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Resurrezione di Donna - Cap. 23


di Lauretta_Stefano
30.06.2026    |    52    |    3 9.0
"La guardò negli occhi e le porse un bigliettino da visita "Sei stata veramente incredibile..."
Dopo la prima scena girata con Max, Fabiola si immerse in una frenetica sequenza di riprese che moltiplicarono rapidamente la sua visibilità. Talvolta interpretava la sottomessa docile, altre volte incarnava una donna divorziata che usava il proprio corpo come arma di vendetta contro l'ex marito, o ancora recitava accanto a Renato nei panni del cuckold affamato di umiliazione. In quel microcosmo di produzioni semi-amatoriali, il suo volto mascherato divenne iconico, tanto che uomini disparati per età, provenienza, estrazione sociale, industriali annoiati, professionisti in fuga dal matrimonio, giovani eredi con molti soldi e poco cervello, sborsavano cifre da capogiro per un'ora della sua compagnia.
I dividendi di quella notorietà si manifestarono con rapidità sconcertante. Renato trovò un appartamento signorile a due passi da piazza Ferretto, il salotto buono di Mestre; si aggiudicò un SUV tedesco usato ma impeccabile, e si circondò di capi griffati che lo trasformarono nella parodia dell’uomo facoltoso. Fabiola, per contro, sviluppò un gusto raffinato che cancellava ogni traccia del precedente abbigliamento succinto, abbracciando silhouette eleganti che valorizzavano il suo fisico senza bisogno di volgarità esibizionista.
Ovviamente, vino e cocaina erano sempre presenti, anche se Fabiola, ormai rassegnata al fatto che quella vita fata di sesso, mercimonio, degradazione e umiliazione, fosse il massimo che meritasse una come lei, cercava di limitarne il più possibile l'uso.
Fu in quel contesto che Renato, un pomeriggio, rientrò in casa raggiante ed eccitato, chiamando a gran voce Fabiola che, quasi fosse per lei un antistress, una forma di normalità, stava lavando i pavimenti.
«Faby, ho una grande novità». Fabiola sedette sul divano in pelle bianca, certa che il tutto si sarebbe ridotto a un nuovo modo di sfruttare il suo corpo per fare soldi. Guardò Renato rassegnata, senza neppure rispondere o chiedere nulla: tanto lui non avrebbe esitato a raccontare.
«Poco fa mi ha contattato un emissario della Analcore, una delle produzioni più importanti d'Europa. Hanno visto i film girati con Max e ti vogliono per girare delle scene».
Fabiola rimase quasi impassibile, come se quelle informazioni non la riguardassero affatto. Renato attese qualche istante prima di riprendere. «Faby, ti rendi conto? Quelli sono veri professionisti, con attori veri, registi, studi di registrazione. Tutte le più famose star sono passate da loro».
Fabiola trasse un lungo sospiro. «E immagino tu abbia già detto di sì». Renato, con una punta di fastidio, la guardò dritto negli occhi. «Certo che ho accettato. Per te è un'occasione imperdibile. Con quello che ci faranno guadagnare, in poco più di un anno potrai decidere di smettere. Ti rendi conto?»
Fabiola lo guardò e, senza alcun entusiasmo, come se fosse solo un altro dei tanti giorni tutti uguali, rispose semplicemente: «Se sta bene a te...»
Renato, che ormai la vedeva quasi solo come la sua fonte di reddito, esultò come un bambino. «Sapevo che sei la mia puttana perfetta. Domani partiamo per Budapest, e tutto a spese loro».
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Il camerino odorava di talco e lucido per mobili, un mix artificiale che non riusciva a coprire il sentore più profondo di sudore e sesso che sembrava impregnare ogni superficie di quello studio. Fabiola sedeva davanti allo specchio illuminato, i bulbi disposti come un alone attorno al suo riflesso, e osservava il proprio volto senza realmente riconoscerlo.
