Aniello dei Quartieri Spagnoli
chupar
Mi guardò come se, prima ancora di sapere chi fossi, avesse già intuito che cosa mi passava per la testa. E c’era qualcosa, nel modo in cui sosteneva il mio sguardo senza fretta, che rendeva difficile convincermi del contrario.
Eravamo arrivati in sei, contando mia moglie, che aveva insistito per sedersi vicino alla finestra per godersi i Quartieri Spagnoli. Gli altri avevano subito cominciato a discutere di politica, di calcio e di quanto fosse cambiata la cucina napoletana da quando, a loro dire, la pizza aveva smesso di essere una cosa semplice per diventare una faccenda da intenditori. Io, invece, guardavo verso il forno, dove Aniello allungava l’impasto, lo faceva ruotare tra le mani, lo accompagnava con piccoli colpi del polso.
Mi alzai e gli andai vicino, con la scusa di ammirare la sua capacità.
Ogni tanto sollevava gli occhi e li lasciava vagare per la sala, ma quando incrociò i miei, sorrise e schiaffeggiò l’impasto, quasi fosse una chiappa. «Che facciamo? Una pizza o una dichiarazione d’amore?» La battuta mi arrivò con una naturalezza tale che per un momento credetti si rivolgesse a qualcun altro. «Dipende da chi la prepara» risposi sorridendo.
«Ah, allora siete esigente.» sussurrò, attento che i camerieri fossero lontani.
«Soltanto quando ne vale la pena.»
Aniello inclinò appena la testa, mi regalò un sorriso largo, ma gli occhi restarono attenti, quasi volessero verificare fino a che punto fossi disposto a spingermi: «E come si fa a capire se ne vale la pena?»
«Bisogna assaggiare.»
Lui rise, mostrando denti bianchi e regolari: «Qui se uno ordina, poi consuma.»
«Ma io un assaggio non lo pago, il pasto completo se merita!»
«Uè, ma voi siete pericoloso. Vostra moglie lo sa?»
Mi voltai verso il tavolo. Francesca stava raccontando qualcosa a una delle nostre amiche, gesticolando con la forchetta. Non sembrava essersi accorta di niente.
«Io della pizza sto parlando. E poi mia moglie sa molte cose di me, ma non tutte.»
«E allora siete messo bene.»
«Perché?»
«Perché la mia rompe i coglioni e non capisce che nu' omm ca' dice e' nun ave' segreti, o è nu' santo o è nu' porco.»
«E voi ne avete?»
«No! E nun song nu' santo», replicò ridendo.
Tornò al forno, ma prima di voltarsi del tutto, si grattò il pacco e mi lanciò un'occhiata che non aveva più niente di casuale.
Si voltò, si raggomitolò le maniche sulle spalle tornite. Si asciugò la fronte con l’amanbraccio, mostrandomi l’ascella pelosissima e bruna, e mi pose un trancio. «Un omaggio della casa» disse, posando il pezzo davanti a me con la parte finale del triangolo che pendeva nell’aria, facendo scivolare la mozzarella. «È soltanto una prova. Ma la dovete pigliare tutta in bocca o vi sporcate, che cola.»
Spalancai la bocca e tirai fuori la lingua, mentre lui m’imboccava: «Guardate che è calda e abbondante…»
Assaggiai e dichiarai che era una delle migliori che avessi mai mangiato.
Tornai dai miei amici ma Aniello, passando il lavoro a un dipendente, trovò ogni pretesto per passare vicino al nostro tavolo. Una bottiglia d’acqua, un piatto da ritirare, una domanda sul grado di cottura. Ogni volta si fermava un secondo più del necessario.
«Tutto bene, dottò?»
«Benissimo».
«Vi manca niente?»
«Per il momento, no».
«Se posso essere utile…» e mi guardò con un'espressione divertita, prima di chinarsi a raccogliere un tovagliolo caduto. Quando si rialzò, mi sfiorò appena la spalla con il dorso della mano. «Dopo vi faccio vedere una cosa, se volete» mormorò.
