In campeggio, plagiati da un mandingo maturo
Quella volta decidemmo di fare un’esperienza diversa, andare in vacanza con il camper in Croazia e più precisamente sull’isola di Hvar, un paradiso di pinete lussureggianti, calette tranquille e mare cristallino.
Nel campeggio, che era molto grande, scoprimmo che le spiagge più belle erano nella zona nudisti; pertanto, tendevamo ad andare in spiaggia lì vicino per gustarci appieno il bel mare.
Diverse volte avevamo intravisto, provenire dalla zona nudisti, un marcantonio di mezza età alto circa un metro e novanta, capelli folti e neri, abbronzatissimo, con un paio di tatuaggi sulle braccia, girava sempre nudo in spiaggia, con una dotazione che attirava l’attenzione delle signore e l’invidia dei maschi.
Un giorno, mentre mi stavo sciacquando alla doccia della spiaggia, comparve al mio fianco lui, che con un sorriso furbo, sciacquandosi, ebbe modo di mettere bene in mostra il suo membro, con aria indifferente mi guardò negli occhi e fece un cenno di saluto, a cui risposi per educazione, rimanendo un po’ imbarazzata da tale vista. In spiaggia raccontai l’episodio a mio marito Carlo che commentò: “probabilmente va in giro a distribuire felicità alle signore del campeggio”.
In seguito lo incrociammo più volte, scambiando un cenno di saluto, finché un giorno, mentre eravamo su una caletta più isolata, alle nostre spalle arrivò il mandingo con tre birre ghiacciate e un sorriso sfrontato. Ci salutò in italiano presentandosi come Jacques, un italo-francese che era stato nella Legione Straniera per diversi anni; ora che era un libero professionista ed era in vacanza in tenda sull’isola e, avendo sentito parlare italiano, era in cerca di compagnia. Vista l’esuberante simpatia mista a sfacciataggine, accettammo le birre; lui si stese vicino a noi e iniziammo a conoscerci chiacchierando del più e del meno. Più volte i miei occhi tendevano a cadere sulla dotazione di Jacques e la situazione iniziò a intrigare non poco mio marito che si era accorto della cosa. Quando, dopo un paio d’ore in cui entrammo in confidenza, chiacchierando un po' di tutto ma soprattutto ascoltandolo mentre raccontava della sua vita avventurosa e movimentata, Carlo dovette andare in bagno che si trovava nella parte centrale del campeggio e ben distante dalla nostra postazione. Nel frattempo, Jacques approfittò dell’occasione per invitarmi a fare una nuotata. Affascinata dal personaggio, accettai e ci allontanammo, spingendoci anche abbastanza al largo.
In una piccola baia tranquilla iniziò ad avvicinarsi con la scusa di farmi vedere una stella marina che aveva raccolto dal fondo del mare e così facendo casualmente cominciò a strusciarsi addosso con la scusa di mantenersi a galla. Ero in confusione, combattuta tra la vergogna e l’eccitazione. Di fatto, rimanendo inerte, Jacques capì di poter osare di più; ne approfittò per abbracciarmi da dietro e apprezzare la consistenza del mio corpo formoso, iniziai ad abbassare le difese e a lasciarmi andare a questi atteggiamenti giocosi che sconfinavano nell’erotico e, quando lui cominciò a baciarmi il collo sussurrandomi complimenti spinti all’orecchio, cedetti e, voltandomi, mi lasciai baciare.
Da baci normali a quelli alla francese il passo fu breve per poi arrivare a tocchi nelle zone erogene, la situazione si stava decisamente surriscaldando, Jacques mi portò dietro uno scoglio e continuò a spingersi oltre, rimarcò di essersi accorto del mio sguardo interessato al suo uccello e pertanto mi invitò con le sue manone a mettermi in ginocchio, con il chiaro intento di invitarmi a prendermi cura del suo membro. Mi prodigai con passione ma, dovetti penare non poco per gestire le abbondanti dimensioni del suo cazzo e solo dilatando la mascella più una buona lubrificazione contribuii alla felicità di Jacques, il quale, dopo qualche minuto che si gustava il mio pompino, mi inondò la bocca di caldo sperma.