Per la prima volta in due anni, niente mascherina. Il pensiero le serrava lo stomaco in una morsa che assomigliava alla nausea, ma che era qualcosa di più complesso: terrore puro, mescolato a una strana forma di accettazione. Aveva accettato quel lavoro sapendo cosa significava. Aveva accettato che il suo volto sarebbe stato visibile, riconoscibile, esternato in qualcosa che chiunque avrebbe potuto vedere.
Le sue mani tremavano solo leggermente mentre finiva di stendere il rossetto rosso scuro sulle labbra. Nessuna droga, nessun aiuto chimico per superare il momento. Aveva rifiutato la cocaina che le era stata offerta dietro le quinte, aveva rifiutato i bicchierini di vodka che il truccatore le aveva proposto con un sorriso complice. Voleva essere presente. Voleva sentire ogni singolo istante di quello che stava per accadere.
Fuori dalla porta, sentiva il trambusto del set che veniva preparato. Voci in ungherese e in inglese si mescolavano, istruzioni tecniche, il rumore di attrezzature spostate. Sapeva che c'erano quattro attori ad aspettarla. Due neri e due bianchi. Uno di loro era italiano, le avevano detto, come se questo dovesse farla sentire più a suo agio. Come se condividere una lingua potesse rendere meno umiliante quello che stava per fare.
Si alzò dalla sedia, lasciando che l'accappatoio di spugna scivolasse a terra. Sotto, il suo corpo era già pronto, oliato e liscio come richiedeva la produzione. Si guardò allo specchio un'ultima volta: i capelli neri arricciati alla perfezione, il trucco pesante ma elegante, il corpo snello con i seni piccoli e i capezzoli già induriti dal freddo del condizionatore. Sembrava una donna diversa. Una donna che non esisteva prima di entrare in quella stanza.
Quando la porta si aprì, non si voltò. Lasciò che l'assistente la guidasse verso il set senza dire una parola, i piedi serrati in un paio di sandali fucsia con plateau e tacco da 18 centimetri che ticchettavano sul pavimento freddo del corridoio. Ogni passo la portava più vicina a qualcosa da cui non poteva tornare indietro.
La scena veniva girata in una grande sala convertita in un ambiente domestico finto: un divano enorme al centro, tappeti spessi, luci posizionate con precisione chirurgica per catturare ogni angolazione. Gli attori erano già lì, nudi, che chiacchieravano tra loro in attesa del suo arrivo. Fabiola li esaminò con gli occhi mentre si avvicinava, facendo l'inventario dei corpi che di lì a poco l'avrebbero penetrata.
I due neri erano impressionanti, muscolosi e alti, con cazzi già semi-eretti che pendevano tra le cosce come promesse di violenza. Il più alto la guardò e le fece un cenno con la testa, un mezzo sorriso sul volto. Gli altri due bianchi avevano un aspetto più ordinario, corpi asciutti e atteggiamenti professionali. L'italiano si distinse perché fu l'unico a rivolgerle la parola quando lei entrò nel perimetro delle luci.
«Pronta?» chiese, con un accento che suonava stranamente familiare nelle sue orecchie. Fabiola annuì, senza riuscire a rispondere. La lingua le sembrava gonfia, inutile dentro la bocca.
Il regista, un ungherese con i capelli grigi legati in una coda e un paio di occhiali spessi, si avvicinò a lei con un sorriso gentile. «Tutto bene, cara?» domandò in un inglese stentato. «Sei nervosa?»
Fabiola scosse la testa. Non era nervosa. Era qualcosa di peggio. Era completamente, assurdamente lucida.
«Bene, bene» continuò lui, indicando il divano. «Iniziamo con te seduta lì. Prima dovrai ammiccare in camera, toccarti e masturbarti lentamente. Poi prenderai il dildo ed inizierai a scoparti. Ti consiglio di partire direttamente dall'ano così sarai già pronta e lubrificata. Gli uomini arriveranno uno alla volta. Tu li accogli, capito? Sorridi, mostrati contenta. Il pubblico vuole vedere che ti piace.»
