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La resa del silenzio 1/4
10.04.2026 |
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Fuori, Venezia continuava a dormire, ignara che in quel palazzo sul Canal Grande una donna aveva appena scoperto quanto potesse essere profonda la propria capacità di abbandonarsi… e quanto..."
La notte aveva ormai inghiottito Venezia intera. Solo il lento sciabordio dell’acqua contro i pali del Canal Grande rompeva il silenzio assoluto del palazzo.Nella stanza del Marchese, le candele erano ridotte a mozziconi tremolanti. La luce era calda, rossastra, quasi carnale. Sul grande letto a baldacchino, la dama giaceva supina, completamente nuda, i polsi ancora legati alla testiera con due nastri di seta nera. Non erano stretti: poteva liberarsi in qualsiasi momento. Eppure non lo faceva.
Lorenzo stava in piedi accanto al letto, anche lui nudo, il corpo snello e asciutto illuminato dal basso dalle fiammelle. Il suo sguardo scorreva su di lei senza fretta, possessivo ma mai volgare. Si soffermava sui seni che si alzavano e abbassavano con respiri profondi, sui capezzoli inturgiditi dall’aria fresca e dall’eccitazione, sulla curva morbida dei fianchi, sul triangolo scuro tra le cosce leggermente dischiuse.
«Guardami», ordinò piano.
Lei aprì gli occhi. Le pupille erano dilatate, lucide di desiderio. Le labbra socchiuse lasciavano uscire un respiro irregolare.
Il Marchese salì sul letto con movimenti felini, inginocchiandosi tra le sue gambe senza ancora toccarla. L’aria tra i loro corpi era elettrica.
«Hai tremato tutta la sera mentre ti spogliavo», mormorò, la voce bassa e roca. «Ogni volta che ti sfioravo un bottone, sentivo il tuo respiro spezzarsi. Ora non c’è più nulla a nasconderti.»
Allungò una mano e, con due dita soltanto, tracciò una linea lentissima dal centro della gola di lei, tra i seni, fino all’ombelico. La dama inarcò la schiena, cercando istintivamente un contatto più deciso. Lui ritirò la mano prima che lei potesse ottenerlo.
«Non ancora», disse con un sorriso oscuro. «Questa notte voglio sentirti implorare con il corpo prima che con la voce.»
Si chinò su di lei. Le sue labbra sfiorarono appena il lobo dell’orecchio, poi scesero lungo il collo. Quando arrivò alla clavicola, vi posò un bacio umido, seguito dal leggero graffio dei denti. La dama emise un gemito soffocato.
Lorenzo continuò la discesa con esasperante lentezza. Baciò la valle tra i seni, poi prese un capezzolo tra le labbra, succhiandolo piano, facendolo rotolare sulla lingua mentre con la mano stuzzicava l’altro, pizzicandolo appena. La dama si contorse sotto di lui, i polsi che tiravano istintivamente contro la seta.
«Lorenzo…», sussurrò, la voce già spezzata.
«Dimmi cosa senti», ordinò lui senza staccare la bocca dalla sua pelle.
«Caldo… mi bruci… ti prego…»
Lui sorrise contro il suo seno e scese ancora più in basso. Baciò la pelle morbida sotto l’ombelico, poi le cosce interne, soffiando aria calda sulla carne già bagnata. La dama aprì di più le gambe, un invito silenzioso e disperato.
Il Marchese si fermò a pochi centimetri dal suo sesso. Il profumo della sua eccitazione era intenso, dolce e muschiato. Alzò lo sguardo: lei lo fissava con gli occhi velati di lussuria.
«Sei fradicia», mormorò, la voce roca di soddisfazione. «E non ti ho ancora toccata davvero.»
Con la punta della lingua tracciò una linea lentissima lungo la fessura bagnata, dal basso verso l’alto, fermandosi appena prima di raggiungere il clitoride. La dama sussultò violentemente, un gemito profondo le sfuggì dalla gola.