«Una specialità?» chiese un mio amico.
«Eh, una cosa che sta sul menù, ma che non si vede».
Gli altri si entusiasmarono, ma il pizzaiolo li bloccò, dicendo che per motivi di igiene poteva far entrare solo uno nel magazzino e, in quel caso, chi avrebbe poi pagato il conto per tutti. I miei amici applaudirono all’idea e lui si allontanò prima che potessi rispondere.
Continuai a mangiare, partecipando alla conversazione con quella parte di me che sapeva ancora comportarsi in modo ragionevole. L'altra, invece, si era messa ad aspettare. A un certo punto vidi il pizzaiolo cedere di nuovo il suo posto ed io, volutamente, feci cadere un po’ di sugo sulla camicia e mi alzai: «Cazzo! Che casino. Vado a lavarmi»
«Sei il solito», osservò mia moglie. Risero tutti. Anch'io, mentre mi allontanavo.
Aniello mi aspettava vicino alla cucina. «Di qua, dotto’.» Aprì una porta laterale e mi lasciò passare per primo in un magazzino stretto, con scaffali di conserve, sacchi di farina e cassette di bibite impilate. Una sola lampadina illuminava il pavimento.
Mi osservò come se il gioco delle battute gli avesse permesso di arrivare fin lì, ma adesso spettasse a me decidere che cosa fare.
«Allora?» dissi «Mi avete promesso che mi facevate vedere una specialità.»
«Le promesse sono come la pizza, se le lasciate raffreddare perdono metà del gusto.»
Aniello mi sfiorò il viso ed io gli passai una mano sul pacco, nascosto dal grembiule.
Sorrise, tirò giù la zip e mi disse: «Pigliate o pesc' 'mman.» E m’appoggiò il suo bel cazzo duro sul palmo. Era di lunghezza superiore alla media, ma soprattutto spesso, molto spesso. Iniziai a masturbarlo molto dolcemente e lui, sollevandomi il maglioncino, si mise a ciucciarmi un seno come se fossi stato una donna.
Si fermò: «Dai, fatemi vedere come v’ piace.»
Iniziai a muovervi su e giù, cercando di leccare intorno alla punta del cazzo. Pompavo per creare la spinta giusta per poi ritornare sulla capocchia e ridiscendere. Lui emetteva qualche verso, come di piacere o d’incitamento, ma niente di che, tanto che mi attaccai al cazzo, cominciando a spompinarlo come una troia di professione, buttandoci sopra una bella dose di saliva mentre lui mi spingeva la testa.
«Oh, accussì! Bagnatelo bene, ciucciatelo…Dai, ciucciate, ciucciate».
La realtà tornò a farsi sentire attraverso una voce che lo chiamava dalla cucina.
«Ti cercano» dissi.
«Mia moglie me cerca sempre, ma vuje state fermo là... E chiav’teve a lengua ‘ncul.»
Con il grembiule rigirato nella cintura e quel gran tronco bruno che usciva dalla zip, si accostò alla parete, sollevò uno scomparto ad altezza del suo torace che dava in cucina: «Vafammocc a mammeta! Non rompere 'o cazzo! Me posso fa’ almeno na’ sigaretta?»
Chiuse con impeto, si avvicinò a me, tirando su con il naso, mi prese la testa mi ficcò il cazzo dritto in bocca, spingendomelo forte fino in fondo. Cominciò a pomparmelo in gola come se mi stesse scopando, soffocandomi, mentre rivoli di saliva mi scolavano abbondanti dalla bocca.
«Siete nu' professionista, ma cu me, così, nce' vuole troppo tiemp. Girateve e fateme vede’!»
«E se vengono qui?»
«Facimme na' cosa veloce veloce…», mi rassicurò, andando a chiudere la porta con il chiavistello. Tornò a me con il cazzo incredibilmente duro che puntava in alto.