Il pubblico. Fabiola pensò a quell'astrazione mentre prendeva posto sul divano, la pelle morbida contro la sua pelle nuda delle cosce. Chi era il pubblico? Uomini soli nelle loro stanze, davanti agli schermi, che si masturbavano guardando il suo corpo usato, oppure dentro un cinema mentre una come lei si concedeva. Il pensiero avrebbe dovuto disgustarla, e in parte lo faceva, ma c'era anche qualcosa di paradossalmente rassicurante in quella transazione anonima. Loro non la conoscevano. Non sapevano chi fosse, da dove venisse, cosa avesse lasciato dietro di sé.
«Azione!»
La telecamera si accese, e con essa anche Fabiola. Il sorriso le apparve sul volto come per magia, un riflesso condizionato che aveva perfezionato in due anni di lavoro. Seguì le istruzioni ricevute e, visti i volti compiaciuti, capì che stava facendo tutto correttamente.
Il primo attore, uno dei neri, si avvicinò a lei camminando lentamente, il cazzo già duro che oscillava a ogni passo. Fabiola aprì le gambe senza che nessuno glielo chiedesse, un invito silenzioso che sapeva essere esattamente quello che il regista voleva.
Lui, con la naturalezza del professionista, la afferrò per le cosce e la attirò verso il bordo del divano, posizionandosi tra le sue gambe, con tempi e modi perfetti per rimanere sempre a favore di camera. Fabiola sentì la punta del suo membro premerle contro l'apertura della figa, lubrificata artificialmente. Lui spinse, e lei si costrinse a rilassarsi, a lasciarlo entrare. Non ci fu dolore, ma solo una sensazione che le strappò un gemito genuino che la telecamera catturò come piacere.
«Sì, così, brava» mormorò il regista da dietro i monitor. «Mostra quanto ti piace.»
Fabiola chiuse gli occhi per un istante, concentrandosi sulla sensazione del cazzo che la riempiva mentre il suo corpo rispondeva. Quando li riaprì, un altro uomo era accanto a lei, il membro eretto a pochi centimetri dal suo volto. Capì senza bisogno di parole cosa dovesse fare. Si voltò, aprì la bocca, e lo prese dentro.
I primi trenta minuti furono un susseguirsi di posizioni e penetrazioni che lei seguì come un automa ben addestrata. Il regista chiamava istruzioni dal suo posto, e Fabiola eseguiva, muovendosi come una marionetta i cui fili erano manovrati da mani esperte, sempre sorridendo lasciva, e mostrando un piacere intenso, alternato a gridolini ed incitazioni volgari decise, come aveva visto fare nei cinema in cui Renato l’aveva portata. Si trovò a cavalcioni su uno dei bianchi, il cazzo affondato nella figa, mentre un altro si posizionava dietro di lei.
«Double vaginal, now!» disse il regista. Fabiola sentì il secondo membro premere contro la sua apertura già tesa, e si morse il labbro inferiore mentre il dolore la attraversava come una scossa elettrica. Due cazzi nella stessa fica, che la allargavano oltre quello che avrebbe creduto possibile. Urlò, e il suono riempì il set, amplificato dai microfoni.
«Perfetto, continua così!» esclamò il regista, e Fabiola capì che il suo dolore era esattamente quello che volevano. Era quello che il pubblico voleva vedere: una donna che veniva aperta, usata, riempita oltre i suoi limiti.
L'italiano fu il terzo a unirsi, offrendole il cazzo mentre lei era ancora impalata sugli altri due. Fabiola lo prese in bocca simulando una fame che non aveva, la lingua che lavorava la punta mentre con la mano afferrava un altro cazzo che si era avvicinato. Si trovò così a essere penetrata in ogni orifizio, il corpo trasformato in un insieme di buchi da riempire, un oggetto la cui unica funzione era dare piacere a uomini che nemmeno conosceva.
Il tempo perse significato. Fabiola si abbandonò a un ritmo che non le apparteneva, il corpo che rispondeva meccanicamente agli stimoli mentre la sua mente vagava altrove. Pensò a cosa avrebbe preparato per cena se fosse stata a casa. Pensò al bucato che aveva dimenticato di stendere. Pensò a qualsiasi cosa che non fosse quello che stava accadendo al suo corpo.
