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«Moja» Parte I


di Membro VIP di Annunci69.it travperte
11.08.2026    |    629    |    3 9.6
"Alla fine è venuto dentro e è rimasto conficcato, respirando contro il mio collo, il sudore di giorni che mi appiccicava la pelle..."
La minigonna nera era cortissima, di quel tessuto sottile e aderente che si appiccicava alle cosce e saliva da sola a ogni passo, scoprendo quasi tutto il sedere quando mi chinavo anche solo un poco. Sopra portavo un top nero ancora più succinto, a costine, che mi stringeva il seno e lasciava scoperta tutta la pancia, l’ombelico, e il punto in cui il tessuto finiva proprio sotto il seno, quasi a invitarmi a essere toccata. Niente reggiseno. Niente mutandine. Solo la minigonna e il top. I capelli neri, lunghi e lisci, mi cascavano sciolti sulle spalle e sulla schiena, un po’ mossi dall’aria salata.
La pelle era liscia, abbronzata dal sole di agosto, lucida di un leggero sudore. I tacchi alti a stiletto battevano sulle pietre della banchina con un suono secco e preciso. Ero pulita, profumata di leggero, impeccabile… e già bagnata solo a camminare così, sapendo cosa cercavo.

Scendevo le scale di pietra del porto di Novigrad. Era una di quelle notti di agosto in cui l’aria resta calda anche dopo mezzanotte e puzza di sale, di pesce, di motori spenti e di pesce lasciato a riposare nelle cassette. La minigonna mi saliva sulle cosce a ogni gradino, il top mi stringeva il seno a ogni respiro. Camminavo senza meta tra le barche ormeggiate quando l’ho visto.

Luka stava seduto sul bordo di un peschereccio vecchio, gambe divaricate, una bottiglia di birra in mano. Faccia dura, occhi chiari, barba di qualche giorno, silenzioso. Non mi ha chiamato subito. Ha solo alzato lo sguardo e ha fatto un cenno lento con la testa, quasi annoiato. Quell’accento gutturale, quando ha parlato, era così marcato che le parole sembravano quasi un altro idioma.

«Dođi ovdje.» (Vieni qui.)

Sono salita a bordo senza dire niente. La minigonna si era alzata ancora di più mentre salivo, scoprendo il sedere nudo. Lui non si è alzato. Mi ha fatto inginocchiare tra le sue gambe e ha abbassato la cerniera dei pantaloni da lavoro macchiati di grasso e di sale. Il cazzo gli è uscito già pesante, le palle scure e lucide di sudore. Non si lavava da giorni, e se ne stava lì, odore forte di uomo, di sale, di qualcosa di acido e di porco che mi è entrato subito nelle narici e mi ha fatto salivare.

Non mi ha fatto leccare.

Mi ha afferrato la nuca con una mano grande e mi ha premuto la faccia contro il cazzo ancora morbido.

«Diši.» (Respira.)

Ho respirato. Sudore vecchio, pelle non lavata, un sentore di piscio secco e di giorno intero passato al sole. I miei capelli neri gli cadevano sulle cosce. Poi ha iniziato a diventare duro contro le mie labbra. Solo allora mi ha lasciato aprirle. Non mi ha pisciato subito. Mi ha fatto tenere il cazzo in bocca fermo, senza succhiare, mentre lui beveva la birra e guardava il porto buio. Ogni tanto spingeva un po’ più a fondo e borbottava:

«Samo drži.» (Tieni soltanto.)

Restavo lì, la bocca piena di lui, l’odore che mi riempiva la testa, la minigonna raccolta sulle cosce, il top che mi stringeva il seno a ogni respiro. Quando ha deciso, ha tirato fuori, mi ha aperto bene la bocca con due dita e ha iniziato a pisciarmi dentro a fiotti lenti. Non un getto unico e violento: a pause, facendomi assaporare ogni sorso, ogni temperatura, ogni retrogusto amaro.
Caldo, denso, acido.

