Vieni da me
È arrivata alle dieci e un quarto. Dal citofono la voce era più bassa di come me l’ero immaginata. Ho aperto, l’ho fatta salire, e quando è entrata ho visto che aveva i jeans stretti e una canotta nera, i capelli neri lunghi, raccolti. Belle labbra, lucide, eye-liner, occhi scuri. Magra, non tanto alta. Mani nervose sulla tracolla. Non ci siamo baciati. Le ho preso la borsa, l’ho messa sulla sedia, e le ho detto di seguirmi. In camera l’abat-jour era già acceso.
Mi sono seduto sul bordo del letto e mi sono abbassato i pantaloni.
«Mettiti giù.»
Si è inginocchiata sul parquet e si è sfilata la canotta, mostrando i capezzoli scuri e la pelle liscia e perfettamente depilata. All’inizio ha esitato, poi ha preso un cuscino e se l’è messo sotto le ginocchia. Brava, mettiti comoda. Il cazzo mi si era già indurito. L’ha preso in bocca piano, con la mano alla base, la lingua sotto. Calda. Ho appoggiato la mano sulla sua nuca, senza spingere subito. Volevo vedere quanto reggeva.
Reggeva, eccome! Era brava, molto. La saliva le colava sul mento. Ogni tanto si staccava per respirare, gli occhi lucidi, e tornava a fare il suo dovere, servizievole. Io non parlavo molto. Le dicevo di andare più a fondo, che volevo scoparle le tonsille. La mascella le tirava, si vedeva. Dopo un po’ il braccio mi si era indolenzito a forza di tenerle la testa; ho cambiato mano. Sul telefono, appoggiato al comodino, sono passati venticinque minuti. Il cazzo mi pulsava, bagnato fino alle palle. Non volevo venire così. Volevo sentirla da dietro.
«Basta. Alzati.»
Si è tirata su e le ho fatto togliere i jeans e piegarsi sul letto, petto sul materasso, culo verso di me. Ho preso il lubrificante dal cassetto, gliene ho messo sulle dita e poi su di me, preservativo già srotolato. Due dita prima. Ha stretto, ha emesso un mugolio.Quando sono entrato è stato lento, caldo, stretto attorno alla cappella e poi più giù. Mi sono fermato a metà.
Poi ho cominciato a muovermi. Colpi corti all’inizio, per non uscire, poi più lunghi. Il letto sbatteva contro il muro. Non era una scena pulita: a un certo punto il preservativo si è arrotolato, sono uscito, l’ho sistemato, ho rimesso il gel, sono rientrato. Lei si era allargata. Spingevo e sentivo il culo che mi veniva incontro, poco, poi di più. Il sudore mi colava sullo sterno. Non ho retto a lungo. Le gambe mi tremavano. Sono uscito prima di venire.
«Sdraiati. La testa di qua.»
Si è sdraiata, i capelli sul bordo del materasso. Mi sono tolto il preservativo. Il cazzo era lucido, duro, ancora più sensibile. Gliel’ho messo in bocca e stavolta ho mosso io il bacino, poco, lasciando che fosse lei a lavorare con la lingua e con la mano. La mascella le faceva male, si vedeva da come si fermava.
«Continua non ti fermare.»
Ci è voluto ancora. Il piacere saliva a scatti, mi si chiudeva lo stomaco. Quando ho sentito che non tornavo indietro ho detto il suo nome, più volte e le sono venuto in bocca. Non un getto solo: due, tre, caldi, il resto che le colava sull’angolo delle labbra. Non mi sono tirato indietro finché non ho finito. Il bacino mi tremava. Lei ha deglutito una parte, gli occhi che mi fissavano.
Mi sono seduto sul letto. Il fiatone non passava. Le ho passato un fazzoletto dal comodino e il bicchiere d’acqua. Fuori qualcuno chiudeva una porta nel pianerottolo. Lei si è tirata su, le labbra gonfie, e ha bevuto. Io mi sono acceso una sigaretta alla finestra, i pantaloni ancora a metà coscia, e l’ho guardata mentre si puliva il mento. In casa si sentiva solo il frigo. Non avevamo ancora voglia di parlare.
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