa per trastullare il clitoride e ricavarmi qualche buon orgasmo mentre succhiavo.
Poiché aveva una buona dimestichezza col mio corpo, mi strappava piacere, brividi e scosse di libidine da ogni parte; tormentava i capezzoli che reagivano indurendosi e procurandomi brucianti piaceri di orgasmo; mi stringeva le natiche e forzava con le dita il buchetto che cedeva piacevolmente alla penetrazione; nel corso del pompino, ebbi una lunga serie di grossi orgasmi; a lui li risparmiai per farlo sborrare dopo.
Quando ci fummo saziati della bocca, mi stese supina sul letto e toccò a lui leccarmi alla grande; sentii la lingua spaziare tra cosce e grandi labbra, urlando come un animale al macello per gli orgasmi che mi scatenava; ci sapeva fare, con le dita e con la lingua, e più volte attraversò il retrocoscia e arrivò alla figa coprendola con uno strato di saliva che mi faceva vibrare; leccò e morse le piccole labbra e afferrò il clitoride.
Dopo che ebbi sborrato due volte, mi fece ruotare e mi pose carponi; da dietro, passò la lingua su tutto il perineo leccando amorevolmente tutta l’area e infilando la lingua in culo e in figa; più volte strinse tra i denti il clitoride e mi fece urlare un orgasmo violento; ormai culo e figa fremevano dalla voglia di cazzo e non aspettavo altro che decidesse di montarmi; quasi mi avesse letto nel pensiero, si accostò al culo e spinse il cazzo in vagina.
Lo sentii entrare lentamente tutto, fino in fondo; il canale vaginale reagì come sempre, artigliando la mazza e succhiandola dentro, quasi a ingoiarla fino all’utero; sentii un certo fastidio quando la punta urtò la cervice dell’utero e il cazzo fu tutto dentro, coi coglioni che spingevano sul pube mentre lui stringeva il ventre contro l’osso sacro; pareva che godesse molto a sentire il ventre pressato dalle natiche che picchiavano duro.
Mi cavalcò a lungo, afferrandosi ai seni che usava per dare forza ai colpi che batteva contro le natiche; quando la punta era contro l’utero, si strusciava con il pube contro il culo per accentuare il piacere della scopata; alternava momenti di copula intensa e continua con altri di penetrazione lenta e meditata, quasi soffermandosi ad osservare la stazza del cazzo che entrava ed usciva dalla vagina; sfilava del tutto la mazza e ripiombava dentro con violenza.
Godevo molto di quella scopata selvaggia e avrei voluto che non si esaurisse mai; giocò sulle posizioni e rovesciò tutti e due di lato sul letto; mi trovai a cucchiaio davanti a lui che imperterrito picchiava in figa; passò una mano davanti e prese il clitoride che masturbò, aggiungendo piacere a piacere; mi cavalcò a lungo da quella posizione; mi teneva sollevata la gamba libera per avere più largo accesso alla spacca.
Dopo quasi un’ora di scopata in quella posizione, si sfilò, mi rovesciò supina e mi montò addosso per cavalcarmi a missionaria; cominciò una nuova scopata che andò avanti per molti minuti; stanca di essere trattata da zerbino, lo rovesciai supino sul letto, gli montai sopra, mi penetrai in figa, all’amazzone, e diedi il via alla mia personale scopata chiavandolo come non ci dovesse essere un domani; mi artigliò i lombi e mi frenò per non sborrare presto.
Tornò a farmi sdraiare supina e mi montò sullo stomaco, seduto; appoggiò la mazza tra i seni e io presi i globi delle mammelle e li strinsi intorno al cazzo; mi chiavò così, alla spagnola, e spingeva per fare arrivare la punta del cazzo fino alla bocca; lo facilitai sollevando la testa e tirandolo verso di me; il cazzo così scopava tra le tette e arrivava con la cappella in bocca, dove lo trattenevo e lo succhiavo a lungo; sborrò senza preavviso ed io bevvi tutto fino all’ultima goccia.