«Change! Double Anal now!»
La voce del regista la riportò al presente. Gli uomini si mossero, cambiando posizione, e Fabiola si trovò a quattro zampe sul divano, il sedere sollevato in offerta. Il primo cazzo la penetrò da dietro, scivolando nell'ano con una facilità che la sorprese, sentendo quell’uomo completamente sopra di lei. Era così dilatata, così aperta, che quasi non sentì il momento in cui veniva invasa. Solo una sensazione di pienezza, di essere riempita in un modo che svuotava la sua mente da ogni pensiero coerente.
Un secondo uomo si posizionò dietro di lei, e Fabiola sorrise pensando a cosa sarebbe successo se l’attore avesse sbagliato buco inculando il collega, ma poi sentì il proprio ano cedere per accoglierlo. Due cazzi nel culo, che si muovevano alternandosi, creando un attrito che le fece vedere le stelle. Urlò di nuovo, ma questa volta c'era qualcosa di simile al piacere misto al dolore, una sensazione che la attraversava come una corrente elettrica.
«Guarda la camera! Fagli vedere quanto ti piace essere una troia!»
Fabiola si voltò verso l'obiettivo mentre due cazzi continuavano a scoparle il culo. I suoi occhi azzurri incontrarono la lente fredda, e per un istante vide sé stessa come l'avrebbero vista gli spettatori: una donna con il trucco sbavato, i capelli spettinati, la bocca aperta in un urlo silenzioso di quello che poteva sembrare estasi. Si chiese se riuscissero a vedere la verità dietro quella maschera. Si chiese se a qualcuno importasse qualcosa.
La scena continuò per quella che le parve un'eternità. Fu girata, spostata, posizionata in modi che non avrebbe mai immaginato. Era coricata a terra, un attore sopra di lei con il cazzo piantato nella sua bocca, mentre un altro le scopava la figa. Poi si ritrovò a cavalcioni su un altro, con un terzo che la penetrava da dietro. Le sue mani lavoravano cazzi che non poteva vedere, la sua bocca ne accoglieva altri che le venivano offerti. Era diventata un centrotavola di carne, un trofeo di depravazione esposto per la gioia di chiunque guardasse.
Poi accadde qualcosa che la fece uscire completamente dalla trance. Il regista si alzò dalla sua sedia e si avvicinò a lei, con un sorriso che voleva essere rassicurante.
«Adesso facciamo qualcosa di speciale» disse. «Tutti e quattro insieme. Ti piace l'idea?»
Fabiola non rispose. Non poteva rispondere, con un cazzo ancora affondato nella sua gola. Ma annuì, perché sapeva che era quello che ci si aspettava da lei.
Gli uomini si disposero attorno a lei, i membri duri che puntavano verso il suo corpo come armi cariche. Il regista diede un segnale, e improvvisamente Fabiola sentì un calore liquido bagnarle il viso, i seni, i capelli. Stavano urinando su di lei, tutti insieme, i getti dorati che la coprivano come una doccia degradante. Chiuse gli occhi e lasciò che accadesse, sentendo il liquido scorrerle sulla pelle, riempiendole le narici con il suo odore pungente. Quando aprì la bocca per respirare, un po' di quell'urina vi entrò, e lei la sputò senza pensare, un riflesso che il regista non sembrò notare o a cui non diede importanza.
«Perfetto! Magnifico!» stava dicendo lui, mentre gli ultimi getti si affievolivano. «Adesso asciugati e preparati per la scena finale.»
Un assistente le portò degli asciugamani, e Fabiola si pulì meccanicamente, il corpo che tremava per una combinazione di freddo e shock. Si sentiva svuotata, non solo fisicamente ma anche emotivamente, come se tutto quello che era stata prima di entrare in quel camerino fosse stato lavato via insieme all'urina.