Mi teneva la testa con una mano sola e parlava basso, quasi tra sé:

«Guta… polako… dobra kurva…» (Ingoia… piano… brava troia…)

Ho ingoiato tutto. Alla fine mi ha fatto leccare le gocce rimaste sulle palle, sul pube, sulla base del cazzo. Solo dopo mi ha fatto girare, mi ha alzato la minigonna fino alla vita e mi ha fatto mettere a carponi sul ponte di legno della barca. Il tessuto nero era ormai solo un anello stretto intorno alla vita.

Mi ha aperto le natiche con le mani, ci ha sputato sopra una volta sola e mi è entrato nella figaanale con una spinta lenta e pesante, fino in fondo.
Non mi ha scopato subito forte. È rimasto fermo dentro, respirando, mentre io sentivo il battito del suo cazzo e l’odore del suo sudore che mi cadeva sulla schiena a gocce calde. I capelli mi cascavano sul legno. Poi ha iniziato a muoversi. Spinte lunghe, profonde, quasi pigre, come se avesse tutto il tempo del mondo.

Ogni tanto si fermava e diceva qualcosa di basso e quasi incomprensibile:

«Tijesna… jebena rupica…» (Stretta… fottuto buco…)

Restava dentro a lungo, mi faceva sentire ogni centimetro, ogni vena. Io gemevo basso, la faccia contro il legno, la minigonna raccolta, il top che mi lasciava il seno quasi libero a ogni spinta.

A un certo punto ha tirato fuori, mi ha fatto girare di nuovo e mi ha premuto il buco del culo contro la bocca.

«Otvori usta.» (Apri la bocca.)

Ho aperto. Lui ha spinto e una scorreggia calda, umida, pesante di odore di merda mi è entrata dritta in gola. Non una sola. Tre, una dopo l’altra, mentre mi teneva la faccia premuta contro le natiche. L’aria calda, il sapore aspro, l’odore forte di culo e di giorni senza lavarsi. L’ho presa tutta. Poi mi ha fatto leccare il buco ancora caldo e pulsante. I miei capelli neri gli restavano attaccati alle cosce sudate.

Solo allora ha chiamato.

Due uomini sono saliti a bordo dalla banchina. Croati del porto, accento ancora più duro e gutturale. Uno grosso, mani da lavoro, faccia segnata. L’altro più magro, sguardo fisso e da porco. Luka ha detto qualcosa di rapido, quasi incomprensibile. Loro hanno annuito senza sorridere.
Non mi hanno messo in mezzo subito.

Luka mi ha tenuto a carponi e ha fatto sì che il più grosso mi pisciasse sulla schiena e sul culo mentre lui mi teneva le natiche aperte. Il liquido caldo mi scorreva tra le chiappe e mi gocciolava sulle cosce e sulla minigonna già alzata.

Poi mi hanno fatto leccare i cazzi uno alla volta, ancora morbidi, impregnati di sudore e di odore di porto e di tabacco. Solo dopo mi sono ritrovata con un cazzo in bocca e uno nella figaanale, mentre Luka guardava seduto, beveva birra e ogni tanto interveniva, prendendomi i capelli o spingendo la testa più a fondo. Il top mi si era alzato, il seno era completamente scoperto e oscillava a ogni spinta.
Le parole che dicevano tra loro erano quasi incomprensibili, ma il tono era chiaro.

«S ovom stvarno možeš sve… jebena latrina…» (Con questa puoi davvero fare di tutto… fottuta troia…)

Mi passavano. Mi giravano. Uno mi sborrava in bocca e l’altro mi prendeva il posto nella figaanale. Luka ogni tanto rientrava, mi scopava piano e profondo e poi si toglieva di nuovo, lasciandomi agli altri. Mi hanno fatto scoreggiare contro la loro bocca, mi hanno fatto pisciare sulle loro palle, mi hanno leccato la figaanale piena di sborra mescolata a piscio.