Quando mio marito ritornò nella caletta, mi trovò stranamente in topless, con un’espressione turbata e il leggero trucco sbavato. Quando si avvicinò per baciarmi, dovette sentire un odore strano; a quel punto, sentendomi scoperta, lo guardai fisso negli occhi e lo baciai sulla bocca davanti al mandingo. Mio marito riconobbe subito il sapore e, tra lo sbalordito e l’eccitato, vidi il ghigno di Jacques. Dopo questa confessione muta alla mia dolce metà, il francese ci prese per mano e accompagnò a vedere lo scoglio; qui iniziò accarezzandomi con apparente dolcezza, partendo dai cappelli segui poi il profilo del naso e a contornare le labbra per poi forzarle con due dita che iniziò ad infilare in bocca con lenti movimenti alternati a simulare il suo desiderio, aggiunse il terzo dito e spingendo sino in gola provocandomi, a forza di conati, una sovra salivazione che era il preambolo per infilarmi il suo maestoso cazzo da prima in gola e successivamente a forzare anche Carlo a ingoiare.
Mio marito, tra l’imbarazzato e l’eccitato, si lasciò trasportare dalla personalità di Jacques e iniziammo a succhiarlo. Mentre eravamo entrambi lì, soggiogati dalla sua presenza, Jacques interruppe il silenzio con una voce profonda, quasi calma: “Guarda tuo marito, Tina”; mormorò, senza smettere di accarezzarmi la nuca con forza. «Ti ha trovata sporca del mio sperma e, invece di incazzarsi, è qui a supplicarne ancora”.
Con il fiato corto e gli occhi lucidi, riuscii solo a sussurrare: «Sì... Jacques, lui sa che non può resisterti. Con quell'autorità naturale che lo contraddistingueva, lo spinse ad avvicinarsi ancora di più a noi, annullando ogni residua distanza fisica e mentale. Il calore dell'anfratto e l'odore del mare sembravano amplificare la tensione erotica tra noi tre.
Jacques, con un sorriso quasi di sfida ma profondamente coinvolgente, lo guardò fisso negli occhi mentre la mia mano continuava a scorrere ritmicamente insieme alla sua. In quel momento, mentre le nostre mani si muovevano all'unisono sul suo corpo, Jacques interruppe il ritmo per prenderci entrambi per il collo, costringendoci a guardarlo. Non c’era violenza nel suo gesto, ma una padronanza assoluta che non ammetteva repliche. Sotto il suo tocco, sentii la mia volontà sciogliersi completamente; i miei occhi erano lucidi, fissi su di lui come in attesa di un ordine. Ci spinse nuovamente l'una contro l’altro finché le nostre labbra tornarono sul suo membro luccicante. Jacques si godeva lo spettacolo della nostra sottomissione, alternando carezze rudi a parole che sgretolavano ogni residua resistenza morale di Carlo.
Sentivo il respiro affannato di mio marito confondersi con il mio, mentre Jacques aumentava la pressione sulla sua nuca, spingendolo a esplorare il limite estremo della sua inibizione, a questo punto egli esplose la sua erezione in una scarica di sperma che lo soffocò, tossì ma lui tappandogli il naso lo obbligo a non sputarla e ordinò a me di baciarlo in bocca senza disperdere una sola goccia del suo miele, così ci ritrovammo a passarci la sborra da una bocca all’altra sino a quando non l’abbiamo ingurgitata tutta.
Dopo questo amplesso ritornammo alla piazzola e, ormai succubi dalla personalità del nostro amico, lo invitammo a cena per ringraziarlo delle emozioni che ci aveva donato.
Sul tardi, si presentò con una bottiglia di vino, indossando una camicia bianca che risaltava l’abbronzatura e quel sorriso sfacciato che ci aveva stregati. Cenammo all’aperto, chiacchierando e scherzando, il vino finì presto e dovemmo aprirne dell’altro, eravamo sempre più attratti dalla sua forte personalità.
