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Elena parte 2 - il ritorno a casa


di Membro VIP di Annunci69.it Andrea72
22.03.2026    |    1.139    |    2 9.6
"Avevano imparato che le svolte non si decidono prima, ma si vivono mentre accadono..."
Uscirono dall'appartamento di Marco quando la città era già silenziosa. Nell'ascensore, nessuno dei due parlò. Davide teneva le mani in tasca, Elena aveva il cappotto aperto nonostante il freddo, come se il calore della stanza la seguisse ancora. Quando la portafinestra si aprì sulla strada, l'aria gelida li investì, e lei rabbrividì. Lui le mise un braccio intorno alle spalle, e lei si lasciò stringere.

In macchina, Davide mise il motore in moto ma non partì subito. Rimase con le mani sul volante, a guardare il parabrezza che si appannava lentamente.

«Sei stanco?» chiese Elena.

«No.»

«Allora perché non partiamo?»

Lui si voltò verso di lei. Il lampione gettava una luce arancione sul suo viso, e vide che aveva ancora gli occhi lucidi, il rossore sulle guance, le labbra un po' gonfie. Sembrava una donna che aveva appena fatto l'amore, e in effetti lo era. Solo che non era stato con lui.

«Ho bisogno di un attimo» disse. «Per tornare.»

Elena lo guardò, e nei suoi occhi non ci fu pazienza né impazienza, ma qualcosa di più intimo: la capacità di aspettarlo senza chiedere nulla. Allungò una mano e gliela posò sulla nuca, dove i muscoli erano tesi.

«Siamo ancora lì dentro» disse piano. «Io lo sono. Se vuoi, possiamo restarci ancora un po'.»

Lui chiuse gli occhi sotto il tocco di lei. Il calore delle sue dita gli scioglieva qualcosa che non sapeva di avere in tensione.

«Eri bellissima» mormorò.

«Lo so» disse lei, e nella sua voce c'era una leggerezza che non era vanità, ma consapevolezza. «Mi sono sentita bellissima.»

«Quando mi hai guardato… mentre lui…»

«Volevo che vedessi. Non solo cosa faceva lui. Cosa facevo io. Come mi perdevo. Come tornavo. Volevo che fossi lì con me, anche se non eri tu a toccarmi.»

Davide aprì gli occhi. La guardò.

«Eri lì» disse. «Ero io, in quel momento. Non c'era altra parte in cui volessi essere.»

Elena sorrise, e quel sorriso era così pieno che gli fece male al petto. Lo tirò a sé, lo baciò. Era un bacio diverso da quelli che si erano scambiati fino a quel momento: non c'era domanda, non c'era ricerca. C'era solo conferma. Un sigillo.

Poi, finalmente, partì.

---

A casa, lasciarono le luci spente. Non avevano bisogno di vedere per sapere dove andare. Si spogliarono in silenzio, lasciando i vestiti per terra, e si infilarono sotto le coperte come se fosse il primo letto che condividevano.

Ma non fecero l'amore. O forse sì, ma non come lo avevano sempre inteso.

Davide si sdraiò sulla schiena e la tirò sopra di sé. Elena si accoccolò su di lui, nuda, la guancia appoggiata sul suo petto, le gambe intrecciate alle sue. Rimasero così, in un silenzio che non era vuoto ma denso di tutto ciò che era appena accaduto.

«Com'è stato per te?» chiese Elena dopo un lungo respiro. «Davvero.»

Lui ci pensò. Non voleva sbagliare parola, non con lei, non ora.

«Quando sei entrata in quella stanza con Marco, quella prima volta, e io sono rimasto in salotto… è stato difficile. Non sapevo cosa fare del mio corpo. Ero lì, con un caffè in mano, e sentivo la tua voce, i tuoi silenzi. Ho pensato che stessi morendo. Invece no. Stavo nascendo a qualcos'altro.»

Lei sollevò la testa, lo guardò.

«Stasera, quando ero nella stanza con voi… non c'era più distanza. Eri lì, eravamo tutti e tre nello stesso spazio, eppure eravamo anche in due spazi diversi. Tu con lui, io che guardavo. E mentre guardavo, non ero escluso. Ero… al centro. Perché tutto passava attraverso i miei occhi.»

«È questo che ti piace?» chiese Elena. «Guardare?»