Ci stendemmo ansanti e lentamente recuperammo una respirazione più o meno regolare; io appoggiai una mano sulla figa e, infilato un dito, continuai a masturbarmi per non perdere il piacere di quel primo orgasmo pieno; mi piegai verso di lui e presi in bocca il cazzo barzotto per rianimarlo; in breve, fu pronto per un nuovo assalto; prelevai dal comodino il gel che usavo per le inculate e glielo consegnai.
Mi fece disporre a pecorina e mi leccò a lungo e devotamente il culo, dedicandosi con particolare amore al buchetto; più volte mi aveva inculato, con e senza lubrificante; quella volta fece le cose per benino e cominciò a sollecitare il buchetto con le dita inserendone prima uno, poi due, poi tre, stavolta con l’aiuto del gel; quando si rese conto che l’apertura era sufficiente per infilare il cazzo senza problemi, mi fece sollevare carponi, accostò la cappella e spinse la mazza.
Grazie alla lubrificazione, la possente asta passò indenne attraverso il foro e lo sfintere che cedette con un piccolo fastidio; più di venti centimetri di batacchio furono nel retto ed io mi sentii assolutamente piena e soddisfatta di goduria e di libidine; cominciò allora ad incularmi seguendo il processo già realizzato quando mi aveva scopato in figa; prima da dietro, a pecorina, tirandomi per i seni per darsi forza; poi a cucchiaio, da destra e da sinistra, con la gamba libera sollevata, masturbandomi il clitoride.
Poi mi fece stendere bocconi e mi scopò col corpo su tutta la schiena, facendo scivolare il cazzo dentro e fuori dal culo; infine dall’alto, con le sole spalle appoggiate al letto; mi fece spostare sul bordo del letto e mi inculò faccia a faccia, supina sul bordo e col cazzo che andava e veniva sotto lo sguardo incantato di tutti e due; lo stesso fece sul letto, sollevandomi coi cuscini il culo fino all’altezza del cazzo; sborrò in quella posizione ed io urlai un orgasmo ad ogni spruzzo che colpiva l’intestino.
Ci rilassammo un poco più a lungo, stavolta; poi riprendemmo dall’inizio e ripercorremmo con gioia tutto l’itinerario, dalle prime masturbazioni attraverso i pompini più succosi e lunghi via via per le scopate e le inculate epiche; passammo le tre ore successive senza mai staccare il cazzo dal mio corpo, sopra o dentro di esso.
Alle otto mi resi conto che dovevo rimettere ordine e preparare la cena per Mario che rientrava; andai in bagno, passai sotto una doccia veloce e indossai un accappatoio; lui si lavò rapidamente e si rivestì; al momento di salutarmi, mi chiese se e quando ci saremmo rivisti; gli feci presente che per un mese almeno sarei stata impegnata in attività lavorativa; quando fossi rientrata dagli impegni, gli avrei fatto sapere; nel caso, saremmo tornati nella mia casa che si era dimostrata utile e valida.
Riuscii a fare le mie cose appena in tempo per il rientro di Mario; non ottenni di smaltire l’odore di esso che stagnava dominante nella camera, ma me ne fregavo, perché ormai avevo deciso che lui poteva e doveva solo accettare le mie scelte; se fosse stato un cuckold, sarebbe stato meglio per tutti, perché avrei scopato in complicità con lui; se non lo era, non aveva nessun diritto sulle mie scelte e poteva solo favorire i miei capricci come aveva sempre fatto.
Mario, quando entrò e si trovò davanti me in accappatoio, evidentemente segnata dalle fatiche del sesso, e la camera sconvolta con il sentore di sesso in ogni dove, fece solo una faccia schifata; andò nel suo studiolo, si cambiò e si dedicò al lavoro che si era portato a casa; preparai in tavola e cenammo in un silenzio di tomba; mentre governavo in cucina, tornò a dedicarsi al suo lavoro; prelevò dei cuscini, delle lenzuola e delle coperte e si preparò, nello studio, il lettino sul divano.