Dopo cena, ci propose una passeggiata sul lungomare per digerire e ammirare le stelle. Quando fummo lontani dal campeggio, Jacques, dapprima iniziò a prendermi per mano, poi lentamente mi abbracciò sussurrandomi all’orecchio parole che mio marito non riusciva a sentire e, approfittando del buio, iniziò a baciarmi sul collo; Carlo ci seguiva a pochi passi, bloccato da un misto di eccitazione e sudditanza nei suoi confronti. Giunti in un praticello isolato, Jacques si stese e abbracciandomi iniziò lentamente a spogliarmi. Assaporò il mio seno, stuzzico i capezzoli con i suoi denti bianchi, cominciò a scendere con la mano sulla mia fica ormai bagnata e iniziò a masturbarla. A Carlo chiese di sfilargli i pantaloni ed i boxer. Mentre il vecchio porco mi faceva sciogliere con un cunnilingus magistrale, ordinò a mio marito di preparargli il cazzo che stava per violarmi.
Frastornato e con spirito sottomesso, eseguì il compito che il maschione gli aveva assegnato. Portato il cazzo a un turgore incredibile, Jacques puntò la grossa cappella alle labbra della mia fica e, con un colpo secco, entrò fino in fondo, costringendomi a un urlo incontrollato. A quel punto Carlo rimase spettatore di una cavalcata selvaggia che si concluse con l'eiaculazione di lui dentro la mia vagina. Immagini che avevano sconvolto il mio caro maritino che era rimasto come paralizzato, fu Jacques a ridestarlo ordinandogli di leccare lo sperma che fuoriusciva dalla mia fica.
Concluso l’amplesso e ripresi dagli sforzi, ritornammo verso il campeggio a notte ormai inoltrata. Mentre percorrevamo il sentiero verso il camper, il silenzio della notte era rotto solo dal fruscio dei passi. Jacques mi teneva stretta a sé, quasi rivendicando un possesso naturale, mentre mio marito camminava un passo indietro, ancora scosso dal sapore e dalle immagini di poco prima. Jacques ruppe il silenzio con la sua solita voce calda e sicura: “Siete stati meravigliosi," esordì, voltandosi appena verso Carlo con un sorrisetto complice. Tua moglie ha un corpo fatto per essere adorato, ma è la tua obbedienza che ha reso tutto così perfetto. Io, con la voce ancora un po' impastata, sussurrai: "Mi sono sentita mancare, Jacques. Non avevo mai provato nulla di così violento e dolce allo stesso tempo. Lui mi baciò la tempia, poi fissò i suoi occhi in quelli di Carlo: "E tu? Ti ho visto mentre eseguivi i miei ordini. Ti è piaciuto vedere come la tua donna accoglieva ogni centimetro di me, sapendo che eri lì solo per servire il nostro piacere e il tuo padrone.”
Rientrati nell’intimità del camper, invitammo Jacques per il bicchiere della staffa, sotto la luce tremula e soffusa delle candele. L’aria si fece presto densa, quasi elettrica. Bastarono pochi sorsi perché l'atmosfera diventasse incandescente. Senza troppi preamboli, lui mi attirò sul letto: il nostro petting spinto divenne rapidamente selvaggio, un intreccio di sospiri che spinse mio marito a unirmi a quel gioco magnetico.
Ero in estasi, vibravo sotto i tocchi esperti di Jacques, che sapeva esattamente come spingermi oltre ogni limite; Carlo si muoveva tra noi, catturando ogni dettaglio di quel desiderio crudo. Per prima cosa mi ha posseduta con una forza travolgente mettendomi alla pecorina e gustandosi il mio culo burroso.
Jacques si concesse un attimo di tregua, poi con lo sguardo da porco fissò il mio culo nudo e con la voce bassa, ordinò a mio marito di prepararmi e lubrificarmi con cura: era arrivato il momento in cui avrebbe violato anche il mio secondo canale. Ero tesa, pensare di farmi penetrare dal cazzo massiccio di Jacques mi preoccupava assai. La tensione nel camper raggiunse il culmine quando Carlo, con gesti lenti e complici, iniziò a eseguire l’ordine di Jacques e con un lubrificante adeguato iniziò a lavorare il mio prezioso buchetto! Il silenzio era rotto solo dal suono del suo respiro pesante, che osservava ogni movimento con autorità, mentre Carlo si occupava di me, i nostri sguardi si incrociarono: nei suoi occhi leggevo un misto di eccitazione e devozione. Jacques non staccava gli occhi da noi; si godeva la scena di mio marito che mi preparava per lui. Quando Carlo ebbe finito, Jacques si fece avanti, mi afferrò con decisione per i fianchi, facendomi sentire tutta la sua erezione e la determinazione di chi non chiede, ma prende.
