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Il prezzo del silenzio


di Valico57
13.06.2026    |    117    |    0 8.0
"» Maurizio le ordinò poi di alzarsi la gonna e di spostare le mutandine e, mentre continuava il racconto, di cominciare a toccarsi, mentre lui giocava con le sue labbra e la sua figa usando un..."
L'ufficio del preside si trovava in fondo al corridoio del secondo piano, protetto da una pesante porta in legno massiccio che isolava perfettamente ogni rumore dall'esterno. Era il tardo pomeriggio di un martedì di fine ottobre. La scuola era ormai deserta; gli ultimi passi dei bidelli erano sfumati da un pezzo, lasciando l'istituto immerso in un silenzio quasi reverenziale.
Alessandra camminava lungo il corridoio. Il rumore dei suoi tacchi sul pavimento in gres scandiva il ritmo del suo cuore accelerato. Indossava una gonna a tubino nera, una camicetta di seta bianca leggermente sbottonata sul décolleté e calze velate. Nella vita di tutti i giorni, in classe come nei consigli d'istituto, era la professoressa di Matematica e Fisica stimata da tutti: una donna decisa, ironica, con una personalità forte e un'autorità naturale che non ammetteva repliche.
Sotto quella facciata di rigore scientifico e controllo perfetto, tuttavia, bruciava un'energia del tutto diversa. Una fame insaziabile, un bisogno costante di perdersi e di abbandonare ogni briciolo di quel controllo. Si fermò davanti alla porta della presidenza. Prese un respiro profondo, sentendo già quel brivido familiare che le partiva dallo stomaco e scendeva verso il basso ventre, lasciando il suo sesso fradicio e fremente. Bussò due volte, in modo deciso ma rispettoso.
«Avanti», rispose la voce profonda e roca dall'interno.
Alessandra abbassò la maniglia ed entrò, richiudendosi la porta alle spalle. Maurizio, il preside, era seduto dietro la sua grande scrivania in stile Impero. A sessantanove anni, l'uomo emanama un fascino magnetico e patriarcale: capelli brizzolati tagliati corti, pizzetto, uno sguardo d'acciaio dietro gli occhiali da lettura e una presenza fisica che riempiva la stanza. Era un vero leader, abituato a comandare e a ottenere esattamente ciò che voleva.
Sulla scrivania, accanto al computer acceso, c'era una cartella di plastica trasparente. Quando Alessandra la vide aperta, riconobbe immediatamente il contenuto: note scritte a mano, date, orari e persino qualche stampa fotografica sfocata ma inequivocabile. Maurizio sapeva tutto.
Sapeva dei pomeriggi infuocati trascorsi nei bagni della scuola con la sua amica Mariella, la splendida cinquantunenne mora con cui condivideva confessioni e giochi proibiti. Sapeva delle loro trasferte nei cinema porno alla periferia di Milano, organizzate con la complicità del marito Giuseppe, dove insieme cercavano il brivido di essere guardate, desiderate e scopate da uomini maturi, anche ultrasettantenni, purché depravati e capaci di prenderle di testa ancora prima che di fisico. Sapeva i dettagli della sua relazione clandestina con Patrizia, la collega trentenne di Lettere segretamente innamorata di lei. Sapeva persino di Fabio, il figlio diciottenne di Mariella, a cui Alessandra aveva fatto da maestra in un'iniziazione totale e travolgente, e degli incontri clandestini negli spogliatoi con Cristian, il professore di Educazione Fisica dotato di una virilità prorompente che la svuotava di ogni pensiero, riempiendole ogni orifizio.
«Professoressa», esordì Maurizio, appoggiando i gomiti sulla scrivania e unendo le punte delle dita. Il suo tono era calmo, privo di giudizio morale, ma carico di una minaccia assoluta e consapevole. «Stavo proprio riesaminando questo fascicolo. Un comportamento del genere, se reso pubblico all'ufficio scolastico regionale e alle famiglie degli studenti, non solo distruggerebbe la sua carriera in cinque minuti, ma farebbe crollare anche quel bel matrimonio perfetto di cui si vanta tanto.»
Alessandra sentì un brivido freddo risalirle la schiena, immediatamente sostituito da una vampata di calore intenso. Recitò la parte della donna offesa, stringendo i denti: «Maurizio... ti prego. Stai esagerando. È la mia vita privata. Non puoi ricattarmi così.»
Maurizio sorrise, un sorriso lento e predatore che le fece tremare le ginocchia. Si alzò lentamente dalla sedia, aggirò la scrivania e si diresse verso di lei. La sua figura imponente sovrastava i suoi quarantasette anni di fiera bellezza.
