«Moja» Parte III
travperte
Il viaggio in macchina fu silenzioso, come quasi sempre con lui. L’aria calda entrava dai finestrini aperti e portava odore di asfalto rovente, di ulivi e di mare lontano. Stavolta indossavo solo una camicia di lino bianca di lui, larghissima, aperta sul davanti e legata appena in vita con un nodo lento.
Il tessuto leggero mi sfiorava i seni a ogni curva della strada e lasciava scoperto il ventre. Sotto, il perizoma nero sottilissimo che mi stringeva il pisellino. Restava molle, piccolo, raccolto, ma perennemente umido.
I capelli neri mi cascavano sciolti sulle spalle. Ero già calda, già aperta, già sua.
La casa del prete era isolata tra gli ulivi, una costruzione bassa di pietra con le finestre socchiuse. L’odore che uscì quando aprirono la porta era di legno vecchio, di polvere, di cera e di sudore maschile stagnante, come se quegli ambienti avessero assorbito anni di corpi e di segreti.
Il prete ci accolse con quel sorriso sottile e troppo consapevole. Luka non perse tempo.
Gli fece un cenno breve e disse solo, con la voce bassa e gutturale:
«Radite što hoćete. Samo je nemojte oštetiti.»
(Fate quello che volete. Solo non danneggiatela.)
C’erano già quattro uomini ad aspettare nel salotto ampio e poco illuminato.
Il negro massiccio che avevo già incontrato altre volte, pelle scura lucida di caldo, odore forte e speziato. Il ragazzo del prete, giovane e bello, sguardo un po’ perso e già eccitato. Un locale grasso e sudato, pancia morbida, mani grandi e umide. E un tedesco nervoso di passaggio, anello nuziale ben visibile, occhiali, sudore freddo sulla fronte.
Tutti mi guardarono quando Luka mi spinse leggermente in avanti.
Mi usarono per ore.
Il negro fu il primo ad avvicinarsi. Mi sollevò le braccia e mi premette il viso contro le sue ascelle calde e sudate. L’odore era intenso, salato, maschio, quasi acido. Mi obbligò a respirare a fondo, poi a leccare, a succhiare la pelle umida mentre lui teneva la mia testa ferma con una mano enorme. Io leccavo piano, a lungo, sentendo il sapore del suo sudore mescolarsi alla saliva.
Il ragazzo del prete intanto mi conficcava il cazzo in bocca con spinte regolari, tenendomi i capelli.
Il local grasso si mise dietro di me. Mi aprì il perizoma, mi sputò sulla figaanale e iniziò a scoparmi con spinte lente e pesanti, la pancia che mi batteva contro le natiche.
Il tedesco, più frettoloso e ansioso, mi prendeva la bocca quando il ragazzo del prete si toglieva, spingendo a fondo e gemendo basso, come se avesse paura di fare troppo rumore.
Luka restava in un angolo, braccia conserte, e osservava. Ogni tanto mi prendeva per un braccio o per i capelli e mi faceva cambiare posizione: più in ginocchio, più china, più aperta.
A un certo punto mi fece mettere a quattro zampe sul tappeto logoro. Si avvicinò, mi aprì le natiche con le mani e mi conficcò di nuovo il pugno nella figaanale, lentamente, fino al polso. Il dolore era caldo, pieno, totalizzante.
Io gemevo a bocca aperta mentre gli altri si disponevano intorno al mio viso.
Fu un bukkake lento, denso, caldo.
Il negro sborrò per primo, sborra spessa che mi colò sulle labbra e sui capelli. Poi il ragazzo del prete, più abbondante, che mi riempì la bocca e mi costrinse a tenerla aperta. Il locale grasso arrivò subito dopo, gemendo forte, e mi coprì il seno e il collo. Il tedesco fu l’ultimo, e mi sparò la sborra sulla guancia e nei capelli già appiccicati. Io tenevo la bocca spalancata e prendevo tutto quello che arrivava, mentre il pugno di Luka restava ancora conficcato dentro di me, muovendosi piano.
Quando gli altri se ne andarono, uno dopo l’altro, lasciando soldi sul tavolo di legno e un odore pesante di sesso e di sudore, Luka mi sollevò con facilità e mi fece sedere sulle sue gambe, ancora a cavalcioni. Mi leccò le ascelle ancora impregnate di sudore altrui, con una lentezza quasi tenera e sporca allo stesso tempo. Poi mi aprì il perizoma, mi fece scendere sul suo cazzo già duro e mi scopò piano, guardandomi dritto negli occhi. Ogni spinta era profonda, possessiva.
Mi baciò il collo e mormorò contro la pelle:
«Nitko drugi nema ovakvu lutku. I nitko drugi je neće imati.»
(Nessun altro ha una bambola così. E nessun altro ce l’avrà.)
Restammo così a lungo, nella casa che sapeva ancora di tutti gli altri.
Il rapporto tra noi diventava sempre più intimo e sempre più sporco. Non c’erano più limiti. Solo voglia, possesso reciproco, e quella strana tenerezza grezza che nasceva dopo che mi aveva data via e poi ripresa interamente.
Io ero piena, slabbrata, il perizoma inzuppato, e più sua di quanto fossi mai stata.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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