Mio marito restava accanto a noi, pronto a godersi lo spettacolo della mia resa totale. Il contatto fu come una scossa elettrica, subito mi colse un immediato bruciore. Quando Jacques mi afferrò, sentii tutta la sua presa; decisa, esperta, priva di esitazioni. Le sue mani, calde e ruvide per il contrasto con la delicatezza dei tocchi di mio marito, presero possesso del mio corpo. Mentre Carlo si scostava appena per lasciargli spazio, continuando però a sfiorarmi con lo sguardo e con le dita, Jacques si fece vicino fino a farmi sentire il calore del suo respiro sul collo. Mi costrinse a assecondare la sua posizione, rendendomi vulnerabile e totalmente esposta al suo desiderio. Il momento della penetrazione fu un urto di sensazioni contrastanti: la preparazione accurata di Carlo aveva reso tutto fluido, ma l'intensità di Jacques era travolgente. Sentivo ogni muscolo del suo corpo premere contro il mio, la sua cappella che spingeva per entrare nel mio culo, Carlo non restò a guardare passivamente. Si sistemò di fianco a noi, rannicchiato sul bordo del letto, con gli occhi sgranati e lucidi per l’eccitazione, con una mano si masturbava lentamente, mentre con l’altra cercava il mio viso per rassicurarmi o forse per godersi meglio la mia resa. Non c’era gelosia nel suo volto, solo una fame visiva insaziabile.
Il respiro di Jacques si fece corto, un suono roco che riempiva lo spazio ristretto del camper, il ritmo delle sue spinte diventava frenetico e inarrestabile. Sentivo la sua tensione muscolare arrivare al limite. Quando egli iniziò ad eiaculare sborra calda nel mio intestino, fu un’esplosione di possesso assoluto.
Svuotata e sventrata dall'amplesso di Jacques, mi ero trascinata di lato a dormire con il suo sperma che scendeva lentamente dal mio ano dilatato.
Carlo, lasciando il vecchio porco avvinghiato a me come un corpo unico sul letto matrimoniale, si trasferì a dormire sul divanetto.
Al risveglio, la scena che ha accolto mio marito era: io incollata al corpo di Jacques, con gli occhi ancora lucidi di desiderio, mentre lui mi artigliava il seno con una mano e affondava le dita dell'altra mano sul monte di Venere, violandomi anche con la mano.
Appena ci siamo accorti del suo sguardo, non c’è stato imbarazzo, ma una sorta di esibizionismo trionfante. Ho inarcato la schiena contro il mio padrone per sentire la sua erezione, emettendo un gemito rauco, mentre i miei occhi languidi si piantavano nei suoi, costringendolo a guardare. Jacques, dal canto suo, non ha ritratto la mano; al contrario, ha affondato le dita con più decisione, rivendicando il possesso su di me davanti ai suoi occhi. Con un movimento lento e deliberato, ha stretto la presa sul seno facendomi sussultare, mentre i suoi occhi restavano fissi in quelli di Carlo, gelidi e carichi di una sfida silenziosa. «Vieni qui», ha ordinato a mio marito, la voce ancora sporca di sonno non ammetteva repliche, mi sono scostata appena da lui, che mi ha aperto le gambe in un invito muto e spudorato, mentre con la mano cercava la mia. Jacques che sfoggiava un’erezione in atto, lo ha afferrato per la nuca, forzando la sua bocca contro la mia, mentre lui stava già lavorando la mia fica con un ritmo metodico e crudele fino a portarmi ad un nuovo orgasmo.
Più tardi, decidemmo di sistemarci e andare a fare una doccia, Jacques si lamentò di un fantomatico dolore alla spalla e mi chiese di aiutarlo a lavarsi. Un po' imbarazzata, entrai nelle docce comuni con lui, sotto gli sguardi stupiti degli altri campeggiatori; una volta nudi dentro la doccia sentivo ancora addosso il mio odore misto al suo di sperma. Iniziai con il lavargli con devozione la schiena per poi passare al torace quando, con uno sguardo, mi invitò a prendermi cura del suo membro intriso dei nostri umori che, con poche passate, riprese subito vigore, ricordandomi la differenza di dimensioni tra lui e quelle di mio marito. Ad un certo punto Jacques lasciò volontariamente cadere la saponetta e con un sorriso beffardo, mi invitò a raccoglierla. Rassegnata mi chinai; lui mi riprese per i fianchi e puntò la sua cappella lucida dritto alla mia “rosetta” ancora arrossata dalla sera prima. Aiutandosi con un po’ di sapone e con una spinta decisa entrò, facendomi sfuggire un urlo, questa volta non c’era la mano dolce di Carlo e il lubrificante, dopo cinque minuti di fuoco fatti di stantuffate possenti, godette dentro di me come un animale e quando usci fuori sentii un grande rivolo di sborra scendere abbondante sul pavimento, un vuoto interiore oltre che un bruciore lancinante.