Lorenzo ripeté il gesto, più volte, sempre più lento, assaporando ogni goccia del suo desiderio. Solo quando lei cominciò a muovere i fianchi in cerca di maggiore pressione, lui finalmente chiuse le labbra intorno al piccolo nodo gonfio e succhiò con delicatezza.
Un grido soffocato riempì la stanza. La dama inarcò la schiena, tirando forte contro i nastri di seta. Lui non le diede tregua: la lingua disegnava cerchi precisi, alternando pressione e leggerezza, mentre due dita scivolavano dentro di lei, curvandosi verso quel punto che la faceva tremare senza controllo.
«Oh Dio… Lorenzo… non fermarti…», ansimò lei, la voce rotta.
Lui alzò solo per un istante lo sguardo, gli occhi neri di desiderio.
«Voglio sentirti venire sulla mia lingua», disse con voce bassa e imperiosa. «E poi ti prenderò così profondamente che dimenticherai persino il tuo nome.»
Le sue parole, unite al ritmo incalzante della lingua e delle dita, furono troppo. Il corpo della dama si tese come una corda, le cosce tremarono intorno alla testa di lui, e un orgasmo violento la travolse, strappandole un lungo gemito gutturale che sembrò riecheggiare tra le pareti antiche del palazzo.
Lorenzo non si fermò finché l’ultimo spasmo non la scosse. Solo allora risalì lungo il suo corpo, coprendola con il proprio. Il suo membro duro e caldo premeva contro il sesso ancora pulsante di lei.
Le sfiorò le labbra con le sue, facendole assaggiare il proprio sapore.
«Ora», sussurrò contro la sua bocca, «apri le gambe per me… e prendimi tutto.»
Con un’unica spinta lenta e profonda affondò dentro di lei fino in fondo. La dama spalancò gli occhi e la bocca in un grido silenzioso di puro piacere. Lui rimase fermo un istante, godendo della stretta calda e bagnata che lo avvolgeva completamente.
Poi cominciò a muoversi.
Non era fretta. Era possesso misurato, profondo, implacabile. Ogni affondo era lento, potente, studiato per toccare il punto più sensibile dentro di lei. La seta ai polsi frusciava a ogni spinta. I loro respiri si mescolavano, i gemiti di lei diventavano sempre più alti, sempre meno controllati.
Lorenzo le afferrò i fianchi, aumentando leggermente il ritmo, mentre con la bocca le divorava il collo e i seni.
«Vieni ancora per me», le ordinò all’orecchio, la voce rauca. «Voglio sentirti contrarti intorno al mio cazzo mentre ti riempio.»
La dama non riuscì a rispondere. Un secondo orgasmo la travolse quasi subito, più intenso del primo. Il suo sesso si strinse ritmicamente intorno a lui, strappandogli un gemito basso e animalesco.
Lorenzo accelerò, perdendo finalmente un po’ di quel controllo ferreo. Le spinte si fecero più profonde, più rapide, finché con un ultimo affondo potente venne dentro di lei, riversando il suo piacere caldo e abbondante con un ringhio soffocato contro la sua spalla.
Rimasero così, uniti, ansanti, sudati, mentre le ultime candele si spegnevano una dopo l’altra.
Solo quando il respiro tornò regolare, il Marchese sciolse lentamente i nastri di seta dai polsi di lei. Le baciò con delicatezza i segni rossi leggeri, poi la prese tra le braccia, stringendola contro il petto.
La dama nascose il viso nell’incavo del suo collo, ancora tremante.
«Questa notte», mormorò lui contro i suoi capelli, «non era solo desiderio. Era resa. E tu ti sei arresa in modo perfetto.»
Fuori, Venezia continuava a dormire, ignara che in quel palazzo sul Canal Grande una donna aveva appena scoperto quanto potesse essere profonda la propria capacità di abbandonarsi… e quanto potesse essere sublime la resa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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