Verso casa
travperte
Body nero di tulle trasparente che mi stringeva il seno sopra il solito perizomino nero che raccoglieva il pisellino molle e già umido.
Minigonna nera cortissima, cosce lisce e nude. Sneakers bianche per guidare.
Sul sedile del passeggero le mule di vernice nera da quindici centimetri, pronti.
Capelli sciolti. Cinque ore di notte verso Milano. Solo strada e tanta voglia.
La prima sosta fu un’area di servizio quasi vuota poco dopo le due. Luci fredde, odore di benzina. Scesi, misi le mule, entrai nel bagno degli uomini.
C’era solo un camionista nord-africano, pelle scura, baffetti, odore di spezie e di sudore. Mi guardò, capì.
Mi spinse in ginocchio, si sbottonò e mi conficcò il cazzo in bocca senza una parola. Me lo scopò piano e profondo finché non sborrò denso e caldo sulla lingua. Mi fece ingoiare, si rialzò i pantaloni e uscì.
Io restai un attimo a leccarmi la sborra dalle labbra, poi tornai in macchina.
Incontro fugace. Solo bocca, solo latte. Lui si era scaricato e se n’era andato.
Ripresi a guidare con il sapore ancora in bocca.
Verso le tre e mezza mi fermai in una piazzola per tir immersa nel buio. Un camionista dell’Est, alto, biondo sporco, faccia dura, stava fuori a fumare. Mi vide con i tacchi e la minigonna e fece un cenno verso il retro del suo mezzo.
Dietro il rimorchio mi fece voltare, mi alzò la minigonna, scostò il body e il perizoma e mi entrò nella figaanale di netto.
Mi scopò con spinte lunghe e pesanti, in silenzio, tenendomi i fianchi. Venne dentro e si ritirò subito. Non mi toccò altro, non disse niente. Risalì in cabina.
Io risalii in macchina con la figaanale piena e calda. Per lui ero stata solo uno sborratoio di carne.
La terza sosta, intorno alle cinque, fu un autogrill più grande. Nel bagno degli uomini c’erano tre ragazzi italiani giovani, probabilmente di ritorno da una serata. Mi videro entrare e si chiusero nel cubicolo più ampio con me. Non mi scoparono. Mi misero in ginocchio al centro e usarono solo la faccia.
Uno dopo l’altro, a volte due insieme, mi sborrarono su labbra, guance, lingua, capelli.
Ero inebriata dai loro profumi economici ormai in fase di evaporazione, mixati a sudore e odore di sigaretta.
Un bukkake veloce, denso, caldo. Mi lasciarono ricoperta e uscirono ridendo basso. Io mi pulii appena con della carta e tornai alla macchina. Sapevo di sborra e adoravo da morire l’idea.
Verso le sei e mezza, in una stazione di servizio vicino a Padova, incontrai un uomo dal forte accento veneto, di mezza età, piccolo, ordinato, odore di dopobarba leggero.
Mi chiese un’informazione e poi, guardandomi le gambe, mi propose il bagno. Nel cubicolo mi fece mettere a carponi e mi implorò con gli occhi di fargli una sega, tirandosi fuori il cazzo dalle mutande. Io ovviamente mi inginocchiai e lo presi subito in bocca sentendolo crescere pian piano. Venne dopo 2 minuti, a di tanto. E ovviamente ingoiai tutto da brava troia. Mon credo di aver mai percepito tanta gratitudine da un solo sguardo. Si sistemò e se ne andò.
Io restai un momento a sentire il suo sapore in bocca, poi ripresi la strada.
L’incontro più lungo e diverso arrivò poco dopo le otto, sempre in zona Padova. Avevo fermato la macchina per un caffè quando un uomo italiano sui quarantacinque, vestito in modo curato, anello nuziale, mi avvicinò nel parcheggio. Voce calma, sguardo diretto.
Mi chiese se fossi diretta a Milano. Dissi di sì. Mi propose di seguirlo a casa sua per una sosta più comoda. Accettai.
La casa era silenziosa, in una zona residenziale. Appena entrati mi fece accomodare. Dalla porta della cucina apparve la moglie. Donna della stessa età, in vestaglia chiara, capelli raccolti, viso tirato. Si sedette sulla poltrona di fronte al divano e non disse una parola. Mi guardò. Guardò il body trasparente impregnato di tutto, le cosce lucide, la minigonna stropicciata. Nei suoi occhi c’era qualcosa di freddo e di invidioso. Come se vedesse in me una versione più libera, più usata, più femmina di quanto lei desiderasse essere.
L’uomo mi fece alzare. Mi tolse la minigonna e aprì i gancetti del body e mi scostò il perizoma macchiato della sborra che mi usciva fuori pian piano.
Mi mise in ginocchio e mi conficcò il cazzo in bocca, ma senza fretta. Mi scopò la gola piano, poi mi stese sul divano e mi entrò nella figaanale già usata degli altri. Spingeva lento, profondo, mentre la moglie restava seduta a osservare ogni dettaglio. Ogni tanto lui si rivolgeva a lei con lo sguardo, quasi a mostrarle quanto facilmente lo prendevo, quanto restavo aperta e vogliosa. Lei non parlava, ma le mani strette in grembo e gli occhi fissi dicevano tutto: invidia, fascino, rabbia quieta.
Lui mi girava, mi faceva leccare, mi teneva aperta. A un certo punto mi pisciò lentamente in bocca mentre lei mi guardava deglutire senza battere ciglio.
Poi mi scopò ancora, più forte, e venne dentro di me mescolando la sua sborra a tutto quello che già portavo. Quando finì mi lasciò così, sul divano, body aperto, cosce divaricate, piena e gocciolante.
Si rivoltò verso la moglie e disse solo:
«Hai visto?»
Lei annuì appena, lo sguardo ancora su di me, quasi a studiare il modo in cui restavo lì, passiva e soddisfatta, più femmina in quel momento di quanto lei sembrasse sentirsi.
Mi risistemai in silenzio. L’uomo mi accompagnò alla porta. La moglie restò sulla poltrona, gli occhi che mi seguirono fino all’uscita.
Tornai in macchina. Erano quasi le nove e mezza.
L’ultimo tratto verso Milano lo feci con il sapore di tutti quegli sfoghi ancora in bocca e nella figaanale.
Alle dieci del mattina entravo in città con le sneakers di nuovo ai piedi, le mule di vernice sul sedile, il corpo usato, pieno e stranamente quieto.
Ero stata solo un oggetto di piacere e di sfogo per chi avevo incontrato.
E mi era bastato.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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