«Io posso fare tutto ciò che voglio, Alessandra. E tu lo sai perfettamente», disse, fermandosi a pochi centimetri dal suo viso. Il profumo del suo dopobarba classico e l'odore della carta si mescolarono, creando un'atmosfera densa. «Tu sei una donna intelligente. Matematica e logica pura. Sai benissimo qual è il prezzo per mantenere il tuo segreto, la tua cattedra e la tua dignità pubblica.»
Maurizio le sollevò il mento con due dita, costringendola a guardarlo negli occhi. «Ma sappiamo entrambi che non sei qui per implorare pietà. Sappiamo benissimo che questa situazione ti eccita oltre ogni limite. Ti piace essere tenuta in pugno. Ti piace l'idea che io decida per te.»
Alessandra sentì le ultime resistenze cedere. Quella maschera di donna forte e dominante che indossava ogni giorno davanti al mondo si sgretolò, lasciando spazio alla sua vera natura profonda: una sottomessa bisognosa di un padrone carismatico che la dominasse senza riserve. L'idea di essere totalmente alla mercé di quell'uomo maturo e potente la faceva letteralmente impazzire, annullando ogni inibizione.
«Sì...» sussurrò lei, la voce ridotta a un filo, gli occhi lucidi di sottomissione ed eccitazione.
«Cosa hai detto? Non ti sento, professoressa», la incalzò Maurizio, stringendo leggermente la presa sul suo mento, un comando silenzioso a piegarsi completamente alla sua volontà.
«Sì, Padrone...» ripeté Alessandra, abbandonando ogni difesa, pronta a diventare la sua schiava e a subire qualunque ordine lui avesse deciso di impartirle, pur di assecondare quel vortice di piacere e sottomissione che le bruciava dentro.
Maurizio lasciò andare il mento di Alessandra e fece un passo indietro, tornando ad appoggiarsi al bordo della scrivania. Incrociò le braccia sul petto, mantenendo quel totale controllo che la faceva tremare. Il suo sguardo d'acciaio la squadrò da capo a piedi, freddo e calcolatore.
«Molto bene, Alessandra», disse, con una voce che non ammetteva repliche. «Se vuoi che questo fascicolo resti chiuso nel mio cassetto, devi dimostrarmi quanto sei disposta a obbedire. Spogliati di ogni inibizione. Voglio sentire tutto dalla tua viva voce. Comincia dall'inizio. Parlami di Mariella, di quello che facevate nei bagni della scuola, di ciò che accadeva nei cinema porno e di come quel santo uomo di tuo marito Giuseppe fosse complice di tutto questo. Voglio i dettagli.»
Maurizio le ordinò poi di alzarsi la gonna e di spostare le mutandine e, mentre continuava il racconto, di cominciare a toccarsi, mentre lui giocava con le sue labbra e la sua figa usando un frustino.
Alessandra sentì il sangue pulsarle nelle orecchie. L'ordine del suo Padrone la metteva completamente a nudo, ma l'eccitazione che ne derivava era una scossa elettrica che le toglieva il fiato. Si inumidì le labbra, abbassò leggermente lo sguardo in segno di sottomissione e cominciò a parlare. La voce, inizialmente tremante, divenne via via più sicura man mano che il ricordo dei sensi prendeva il sopravvento.
«Tutto è iniziato due anni fa, proprio qui, durante i lunghi pomeriggi dei consigli d'istituto o dei colloqui con i genitori», esordì Alessandra, mentre le sue mani eseguivano gli ordini. «Mariella ha cinquantun anni, ma ha un corpo da favola, è una mora con curve spettacolari che farebbero impazzire chiunque. C'era sempre stata una forte tensione tra di noi, finché un giorno, sfinite da ore di riunioni, ci siamo incrociate nei bagni della sala insegnanti.»
Alessandra guardò Maurizio, cercando nei suoi occhi l'approvazione del Padrone. Il preside fece un leggero cenno con il capo, invitandola a continuare.
«Ho chiuso la porta a chiave. Non c'era bisogno di parole. Ci siamo avventate l'una sull'altra dietro i divisori. Mariella mi ha spinta contro le piastrelle fredde, e quel contrasto con il calore della mia pelle mi ha fatta impazzire. Le ho sollevato la gonna, mentre lei mi apriva la camicetta con urgenza. Abbiamo iniziato a baciarci: un bacio profondo, affamato, da togliere il fiato. La sua lingua e le sue mani sapevano esattamente dove toccare. Mi succhiava le tette mordendomi i capezzoli, duri e turgidi come chiodi, infilandomi le dita nella figa e nel culo. Ci toccavamo con una frenesia assoluta, soffocando i gemiti per paura che qualche collega entrasse o ci sentisse dall'antibagno. Ci spogliammo completamente e, distese sul pavimento, ci concentrammo in un 69 perverso e travolgente, così le nostre bocche erano incollate sulla figa dell'altra e potevamo emettere solo piccoli sospiri. Sentire i suoi respiri affannati sul mio ventre, mentre le mie dita e la mia lingua la esploravano ed erano completamente bagnate del suo umore, mi dava un'eccitazione indescrivibile. Nel tempo è diventata una droga: ogni scusa era buona per sparire nei bagni, trovarsi dopo la scuola in macchina nei parcheggi e prenderci tutto quello che volevamo, raccontandoci i nostri desideri e le nostre voglie di donne insoddisfatte e vogliose sia di cazzo che di figa.»