All’uscita delle docce lui camminava tronfio e io accanto a lui con passo dolorante e un’espressione smarrita. Arrivati alla piazzola trovammo Carlo che ci aspettava, per prima cosa mi baciò, dandomi uno schiaffo sulla natica ancora dolorante.
Di questo strano quadretto familiare non si stupì il nostro vicino altoatesino che, dopo la scena nella doccia con Jacques, aveva mangiato la foglia.
Il signor Franz, dopo che Jacques ci aveva lasciati, scelse il momento meno opportuno per cercare di fraternizzare e mentre Carlo ed io rientravamo nel camper, lui rimase fermo tra le nostre piazzole, il suo sguardo curioso mi fece arrossire all'istante.
Si schiarì la voce e, con il suo accento marcato, disse: “le docce di questo camping hanno le pareti molto sottili e il sapone... a volte non basta a soffocare i bruciori. Spero che il “dolore” di prima sia passato, rendendo chiaro che aveva capito e sentito tutto, dal primo urlo all'ultimo rivolo. Rientrammo nel camper, salutandolo imbarazzatissimi.
Nel pomeriggio mentre oziavamo fuori della piazzola passò Jacques che mi invitò a fare un giro con il suo kayak a due posti per esplorare una baia lontana, poi rivolgendosi a Carlo disse: “purtroppo ci sono solo due posti, ti conviene rimanere qui a bere una birra con il tuo amico Franz! “ E, così dicendo, ci allontanammo con il kayak che scompariva dalla vista.
Molto tempo dopo facciamo rientro alla piazzola, camminavo abbracciata a Jacques e quando arrivammo al camper avevo ancora una evidente macchia sul reggiseno e uno spruzzo biancastro tra i capelli, quando arrivai da mio marito che intanto era rimasto tutto il tempo in compagnia del nostro vicino, gli diedi un bacio e all’orecchio gli confidai che Jacques mi aveva “distrutta!”
Il nostro vicino, con un sorriso sardonico, si prese la sua birra e se ne andò salutandoci.
Quando Jacques si fu allontanato, mio marito aveva lo sguardo fisso sulla scia lasciata da quel maschio così virile e autoritario, riconoscevo il suo peso allo stomaco, quello che mi ha sempre confessato essere come un misto di adrenalina e vuoto. Capiva che quella macchia tra i miei capelli non era solo un segno fisico, era una bandiera piantata sul confine della nostra complicità. Nella sua mente si stava chiedendo se quello che provava in quel momento era vera gelosia o una strana forma di eccitazione distaccata. Vedere sua moglie così devastata, con lo sguardo perso di chi ha toccato un limite a cui lui, sicuramente, non sapeva portarla.
Sa benissimo che la mia confessione sussurrata all'orecchio non è stata una richiesta di perdono, ma un vanto, un invito a riconoscere la potenza sessuale di quel maschio possente e potente. Mi siedo accanto a lui, avvertendo il calore che emana il mio corpo, ancora eccitato per l'incontro con Jacques. Non mi ricompongo, non mi scuso, mi limito a fissare il vuoto con un mezzo sorriso, ancora immersa in quel piacere erotico che mi ha svuotata.
Non c'è traccia di vergogna in me, solo un bisogno viscerale di ripercorrere con le parole quello che ho appena vissuto sulla pelle.
Inizio a raccontare di come Jacques, una volta attraccati in una spiaggetta deserta, senza troppi giri di parole e con una foga quasi animalesca ha iniziato ad approcciarmi. Gli descrivo la pressione delle sue mani, il caldo della roccia contro la schiena e la pressione soffocante del suo cazzo che mi martellava ovunque. "Non mi ha chiesto nulla", sussurravo con la voce ancora roca, si è preso tutto come se gli spettasse.
