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«Moja» Parte II


di Membro VIP di Annunci69.it travperte
12.08.2026    |    252    |    1 9.2
"Lingua tra le dita, sotto le unghie, sul tallone, mentre lui mi teneva i capelli e spingeva..."
Il caldo di metà agosto a Novigrad non era semplicemente caldo: era una presenza fisica, densa, che si attaccava alla pelle e la rendeva lucida in pochi minuti. L’aria sapeva di sale, di pesce scaldata dal sole, di fichi maturi e di sudore maschile che saliva dalle banchine. Io camminavo al fianco di Luka con un vestitino di lino bianco cortissimo, così leggero da diventare quasi trasparente non appena il corpo iniziava a sudare. Scollato in modo da lasciare liberi i seni, senza reggiseno.

Sotto, solo un perizoma bianco sottilissimo che mi stringeva il pisellino. Restava sempre molle, piccolo, raccolto tra le cosce, ma si bagnava senza sosta, lasciando una macchia scura e umida sul tessuto che si allargava man mano che passavano i minuti.

I capelli neri mi cascavano sciolti sulla schiena, già un po’ appiccicati alla nuca. Ero diventata, per un cerchio ristretto di uomini del porto e dintorni, la bambola gonfiabile italiana. Quella che non diceva mai di no. Soft o estremo... Non faceva differenza.

Luka mi aveva detto quella mattina, con la voce bassa e l’accento gutturale che rendeva ogni frase più grezza:

«Danas idemo daleko. I dugo.» (Oggi andiamo lontano. E a lungo.)

Siamo saliti sulla barca all’alba. Il motore ha rombato basso mentre ci allontanavamo dalla costa. Luka non parlava. Guidava con una mano sola, l’altra ogni tanto mi accarezzava la coscia nuda sotto il vestitino, risalendo fino al perizoma umido.

Quando abbiamo raggiunto una cala stretta tra le rocce, nascosta alla vista, ha spento il motore. Il silenzio è sceso subito, rotto solo dal fruscìo leggero dell’acqua contro lo scafo.

Mi ha fatto togliere il vestitino. È rimasto solo il perizoma. Mi ha fatto mettere a quattro zampe sulla pietra calda all’ombra di una roccia. Le ginocchia mi bruciavano un poco.

Luka si è chinato dietro di me e ha iniziato a lavorarmi con una lentezza quasi crudele. Prima le dita, unto di sputo e di un olio che aveva portato in una boccetta. Una, due, tre. Poi quattro. Apriva, allargava, ruotava. Mi parlava basso, quasi contro la pelle:

«Opusti se… polako… diši…» (Rilassati… piano… respira…)

Quando ha conficcato il pugno intero nella figaanale ho emesso un suono lungo, rotto. Il dolore era caldo, totale, mi riempiva da dentro in un modo che non assomigliava a niente di precedente.

Luka muoveva il pugno lentamente, avanti e indietro, aprendomi ancora di più, mentre con l’altra mano mi teneva i capelli raccolti in un pugno. Il pisellino restava molle e bagnato nel perizoma. Io piangevo e gemevo insieme, il viso contro la pietra.

Dopo un tempo che sembrò infinito estrasse il pugno e mi fece leccare le dita ancora lucide di me. Poi mi entrò con il cazzo, lento, fino in fondo, e mi scopò con spinte profonde e regolari, quasi rituali. Ogni tanto si fermava e mi faceva scoreggiare con lui ancora dentro. L’odore si mescolava al sale dell’aria.

Nel primo pomeriggio arrivarono due uomini in un’altra barca. Un locale di mezza età, panciuto, e un amico di un amico, più giovane e magro. Luka scambiò poche parole gutturali e annuì.

Il locale mi fece mettere supina e mi costrinse a leccargli i piedi sudati per quasi mezz’ora. Lingua tra le dita, sotto le unghie, sul tallone, mentre lui mi teneva i capelli e spingeva.

L’odore era forte, acido, di uomo che aveva camminato tutto il giorno. L’altro mi scopava la bocca intanto, spingendo fino in gola. Alla fine mi sborrarono entrambi sul seno e sulla faccia.

Luka raccolse i soldi e li mandò via. Poi mi riprese. Mi leccò i piedi che sapevano ancora di loro, mi leccò la figaanale slabbrata e mi sborrò dentro lentamente, tenendomi aperta con le dita dopo aver terminato.

Verso sera, mentre tornavamo a motore quasi spento, Luka mi tenne contro il petto. Il suo odore di non lavato e di sesso mi riempiva le narici.
Mi accarezzò i capelli e disse, a voce molto bassa:

«Sve više si moja. I sve manje ima granica.» (Sei sempre più mia. E ci sono sempre meno limiti.)

Il legame si stava facendo più stretto, più indecente… senza freni.
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