L’odore di Luka restava comunque sopra tutto: più forte, più pesante, più suo. Quell’odore di uomo che non si lava, di sale e di porco, mi restava attaccato addosso anche quando erano gli altri a usarmi. La minigonna era ormai solo un pezzo di stoffa inutilmente raccolta sulla vita, il top tirato su, i capelli appiccicati di sudore e di liquidi.
Quando i due se ne sono andati, Luka è rimasto sulla barca con me.
Mi ha fatto sdraiare sul ponte di legno, mi ha aperto le gambe e mi ha leccato la figaanale ancora gocciolante di sborra altrui. Ha leccato piano, a lungo, succhiando, assaporando. Poi mi è entrato di nuovo, lento, e mi ha scopato senza fretta mentre il porto intorno restava silenzioso. Ogni spinta era profonda, quasi possessiva. Alla fine è venuto dentro e è rimasto conficcato, respirando contro il mio collo, il sudore di giorni che mi appiccicava la pelle. I miei capelli neri gli restavano tra le dita.

Ha parlato a voce bassa, con quell’accento che rendeva le parole quasi un codice:

«Ostaješ. Cijelo ljeto. Moja si. Ali kad kažem… ideš s drugima.»
(Resti. Tutta l’estate. Sei mia. Ma quando lo dico… vai con gli altri.)

Da quella notte è iniziato qualcosa che non assomigliava a niente di prima.
Luka non era tenero. Era rude, schivo, da porco. Non si lavava, parlava poco, e quando parlava l’accento era così marcato che a volte capivo solo il ritmo e il tono. Mi usava quando voleva, mi mandava da altri uomini del porto quando gli pareva, mi faceva tornare puzzolente di sborra e di piscio altrui. Ma c’era un modo in cui mi guardava dopo, un modo in cui mi teneva ancora un po’ contro il petto odoroso di non lavato e di sesso, e diceva solo quella parola bassa:

«Moja».

Io mi sono presa di quello.
Del silenzio, dell’odore forte, dei modi grezzi, del fatto che mi desse ad altri ma poi mi volesse di nuovo solo per sé, con quella stessa intensità da porco. Mi piaceva quando mi faceva leccare il sudore di giorni. Mi piaceva quando mi pisciava in bocca piano, a fiotti. Mi piaceva quando mi faceva prendere l’aria di culo e poi mi leccava lui stesso. Mi piaceva anche quando mi mandava da altri e poi mi riprendeva, odorando ancora di loro. E mi piaceva sentirmi ancora con la minigonna alzata, il top tirato su, i capelli appiccicati, impeccabile solo di memoria.

E lui, a modo suo, ricambiava.
Mi cercava. Ogni sera. Sulla barca, dietro i magazzini, sulle scale della banchina, tra i container. A volte mi usava da solo, a lungo, senza parlare. A volte chiamava qualcuno e mi faceva usare sotto i suoi occhi. Mi lasciava piena, gocciolante, puzzolente. Ma alla fine della notte restava ancora un po’, la mano sui miei capelli neri, e mormorava qualcosa di basso e quasi incomprensibile che però capivo lo stesso.

Un’altra notte mi ha portato nella stiva di una barca più grande. Lì dentro l’odore di chiuso e di pesce era fortissimo. Mi ha fatto mettere in ginocchio e mi ha pisciato in faccia prima ancora di farmi aprire la bocca. Poi mi ha fatto leccare tutto, dal mento al seno scoperto. Mi è entrato nella figaanale mentre mi teneva i polsi dietro la schiena e mi parlava contro l’orecchio con quell’accento pesante:

«Jebem te… cijelo ljeto…» (Ti scopo… tutta l’estate…)

Un’altra volta ha chiamato tre uomini invece di due. Mi hanno usata a turno sulla banchina, sotto un lampione lontano. Uno mi teneva aperta mentre gli altri mi pisciavano addosso e mi facevano leccare. Luka stava seduto su una cassa e guardava, ogni tanto interveniva per farmi scoreggiare in bocca a uno di loro. Alla fine mi ha ripresa lui, mi ha scopato piano e mi ha sborrato dentro mentre gli altri se ne andavano. La minigonna era strappata da una parte, il top inutilizzabile, i capelli un disastro di liquidi e di sudore. E io ero ancora più vogliosa.
Il porto di Novigrad di notte diventava il nostro territorio.

L’odore di sale, di pece, di sudore di Luka e di sborra di altri maschi mi restava addosso fino al mattino.
E io ero la sua troia.
La sua vacca.
La sua cagna.

E, in un modo storto, grezzo e potentissimo, anche qualcosa di più.

Qualcosa che durava tutta l’estate.
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