«Mi piace vederti» disse lui. «Mi piace vederti desiderata, vista, toccata. Mi piace vederti fare quello che vuoi con il tuo corpo. E mi piace che tu lo faccia sapendo che io guardo. Che tu mi cerchi mentre lui ti tocca. Che il tuo piacere passi anche attraverso il mio sguardo.»

Elena rimase in silenzio. Poi si spostò, si sdraiò accanto a lui, e gli prese una mano. La portò tra le sue gambe, dove era ancora umida.

«Senti» disse. «Questo è per te. Anche se è stato lui a iniziare. Anche se è stato lui a farmi gridare. Questo calore, questa umidità… sono tuoi. Perché senza di te non ci sarebbe stato niente di tutto questo.»

Davide chiuse gli occhi. Sentiva il calore di lei, la morbidezza, e qualcosa di più: la fiducia. Una fiducia così totale che lo lasciava senza fiato.

«Ti amo» disse.

«Lo so» rispose lei. «E io amo te. Ma ora amo anche qualcos'altro. Amo quello che diventiamo quando smettiamo di aver paura di perderci.»

Si addormentarono così, intrecciati, con le mani di lui ancora tra le cosce di lei, come a custodire un segreto che non avevano più bisogno di nascondere.

---

Nei giorni successivi, qualcosa cambiò. Non fu un cambiamento netto, ma un'onda che li attraversava a intermittenza.

Davide tornò dal lavoro e trovò Elena in cucina con un vestito che non aveva mai visto, scollato, che le cadeva sulle spalle con una disinvoltura studiata. Lo guardò da sopra la tazza di tè e disse: «Oggi ho pensato a te. Mentre ero al supermercato. Mentre sceglievo le pesche. Le ho toccate una per una, pensando a come mi hai guardata l'altra sera».

Lui la guardò, e sentì qualcosa sciogliersi nello stomaco.

«E adesso?» chiese.

«Adesso penso che vorrei che tu mi guardassi ancora. Ma non subito. Voglio che aspetti. Voglio che il desiderio cresca.»

Si avvicinò, gli sfiorò la cintura dei pantaloni con un dito, poi si allontanò e uscì dalla cucina. Lo lasciò lì, con il respiro che si era fatto corto, e lui la seguì con lo sguardo mentre si allontanava, consapevole che stava imparando di nuovo a desiderarla, e che quel desiderio era più vasto, più complesso, più vero di qualsiasi cosa avessero conosciuto prima.

Una sera, mentre cenavano, Elena posò la forchetta e lo guardò.

«Marco mi ha scritto.»

Davide smise di masticare.

«Vuole rivederci. Tutti e due. Ha detto che gli è piaciuto come stasera. Ha detto che si è sentito… parte di qualcosa di più grande.»

«E tu?» chiese Davide, con la voce più ferma di quanto si sentisse.

«Io vorrei. Ma vorrei anche che fosse chiaro: non è una relazione. È un gioco. Un gioco che facciamo noi tre, ma che alla fine siamo sempre io e te. Lui lo sa. Gliel'ho detto.»

Davide annuì. Non sapeva se avrebbe voluto essere di nuovo nella stanza, o se forse avrebbe voluto qualcosa di diverso. Ma sapeva che quello che stavano costruendo era troppo prezioso per avere paura.

«Quando?» chiese.

«Venerdì. Se sei d'accordo.»

«Sono d'accordo.»

Lei gli sorrise, e in quel sorriso c'era la promessa di qualcosa che non sapevano ancora come si sarebbe svolto. Ma non importava. Avevano imparato che le svolte non si decidono prima, ma si vivono mentre accadono.

Quella notte, nel letto, Davide si accorse che non aveva più bisogno di stringerla per sentirla sua. La sentiva sua anche quando dormiva dall'altra parte del materasso, anche quando il giorno dopo avrebbe riso al telefono con un'amica, anche quando sarebbe uscita di casa con un vestito che lui non aveva scelto. La sentiva sua perché lei tornava sempre, e ogni volta che tornava portava con sé qualcosa di nuovo, e glielo offriva senza riserve.

Si addormentò con il pensiero che l'amore, forse, non era una cosa che si possiede. Era un gesto che si impara a fare ogni giorno, e che più lo si fa, più si diventa capaci di farlo. E lui, dopo ventitré anni, stava appena cominciando a imparare.
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