Non ci scambiammo una sola parola per tutti i giorni seguenti, fino al giovedì della crisi; il giorno seguente sarei partita col dirigente per un giro di ricognizione tra fornitori, associati e ditte collegate; prevedeva una durata di almeno un mese e ancora non avevo avvertito Mario anche se ero certa che sapeva; avevo deciso però di dare una mazzata finale per fare chiarezza; dopo il turno mattutino, avevo il pomeriggio libero; lui lavorava.
Nel tardo pomeriggio, andai al bar che frequentavo di solito, soprattutto nei bagni; avevo già puntato un ragazzo che avevo sperimentato in un pompino ed in due pecorine svelte; il suo cazzo superiore ai venti centimetri mi aveva intrigato; andai decisa a portarmelo a casa e scoparci fino al rientro di Mario; mi sarei fatta trovare a scopare e ci saremmo scontrati; sognavo che si rivelasse cuckold e partecipasse alla scopata; in caso contrario, si sarebbero valutate le scelte.
Erano le sette e mezza, quando tornai a casa abbracciata al giovane amante provvisorio; impiegai meno di un lampo a spogliarmi, a spogliarlo e a spingerlo con me sul letto; impegnammo al massimo un’ora per i preliminari, tra pompini, leccate e scopata in figa; alle nove circa mi stava inculando alla grande quando sentii che la porta si apriva.
“Mario, sei tu?”
“Chi vuoi che sia?”
“Come mai già qui”
“Chiusura anticipata per motivi tecni …. “
La parola gli rimase a metà perché si era affacciato alla camera e mi aveva vista a pecoroni prendermi nel culo la grossa mazza dello sconosciuto.
“Che significa, questo?”
“L’utero è mio; la casa è mia, il letto è mio; scopo con chi mi pare, quando mi pare, dove mi pare … Se come credo sei un cuckold, accomodati e stai a guardare; se invece sei turbato, cercati le soluzioni … “
“Cuckold saranno tuo padre, tuo nonno, tuo fratello, tuo zio, tutti i maschi che proclami cornuti; io sono un etero puro e sono altrettanto libero; fai quel cazzo che ti pare; la casa è tua e te la libererò appena possibile … “
Uscì e sentii che sbatteva la porta di ingresso; ripresi a scopare ma ormai lo spirito era venuto meno; al ragazzo si era ammosciato e non c’era verso di farglielo tornare duro.
“Senti, impotente, così fai il maschio? Basta che entra uno sconosciuto e non vali più niente?”
“Che io non sia impotente, lo hai già verificato in bocca, in figa e in culo; che tu sia troia, lo dimostri ogni volta che agganci un maschio e te lo scopi; che tu fossi una vipera sanguisuga, neppure lo immaginavo e mi sconvolge; non ho mai saputo di una donna più spietata, puttana e cinica di te; hai fatto la peggiore sorpresa che un uomo possa avere. Vaffanculo, ma con un altro cazzo; io perderei dignità se adesso ti scopassi!”
Si vestì incazzato e andò via sbattendo la porta; mi preparai la cena e la consumai rabbiosa più di un cane randagio; mi sedetti alla televisione e feci zapping tra programmi insulsi o incomprensibili; non sapevo con chi essere feroce, se con quel cornuto del mio partner che continuava a frustrare i miei desideri, dopo averli favoriti per cinque anni, con quell’ameba del ragazzo che si era ammosciato per una scenetta ridicola di amanti che si scannavano o con me stessa che stavo forse facendo la scelta peggiore.
Mentre mi rotolavo nella mia inerzia dolorosa, rientrò Mario; decisi di dagli l’ultima batosta.
“Senti, cornuto, io domani parto col mio titolare per un viaggio di ricognizione; durerà forse più di un mese; avrai tutto il tempo che vuoi per riflettere sulla tua stupidità e decidere se vuoi smetterla di fare il maschio alfa con me che sono una donna con le palle; quando tornerò, ti farò sapere quali diritti avrai ancora in questa casa … “
“La vita è mia, le scelte sono mie; non mi vedrai più in questa casa; ti sto dicendo addio; se non arrivi a capirlo, dio abbia pietà di te; io ne ho avuto già troppa; vattene a scopare col tuo amante preferito, torna quando ti pare; forse sarebbe meglio se non tornassi più; non preoccuparti per me; conosco la strada per uscire dal bosco; sarò fuori prima che tu parta.”
