«Moja» Capitolo finale
travperte
Il perizoma nero era perennemente umido. Il pisellino restava molle, piccolo e raccolto, ma il resto del corpo era una ferita aperta di piacere. Ero diventata la bambola gonfiabile italiana di un cerchio ristretto: tedeschi in fuga dalle mogli per una notte, locals grezzi del porto, negri massicci, vecchi dalle mani nodose, giovani frettolosi, il prete e i suoi ragazzi. Soft o estremo. Vanilla o fist, piedi, ascelle, sudore, sputi, bukkake, piscio, aria di culo. Tutto. E io lo prendevo, sempre.
Una notte a Fažana, in un magazzino semi-abbandonato vicino al molo, Luka organizzò l’incontro più lungo e più denso dell’estate.
L’odore dentro era di sale, di pesce, di legno umido e di uomini che aspettavano. C’erano sei maschi.
Il primo era un negro alto e potente, pelle scura lucida di sudore, cazzo già duro e pesante. Il secondo un locale di mezza età, panciuto, mani grandi e uncinate dal lavoro. Il terzo un tedesco nervoso con l’anello ancora al dito, sudore freddo sulla fronte. Il quarto un giovane mandato dal prete, quasi bello, sguardo un po’ perso. Il quinto un vecchio pescatore dall’odore forte di mare e di non lavato. Il sesto un camionista robusto, silenzioso, con le palle già basse e umide.
Mi misero al centro del magazzino, sulla pavimentazione di cemento freddo.
Mi fecero leccare i piedi sudati uno dopo l’altro, lingua tra le dita, sotto le unghie, sul tallone. Poi le ascelle, calde e salate, obbligandomi a respirare a fondo e a succhiare. Mi aprirono la bocca e mi conficcarono i cazzi a turno, spingendo fino in gola, le palle che mi battevano sul mento. Mi sputavano in faccia, sui seni, nei capelli.
Poi iniziò a pisciare e uno dopo l’altro mi pisciarono addosso e in bocca. Getti caldi, amari, abbondanti. Mi riempirono le guance, mi fecero ingoiare, mi lasciarono colare il liquido sul petto e sul perizoma già inzuppato.
Il negro mi tenne la testa ferma mentre mi svuotava la vescica in gola. Il vecchio mi pisciò sulla schiena e tra le natiche. Il tedesco, tremante, mi mirò in faccia e mi coprì gli occhi.
Mi fecero mettere a quattro zampe.
Uno mi aprì le natiche e mi premette il buco del culo contro la bocca.
«Otvori.»
Aprii. Una scorreggia lunga, calda, umida, carica di odore di merda mi entrò dritta in gola. La presi. Poi un’altra. Poi fu il turno del successivo. Ognuno di loro mi diede la propria aria di culo, tenendomi la faccia premuta mentre spingevo la lingua. L’odore e il sapore erano forti, animali, e io li accoglievo passiva e vogliosa.
Mi fistarono a turno.
Mani grandi, unte di sputo e di piscio, che mi aprivano la figaanale fino al polso. Il dolore era intenso e totalizzante. Io tenevo la bocca spalancata mentre gli altri mi sborravano in faccia, uno dopo l’altro. Fu un bukkake lento e denso. Sborra calda e spessa che mi copriva le labbra, le guance, i capelli, gli occhi. Qualcuno mi pisciava ancora mentre gli altri venivano.
Alla fine il mio viso era una maschera lucida di liquidi bianchi e gialli.
Luka stava in piedi poco distante.
Ogni tanto si avvicinava, mi prendeva per i capelli o per un fianco, entrava nella figaanale già slabbrata e mi scopava piano, profondo, possessivo, poi si toglieva e mi lasciava di nuovo a loro. Mi usavano come un contenitore. Un sborratoio. Una latrina viva.
Io prendevo cazzi, piscio, sborra, aria di culo, sputi, sudore. Il perizoma era solo un pezzo di stoffa inzuppata che teneva ancora il pisellino molle e bagnato. La figaanale non si chiudeva più.
Quando erano tutti andati, lasciando soldi sul tavolo di legno e un odore pesante di sesso e di uomini, eravamo rimasti soli.
Io a terra. Luka si sedette accanto a me, mi pulì un poco il viso con il dorso della mano e mi disse la verità sui soldi, con la voce bassa e l’accento gutturale:
«Deset eura usta. Dvadeset kompletno. Malo. Ali stalno.»
(Dieci euro bocca. Venti completo. Poco. Ma continuo.)
Poi mi guardò a lungo, con quegli occhi chiari e schivi, e aggiunse qualcosa che non aveva mai detto prima:
«Ali više nije samo novac. Zaljubio sam se u svoju lutku. Teško ću naći drugu tako otvorenu za svaku moju perverziju. Možda nikad.»
(Ma non è più solo soldi. Mi sono innamorato della mia bambola. Farò fatica a trovarne un’altra così aperta a ogni mia perversione. Forse mai.)
Mi prese in braccio con facilità, mi portò fuori nell’aria notturna ancora calda e mi fece sedere sul sedile anteriore della macchina.
Per tutto il viaggio di ritorno mi tenne contro di sé, una mano sui miei capelli appiccicati, l’altra che ogni tanto scendeva ad aprire ancora la figaanale e a sentire quanto fossi piena e usata. Il suo odore di non lavato, di sudore di giorni e di sesso mi avvolgeva completamente.
Io ero piena.
Slabbrata.
Ninfomane.
E sua.
L’estate finì così.
Con Luka innamorato della sua bambola gonfiabile italiana.
E con me che non sapevo più dove finisse il mio corpo e dove iniziasse il suo desiderio.
Tutto era diventato senza freni.
Intimo.
Indecente.
Volgare.
E assolutamente, disperatamente, reciproco.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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