Alessandra fece un respiro profondo, sentendo il calore salirle al viso nel rivelare la parte più intima e proibita dei suoi segreti domestici.
«Mio marito Giuseppe... lui sa tutto. Sa che non può soddisfare la mia fame. Con i suoi dieci centimetri non è mai riuscito a riempirmi, a farmi sentire davvero posseduta. Ma invece di lasciarmi o arrabbiarsi, ha sviluppato una forma di feticismo e sottomissione nei miei confronti. Ha capito che per tenermi legata a sé doveva assecondare la mia natura di ninfomane. È diventato il mio complice, lo spettatore silenzioso e felice delle mie perversioni.»
Si avvicinò di un passo alla scrivania, sottomessa ma totalmente catturata dal racconto.
«È stato Giuseppe a proporre l'idea dei cinema porno. Spesso ci andavamo insieme a Mariella. Giuseppe ci accompagnava in macchina fino all'ingresso di quelle sale calde e semibuie nella periferia di Milano, pagava i biglietti per noi e poi ci lasciava entrare da sole, aspettando fuori in auto per ore, eccitandosi al solo pensiero di ciò che avremmo fatto. A me e Mariella piaceva l'atmosfera squallida e proibita di quei posti. Ci sedevamo nelle ultime file, dove la luce dello schermo illuminava appena le poltrone consumate. Adoro gli uomini maturi, Maurizio... gli ultrasettantenni porci e maiali che hanno i cazzi ancora duri, ma che puzzano di piscio e di voglia repressa, che frequentano quei cinema. Hanno un carisma e una depravazione mentale che i giovani non si sognano nemmeno.»
Alessandra si passò una mano sulla calza velata, stringendo la coscia, mentre continuava il racconto per il suo Padrone.
«Io e Mariella cominciavamo a provocarci, a baciarci e a toccarci sotto le gonne, sapendo di essere osservate. Nel giro di pochi minuti, gli uomini maturi presenti in sala si avvicinavano. Sentivamo le loro presenze nell'ombra. Io non aspettavo altro: mi mettevo in ginocchio tra le poltrone o mi piegavo in avanti, lasciando che quegli sconosciuti brizzolati e decisi, uomini che potevano essere miei padri, mi prendessero senza complimenti. Ci toccavano ovunque sia di testa che di fisico; le loro dita callose sembravano piccoli cazzi e, quando univano tre dita, la figa e il culo si sentivano pieni. Mariella alzava la gonna e si faceva leccare, con quelle bocche che sbavavano di una saliva che puzzava di alcol, vino e tabacco; i nostri cervelli andavano al manicomio. Sentire le loro mani ruvide e vissute sulla mia pelle, mentre Mariella mi accarezzava il viso e mi baciava, era un'estasi totale.»
Continuò, senza omettere nulla:
«Poi tiravano fuori i loro cazzi — devo dire alcuni enormi sia in lunghezza che di circonferenza — e ci scopavano figa, bocca e culo, sborrandoci in faccia, sul culo, sulla figa, ovunque. Uno via l'altro, finché non li avevamo svuotati tutti. Poi, l'una con l'altra, ci leccavamo quella sborra e anche quel piscio che ci avevano riversato addosso. Quando tornavamo in macchina, Giuseppe ci accoglieva adorante, felice di sentire l'odore degli altri uomini su di me e di finire il lavoro di pulizia, sentendosi partecipe del nostro piacere sfrenato. Noi eravamo soddisfatte del nostro ruolo di troie, di cagne in calore, e di aver regalato godimento a quegli uomini arrapati, meglio del film che erano andati a vedere.»
Alessandra terminò il racconto con il fiato corto e gli occhi lucidi fissi su Maurizio. La confessione l'aveva lasciata vulnerabile, completamente esposta e sempre più sottomessa al potere del suo preside. Le sue dita entravano e uscivano dalla figa, giocando col clitoride, ma Maurizio, con un colpo secco di frusta nell'aria, la fermò: «Schiava, non è ancora il momento di godere.»
«Molto bene, Alessandra», disse Maurizio con un sorriso compiacente. «Questo è solo l'inizio. Ora voglio sentire il resto.»
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