“Si vede che ti piace il melodramma; ti è sempre piaciuto, da quando ti proclamavi innamorato di me; non ti ho mai amato, per questo sono in vantaggio; tu sarai sempre schiavo del tuo amore per me … Ciao, cornuto!”
Ero profondamente convinta del vantaggio che il suo amore mi dava; innamorato come si diceva, non avrebbe mai avuto la forza di abbandonarmi e si sarebbe arreso; io, intanto, mi godevo la mia vacanza; peccato che l’amante non fosse proprio il massimo; ma, educato per bene e guidato opportunamente da una donna di classe come me, avrebbe dato il meglio; andai a dormire quasi pacificata e mi alzai presto per andare al lavoro; lasciai a casa Mario che sfaccendava intorno a delle valigie.
Il ‘giro di ricognizione’ si allungò di parecchio e passarono quasi due mesi, prima che io e il dirigente tornassimo in sede, accolti quasi con onori per il lavoro svolto ma anche profondamente rilassati per le grandi scopate che ci eravamo fatti; la sorpresa per me fu, tornando a casa, di trovarla totalmente vuota, con la puzza stagnante dei locali che sono rimasti troppo a lungo deserti; sul tavolo, sotto un dito di polvere, le chiavi di Mario giacevano abbandonate.
Non riuscivo a rendermi conto di niente; un miliardo di interrogativi si affacciavano alla mente e mi lasciavano solo stordita e interdetta; dove aveva vissuto il mio amico? Perché non ero mai riuscita a rintracciarlo al telefonino? Dove aveva consumato i suoi pasti? Perché le chiavi erano sul tavolo di cucina se la porta era chiusa e lui non c’era? Forse si era rifugiato a casa di qualche amico o amica e le chiavi le aveva lasciate sbadatamente in casa.
Ecco, questa mi pareva plausibile; aveva chiesto ospitalità a qualcuno che gli fornisse vitto e alloggio, pagando naturalmente; una volta, per errore, era uscito senza portarsi via le chiavi e non aveva potuto più rientrare; aveva deciso di aspettare che tornassi per farlo con me; questa era la soluzione possibile, l’unica che il mio egoismo poteva accettare; a quell’ora forse era al lavoro e, non sapendo che ero tornata, non sarebbe venuto a casa dove non poteva rientrare; sarei andata a prenderlo io.
Feci con gioiosa speranza il percorso fino ai cancelli della fabbrica, sicura che lo avei visto uscire; li vidi tutti, dalle amiche più care ai volti sconosciuti; vidi anche molti di quelli che mi avevano scopato e il terrore mi passò come brividi sottopelle; lui non uscì e ormai non c’era quasi più nessuno; ero disperata; non sapevo cosa pensare; provai a chiamare Norma, l’unica con la quale avevamo, sia io che Mario, un rapporto leale e chiaro.
“Ciao, Norma, sono ai cancelli della fabbrica e aspettavo Mario ma non s’è visto. Ne sai qualcosa?”
“Sapevo che eri tornata; lo sa anche lui; siamo usciti insieme e lui è andato a casa … “
“No, a casa ci sono stata e lui non c’è; anzi ha lasciato le chiavi e non credo che possa entrare, senza … “
“Ma di quale casa parli?”
“La nostra …. “
“A me risulta che l’hai classificata solo tua!”
“L’ho detto in un momento di rabbia; lui sa bene che è sua quanto mia …. “
“Anche gli stalloni che ci porti? Anche i cazzi che ti succhi? Piccola, bada a quello che dici e fai; le parole possono essere coltelli; tu hai già straziato molto!”
“Norma, per pietà, cosa stai cercando di dirmi?”
“Che Mario è a casa sua, con la sua donna, felice come non è mai stato; vattene a casa tua, dimenticalo e cerca di metterti l’anima in pace. Buona fortuna, amica mia ... “
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