Gli confesso che quello spruzzo di sborra tra i capelli è stato il sigillo finale che lui ha vietato di cancellare, di un atto che mi ha lasciata svuotata, priva di forze, incapace di opporre alcuna resistenza. Gli descrivo il contrasto tra la sua rudezza che non mi ha risparmiato nessun pertugio, mi ha spanato sia la fica che il buco del culo e, il sorriso sardonico che lui ha mantenuto per tutto il tempo.
Mentre parlo, gli occhi di Carlo tornano a brillare di quella luce febbrile e capisco che rivivere il momento, da me raccontato, lo eccita quasi quanto l’aver assistito all'atto stesso.
Il mio racconto si fa più crudo, quasi un sussurro spezzato dal respiro ancora corto.
Gli descrivo come il mio corpo abbia risposto a quell'irruenza in modo incontrollato: la sensazione di essere completamente in balia di Jacques, anche se mi vergognavo per le posizioni oscene in cui ci siamo accoppiati come animali a cielo aperto e come una barchetta di pescatori, non troppo distante, avesse visto tutto, gli rinfaccio la quantità di sborra che mi ha riversato addosso e in gola, gli racconto di come la forza di Jacques mi abbia costretta a cedere ogni difesa, trasformandosi in un piacere quasi doloroso, che mi ha tolto il fiato.
Una volta rientrati nel camper, mi sono dedicata interamente a mio marito.
Appariva svuotato, quasi fragile, ancora prigioniero di quel racconto così crudo che gli aveva procurato un piacere così intenso; mentre la mia pelle, segnata e lucida di umori, raccontava l’impeto di quanto era accaduto.
Dopo un sonno profondo e ristoratore, mi sono aperta a mio marito con una confessione sofferta: Jacques sarebbe partito in serata e voleva che ci tenessimo in contatto per incontri futuri, Carlo era disponibile ad accontentarlo, ma io ho insistito per non farlo, eravamo troppo presi da quella storia, se continuavamo a pendere dalla volontà di Jacques, temevo che in breve quell’uomo avrebbe potuto fare qualche cazzata di quelle che si pagano care e sfasciare la nostra famiglia, così, a malincuore, lo convinsi che la cosa migliore era tagliare i ponti.
Jacques non era soltanto un bull eccezionale ma anche un leader carismatico carico di fascino ma troppo pericoloso per chi gli ruota attorno. In me c’era un conflitto lacerante, ma il buon senso mi doveva guidare. Mi stavo innamorando del mio stallone e ciò era molto pericoloso per la nostra coppia.
Più tardi, Jacques ci ha raggiunti per un ultimo brindisi, un commiato che sapeva di addio definitivo. Sotto lo sguardo curioso del nostro vicino di piazzola, ha suggellato il saluto con un bacio lungo e esibito, che sembrava voler marcare il territorio un'ultima volta prima di sparire. In quel gesto, consumato davanti a tutti, c’era tutta la sfacciataggine di chi sa di aver lasciato un segno indelebile, lasciandoci lì, soli, a fare i conti con il vuoto della sua partenza.
Le prime ore della notte trascorsero in un silenzio surreale, finché l'argine crollò. Iniziai a tremare, un fremito leggero che divenne presto un pianto convulso, soffocato contro il cuscino per non farmi sentire dai vicini. Non erano lacrime di pentimento, né di gioia; era il pianto di chi si sente svuotata, strappata via da un vortice che l'aveva fatta sentire viva e ora la restituiva alla realtà, nuda e fragile. Mio marito si era avvicinato, avvolgendomi con le sue braccia rassicuranti, sentendo il calore umido delle mie guance contro il suo petto.
In quel pianto c'era tutto: il dispiacere per la partenza di Jacques, la vergogna per essere stata osservata dai campeggiatori in quelle condizioni e, soprattutto, quel disperato bisogno di essere “salvata” che gli avevo confessato poco prima.
Mi ha stretta forte, lasciando che le mie lacrime bagnassero la sua pelle, consapevole che ogni sussulto del mio corpo era un passo faticoso verso il nostro ritorno alla normalità.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per In campeggio, plagiati da un mandingo maturo:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