L'ultima scena la vide stesa a pancia in giù sul tappeto, le gambe divaricate e tenute aperte da due degli attori. Un terzo, il più alto dei neri, si posizionò sopra di lei, sospeso come se stesse facendo push-up, il cazzo puntato contro il suo ano già dilatato.
«Adesso scopati da sola» le ordinò, la voce profonda che rimbombava nel silenzio del set. «Muovi quel culo. Fammi vedere quanto lo vuoi.»
Fabiola sentì il membro premere contro la sua apertura, e con un movimento che le costò ogni briciolo di dignità che le era rimasta, spinse i fianchi verso l'alto, ingoiando il cazzo nel proprio intestino. Si mosse come richiesto, alzandosi e abbassandosi, inculandosi da sola mentre l'uomo rimaneva immobile sopra di lei, godendosi lo spettacolo della sua degradazione.
«Più veloce! Fammi sentire quanto ti piace!»
Lei accelerò il ritmo, i muscoli delle cosce che bruciavano per lo sforzo, il culo che sbatteva contro il bacino dell'uomo con un suono umido e osceno. Sentiva ogni centimetro di quel cazzo dentro di sé, sentiva il proprio corpo rispondere con un piacere che la faceva vergognare. Stava godendo, in qualche modo perverso, di quella umiliazione. E quella consapevolezza era peggio di qualsiasi altra cosa avesse provato quel giorno.
Quando finalmente l'uomo si ritrasse, Fabiola rimase stesa a terra per un momento, incapace di muoversi. I suoi muscoli protestavano, il suo corpo intero sembrava un unico livido pulsante. Ma non aveva finito. A turno tutti e quattro ripeterono quella scena. L'unica variante nacque da lei che, mentre si muoveva per prendere quel cazzo fin nelle viscere, vide un piede davanti alla sua bocca e iniziò a succhiare l'alluce come se fosse un cazzo. "Good job" esclamò il regista. Poi le fece cenno di alzarsi, e lei obbedì, le gambe che tremavano mentre si metteva in ginocchio al centro del set.
Gli uomini si disposero in cerchio attorno a lei, i cazzi duri che puntavano verso il suo volto come una minaccia collettiva. Uno dopo l'altro, si masturbarono guardandola, e Fabiola rimase in attesa, la bocca aperta come le era stato insegnato, gli occhi fissi sulla telecamera che catturava ogni istante della sua resa, del suo sorriso fintamente estasiato.
Il primo getto di sperma la colpì sulla guancia sinistra, caldo e denso. Poi un altro le atterrò direttamente in bocca, seguito da un terzo e un quarto. Fabiola non chiuse le labbra, non deglutì. Rimase immobile mentre il seme si accumulava nella sua cavità orale, riempiendola con il suo sapore salato e metallico.
Quando l'ultimo uomo ebbe finito, il regista le si avvicinò con la telecamera a mano, zoomando sul suo volto.
«Mostraci» disse, la voce gentile ma ferma. «Facci vedere quanto sperma hai raccolto.»
Fabiola aprì maggiormente la bocca, sporgendo la lingua in modo che la telecamera potesse catturare il liquido biancastro che la riempiva. Sentì il proprio respiro accelerare mentre l'obiettivo si avvicinava, sentendosi esposta in un modo che andava oltre il fisico.
«Ora ingoia. Guardando la camera.»
Incontrò gli occhi freddi della lente e ingoiò. Sentì il calore dello sperma scendere lungo la gola, un marchio che la segnava dall'interno. Quando ebbe finito, aprì di nuovo la bocca per mostrare che era vuota, come le era stato insegnato nei film amatoriali che aveva girato prima di questo, con un sorriso pieno ed estasiato, come se avesse appena bevuto felicità e piacere.
«Stop! Perfetto!»
Le luci si affievolirono, e il set improvvisamente si trasformò da spazio sacro di degradazione in un ambiente di lavoro qualunque. Gli uomini che fino a pochi minuti prima la stavano scopando con furia ora la guardavano con occhi diversi, alcuni addirittura con rispetto.