Smosse i fianchi per farlo smuovere, ma rimase alto, massiccio e nodoso.
Sorrise: «Avete visto che lievitazione? C’ho un pesce famoso nei Quartieri…Tutte le meglio zoccole l’hanno provato.» Mi fece mettere alla pecorina su un cartone, con il culo alto e le braccia a terra: «A sedici anni due signore, una di Chiaia e una di Posillipo, sono restate incinta, due amiche che il marito non riusciva».
Mi spalmò del lardo sul buco, infilandolo anche dentro: «E poi so passato ai ricchioni che pagavano per provare la spaccimma in bocca o nel culo. Voi dove la volete?».
Me lo chiese con due dita che mi masturbavano l’ano, entrando senza problemi.
«Cazzo! Continua…Uummmhh…Dove vuoi…»
Smise e si spalmò lo strutto in abbondanza su tutto il cazzo, fino alle palle che aveva tirato fuori dai pantaloni larghi: «Dentro! Mi piace ingravidare le vacche! Senza offesa…»
Mi aiutai con le mani, allargandomi le chiappe, mentre lui portava il cazzo sul mio buco e, con una leggera spinta, lo faceva scivolare dentro fino alle palle.
«Ummmhh…. Che rreale guallera!»
Cominciò a farlo scorrere, sempre più velocemente, per un po’ di minuti. Con una mano mi accarezzava il cazzo e con l'altra il seno, mentre sentivo salire la sua voglia di godere pienamente del mio culo.
A ogni affondo i suoi coglioni ballavano ed io lo stavo incitando a riempirmi, quando si lasciò andare. Tenendomi fermo per le chiappe, si svuotò fino all'ultimo spasimo di sborra, poggiandosi sulla mia schiena: «Maronnnn…M'aggio sborrato sotto!»
Sentii il suo pesce partenopeo che usciva non ancora del tutto moscio e un fiume di sborra che veniva fuori dal mio sfintere.
Si accasciò sul cartone, «Ci voleva. Tengo 'a vocca più dorce!», si mise a posto il cazzone e mi passò dei tovaglioli per pulirmi. Mi sistemai e lui tornò a indossare la sua espressione disinvolta.
Rientrai in sala dopo essermi masturbato in bagno e dopo aver tamponato il culo, mettendo della carta igienica nelle mutande. M’aveva scaricato tanta di quella roba che continuavano a uscirmi fiotti di sperma che, speravo, non mi macchiassero i pantaloni.
Mia moglie stava bevendo un sorso d’acqua, uno dei miei amici discuteva animatamente del campionato e un altro cercava di convincere il cameriere a portargli un amaro. «Ma che fine hai fatto? Tutto a posto? Hai pure lasciato il cellulare qui a tavola e non potevo chiamarti» mi disse Francesca.
«In bagno c’era un po’ di confusione e poi il pizzaiolo mi ha portato in magazzino.»
Mi guardò per un istante, come se cercasse qualcosa nel mio viso: «E che specialità ti ha fatto vedere per tutto questo tempo?»
«Il processo di lievitazione. Eccezionale! Ha un lievito madre che funziona da quando aveva sedici anni e dice che la sua pizza è famosa anche per questo in tutta Napoli, pure a Chiaia, Posillipo…»
Aniello passò poco dopo con un vassoio, tolto al cameriere. Non mi guardò subito. Servì i caffè, raccolse due piattini e si fermò accanto alla mia sedia.
«Dotto’ questi li offre la casa. Contento del servizio?»
Sollevai gli occhi verso di lui: «Di tutto.»
Mi sorrise: «Allora il conto lo pagate veramente voi?»
Tutti approvarono e lui se ne tornò a lavoro. Pagai alla moglie, complimentandomi per l’abilità del marito che dalla cucina gridava qualcosa a un collega in napoletano.
Quando mi voltai prima di uscire dal locale, stava lavorando a un’altra pizza. Soltanto per un attimo alzò lo sguardo verso di me e mi fece l’occhiolino.
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