Latrina di cantiere
travperte
Mi avevano solo detto di arrivare dopo le undici, dietro il magazzino di materiali edili alla periferia nord. Luci spente, cancello socchiuso, odore di cemento bagnato e di gasolio. Io c’ero.
Portavo un vestitino di maglina nera così stretto che segnava tutto, scollato fino a quasi far uscire le tette, e sotto niente. Solo tacchi a spillo che affondavano un poco nella terra battuta. Capelli sciolti, bocca già un po’ aperta. Ero venuta per farmi riempire.
Dentro c’erano quattro uomini.
Non si erano cambiati dopo il lavoro. Tute sporche di polvere e di sudore, mani grosse, unghie nere. Uno più anziano, pancione, baffi grigi. Due sulla quarantina, tozzi e silenziosi. Il quarto più giovane, magro, sguardo da cane randagio. L’odore che tiravano era di fatica, di piscio secco e di cazzo non lavato da giorni.
Il più anziano mi guardò e sputò per terra.
«Questa è la troia?»
Uno annuì.
«Mettetela a lavorare.»
Mi spinsero in ginocchio su un pezzo di cartone sporco.
Il primo si sbottonò la tuta e mi tirò fuori un cazzo già mezzo duro, pesante, puzzolente. Me lo cacciò in bocca fino in gola senza avvisare. Io aprii e lo presi. Succhiavo come una puttana affamata, sbavando, mentre lui mi teneva la testa e spingeva. Gli altri si erano messi intorno. Uno mi aprì le cosce da dietro, mi sputò sul buco e ci conficcò due dita. Poi il cazzo. Mi scopò il culo mentre l’altro mi sfondava la gola. Il rumore era di schiocchi bagnati e di respiri pesanti.
Quando il primo sborrò mi riempì la bocca di sborra calda e densa. Me la fece tenere e poi ingoiare. Subito dopo mi tirò la testa indietro e mi pisciò in faccia e in gola. Getto forte, amaro, che mi colava dal mento sulle tette. Io bevevo e leccavo, affamata.
Il secondo mi voltò e mi mise a quattro zampe.
Mi aprì il culo con le mani e mi scoreggiò dritto in bocca. Aria calda e puzzolente. Ne fece un’altra. Io la presi tutta, tenendo le labbra aperte. Poi mi conficcò il cazzo nel culo ancora pieno di sputo e mi scopò duro, spingendo fino alle palle. Ogni tanto si fermava e mi pisciava dentro, riconficcandosi per far entrare tutto il getto. Io gemevo come una cagna in calore, il viso contro il cartone sporco.
Il terzo e il quarto non aspettarono il turno.
Mi misero in mezzo. Uno mi riempiva la gola, l’altro il culo. Si scambiavano senza parlare. Mi sputavano in faccia, mi tiravano i capelli, mi davano schiaffi leggeri sulle tette. Mi facevano leccare le palle sudate, le ascelle, i piedi dentro gli scarponi tolti. Continuavano a scoreggiarmi in bocca a turno mentre mi scopavano. Mi pisciavano addosso e dentro. Mi sborravano in gola e nel culo e poi mi facevano leccare tutto quello che colava. Io prendevo, chiedevo di più con gli occhi e con la lingua. Ero una troia affamata. Un buco. Un contenitore da riempire e svuotare.
A un certo punto uno di loro aprì un preservativo, ci pisciò dentro, ci aggiunse la sborra che gli colava dal cazzo e me lo cacciò in bocca.
«Bevi tutto, latrina.»
Lo vuotai intero. Sapore caldo, salato, amaro. Un altro ne preparò uno uguale e me lo fece bere allo stesso modo.
Continuarono a usarmi per ore.
Mi tenevano aperta, mi riempivano, mi svuotavano, mi riempivano di nuovo. Il giovane mi tenne la testa mentre gli altri due mi sborravano in faccia a turno. Il più anziano mi pisciò sulla schiena e tra le natiche mentre mi scopavano. Io restavo a quattro zampe o in ginocchio, sempre pronta, sempre affamata.
Verso le tre di notte mi stesero sul pavimento di cemento.
I quattro si misero intorno al mio viso e mi sborrarono uno dopo l’altro, a distanza breve. Sborra calda che mi copriva labbra, occhi, capelli. Qualcuno mi pisciò ancora sopra mentre gli altri finivano. Alla fine ero una maschera di liquidi bianchi e gialli, il culo aperto e gocciolante, la gola bruciata.
L’anziano mi diede un calcio leggero sul fianco.
«Alzati, latrina. Hai finito.»
Mi alzai tremante. Il vestitino era un cencio bagnato. Le cosce lucide di sborra e piscio. Il sapore di cazzo e di liquidi mi restava attaccato alla lingua.
Uscii dal magazzino con le gambe che non reggevano.
Fuori l’aria notturna mi colpì in faccia.
Ero piena.
Usata.
Soddisfatta.
E già pensavo a quando avrei potuto tornare a farmi usare di nuovo.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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