«Sei stata incredibile» disse l'italiano, porgendole un asciugamano pulito. «Davvero professionale. Non tutte riescono a sorridere così.»
Il più alto dei neri annuì, rivestendosi con calma. «Hai talento, davvero. Il pubblico amerà vederti godere.»
Fabiola accettò i complimenti con un sorriso meccanico, le parole che le scivolavano addosso senza penetrare la nebbia che le avvolgeva la mente. Un assistente le portò una vestaglia, e lei la indossò con movimenti lenti, il corpo che protestava per ogni gesto.
«Vuoi qualcosa da bere?» chiese qualcuno, e lei scosse la testa. Voleva solo uscire da lì, tornare nel camerino, recuperare i suoi vestiti e andarsene il più lontano possibile.
Ma quando finalmente si ritrovò sola davanti allo specchio del camerino, i vestiti rimessi alla meno peggio e il trucco ripulito alla meglio, la realtà la colpì con una violenza che non aveva previsto. Si guardò allo specchio, e per la prima volta vide chiaramente il volto che aveva appena esposto al mondo. Niente mascherina. Niente protezione. Chiunque avrebbe potuto riconoscerla.
Il pensiero di Alessandro le attraversò la mente come una lama affilata. Suo figlio. Il suo bambino che ormai era un ragazzo di 14 anni. Cosa avrebbe pensato se l'avesse vista in quel film? Se avesse visto sua madre inginocchiata mentre quattro uomini le sborravano in bocca? Se l'avesse sentita urlare di piacere mentre due cazzi le dilatavano il culo?
Le ginocchia le cedettero, e Fabiola si ritrovò seduta sulla sedia del camerino, il volto tra le mani, il corpo scosso da tremiti che non riusciva a controllare. Per la prima volta da quando aveva iniziato quella discesa, la lucidità che aveva inseguito si rivelò per quello che era: una maledizione. Avrebbe preferito non sentire nulla, non ricordare nulla, non essere presente a sé stessa in quel momento. Ma aveva scelto di essere lucida, e ora doveva convivere con ogni dettaglio di quello che aveva fatto.
Uscì dal camerino con passo malfermo, ignorando gli sguardi dei pochi membri della produzione ancora presenti. Tutti tranne l'attore italiano. Lui le si fece incontro, gentile, professionale, sincero. La guardò negli occhi e le porse un bigliettino da visita "Sei stata veramente incredibile. Ti ho vista negli amatoriali, ma non pensavo che saresti riuscita a girare come oggi. Di solito la prima volta è un continuo interrompere." Lei lo guardava, anche se non ascoltava pienamente. "Se mai decidessi di liberarti di Renato puoi chiamarmi, una come te ... saresti una stella." Fabiola non rispose, si limitò a sorridere e ad andarsene. Fuori, Budapest si stava preparando per la sera, le luci della città che iniziavano ad accendersi una dopo l'altra. Fabiola camminò senza meta per le strade estranee, il corpo dolorante e la mente che ripeteva in loop le immagini del pomeriggio.
Non poteva tornare indietro. Questo era il pensiero che continuava a tornare, instancabile. Non poteva cancellare quello che aveva fatto, non poteva rimuovere il film che sarebbe stato distribuito, non poteva nascondere il suo volto a chiunque decidesse di cercarlo. Era nuda davanti al mondo, esposta in un modo che andava oltre il fisico.
E Alessandro... suo figlio... se mai avesse visto quel film ... non temeva di perdere il suo rispetto, quello sapeva di non averlo, temeva le conseguenze per lui, cosa avrebbero detto i suoi amici, i genitori dei suoi compagni, e una lacrima scese sul suo viso.
Trovò un bar aperto e si sedette a un tavolo in un angolo buio, ordinando un bicchiere d'acqua con voce roca. Il cameriere la guardò in modo strano, forse notando qualcosa nel suo aspetto che non riusciva a nascondere. Lei distolse lo sguardo, fissando le proprie mani posate sul tavolo. Mani che avevano accarezzato cazzi sconosciuti. Mani che avevano aiutato uomini a venire sul suo volto.
Il bicchiere d'acqua arrivò, e Fabiola lo svuotò in un sorso solo. Non voleva alcol, non voleva droghe. Voleva solo tornare indietro nel tempo, a prima di quel pomeriggio, a prima che decidesse di togliersi la mascherina. Ma il tempo non funzionava così, e lei lo sapeva.
Pagò e uscì, camminando verso l'hotel dove la produzione le aveva prenotato una stanza. Ogni passo le costava fatica, ogni respiro le ricordava il sapore dello sperma che aveva ingoiato. Quando finalmente chiuse la porta della stanza dietro di sé, si lasciò scivolare a terra, la schiena contro il legno freddo, e pianse.
Pianse per la donna che era stata e che, in modo diverso, continuava ad essere: debole, sottomessa, inutile se non per fare la puttana. Pianse per la donna che pensava di non poter diventare. E pianse per suo figlio, per il futuro che forse gli stava rubando con le sue scelte. Pianse finché non ebbe più lacrime, finché il suo corpo non fu altro che un guscio vuoto svuotato di ogni emozione.
Poi, lentamente, si alzò. Si spogliò e entrò nella doccia, lasciando che l'acqua bollente le scorresse addosso, portando via l'odore del set, lo sperma che ancora le macchiava la pelle, l'urina che non era riuscita a lavare completamente via. Si strofinò finché la pelle non divenne rossa, come se potesse cancellare con il sapone quello che aveva accettato di subire.
Ma sapeva che non era possibile. Il film esisteva. Il suo volto era lì, esposto, riconoscibile. E da qualche parte, nel futuro che non poteva controllare, suo figlio avrebbe potuto trovarlo. Avrebbe potuto vedere. Avrebbe potuto sapere.
Quella consapevolezza la soffocava nel preciso istante in cui Renato, sfoggiando quei suoi abiti costosi e pacchiani da parvenu, varcò la soglia con quel sorriso smagliante e compiaciuto di chi possiede il mondo. Sembrava un ricco borghese uscito da qualche pubblicità di dubbio gusto, ma Fabiola conosceva la verità nauseante: ogni filo di quella stoffa, ogni grammo di quell'oro al polso, ogni cucitura di quelle scarpe lucide erano stati pagati col suo corpo, con le sue notti di umiliazione, con la bocca che si era costretta ad aprire per uomini che nemmeno ricordava più. La frase dell'attore italiano le balzò in mente con la violenza di una sberla, proprio come i cazzi che ancora sentiva sfondarle il culo in quelle serate di mercificazione — «Se ti liberi di Renato», e per la prima volta, tutto le apparve cristallino, devastante. Prima c'era stata la paura viscida e la debolezza straziante della giovinezza, quei suoi diciotto anni con un figlio in grembo che l'avevano inchiodata a un destino di rassegnazione, costringendola ad accettare le umiliazioni quotidiane, la cattiveria pungente del marito e il disprezzo velenoso della suocera. Poi era arrivato Renato, con i suoi complimenti untuosi, con quella abilità demoniaca nel farla sentire indispensabile, unica, desiderata, e poi l'alcool che bruciava la gola e la droga che le dissolveva la volontà, quella miscela letale di paura ed esaltazione che le aveva completamente ottenebrato la mente, trasformandola in una marionetta senza volontà. Solo in quell'istante, guardandolo con occhi finalmente sgombri, capì che in quattordici anni di prigionia mentale si era lasciata incatenare dalle sue stesse paure, dal sentirsi perennemente inadeguata, da quel bisogno patetico e insaziabile di essere guidata, posseduta, definita da qualcun altro.
Quella notte, per la prima volta, non si concesse a Renato, non cedette alle sue lusinghe, non si abbassò a credere alle sue parole vuote. Sentì il suo sguardo su di sé mentre si voltava dall'altra parte. Quello era il primo passo, ma sapeva che era il primo di un lungo viaggio. Un viaggio in cui avrebbe fatto qualsiasi cosa per non lasciarsi più incatenare dalle sue paure.
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