tradimenti
La trasferta di lavoro - epilogo
Andrea72
18.02.2026 |
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"Poi guardò Elena, la donna che aveva sposato ventidue anni prima, la madre dei suoi figli, la compagna di una vita..."
Sei mesi dopo, una domenica di ottobre.La luce del pomeriggio entrava obliqua dalle finestre della cucina, calda nonostante l'aria fuori fosse già fresca. Andrea era al tavolo con il giornale, gli occhi sulla pagina ma la mente altrove. Sentiva il profumo del caffè, il ticchettio della macchina, e quel silenzio pieno che solo certe domeniche sanno avere.
Elena entrò dalla porta che dava sul giardino, i guanti da giardinaggio ancora infilati male, una ciocca di capelli ribelle sulla fronte. Sembrava stanca, ma sorrideva.
«I crisantemi sono venuti bene quest'anno», disse, sfilandosi i guanti. «Dovremmo fare una foto, mandarla ai ragazzi».
«Mmh», fece Andrea, distratto.
Lei si avvicinò, gli diede un buffetto sulla nuca. «A cosa pensi?»
Lui alzò gli occhi dal giornale. «A niente. A tutto. A quella domenica, sei mesi fa».
Elena annuì. Si sedette di fronte a lui, si versò il caffè che lui le aveva già preparato senza nemmeno accorgersene. Lo guardò da sopra la tazza.
«Ci penso anch'io», disse. «Più spesso di quanto vorrei ammettere».
«In che senso?»
«Nel senso che a volte, la notte, ripenso a quella stanza. A quegli specchi. A Marco, a Chiara. E mi chiedo...» Esitò. «Mi chiedo se sia stato solo un modo per salvarci, o se fosse qualcosa di più».
Andrea posò il giornale. La guardò dritta.
«E cosa hai deciso?»
Lei sorrise, un sorriso piccolo, quasi timido. «Che non importa. Quello che conta è che siamo qui. Che non siamo più quelli di prima. Che quando mi tocchi, la sera, è diverso. Che quando mi guardi, mi vedi. Davvero».
Lui le prese la mano sul tavolo. Le dita di lei erano ancora fredde per il lavoro in giardino. Le scaldò tra le sue.
«Mi dispiace», disse.
«Per cosa?»
«Per tutti quegli anni in cui non ti ho vista. In cui cercavo fuori quello che avevo già in casa e non sapevo riconoscere».
Elena scosse la testa. «Non chiederti scusa. Non serve. Abbiamo fatto un patto, ricordi? Niente sensi di colpa. Solo guardare avanti».
«Lo so. Ma ogni tanto mi viene».
«Lo so». Lei strinse la mano. «Anche a me».
Il silenzio tornò, ma era un silenzio diverso da quelli di prima. Pieno, caldo, abitato.
«Ho ricevuto un messaggio», disse Elena dopo un po'.
Andrea la guardò, interrogativo.
«Da Chiara». Tirò fuori il telefono, lesse: «"Spero che stiate bene. Qui tutto come sempre. Un pensiero per voi, in questa domenica d'ottobre. Con affetto, C."»
«Ha scritto solo a te?»
«Anche a te, immagino. Controlla».
Andrea prese il telefono. In effetti, c'era lo stesso messaggio, arrivato un'ora prima. Non l'aveva visto.
«Che le rispondi?» chiese.
«Non lo so. Cosa le risponderesti tu?»
Lui pensò un attimo. Poi scrisse qualcosa, glielo mostrò.
Anche noi pensiamo a voi. A tutto. A quella notte. A come ci ha cambiati. Un abbraccio, A. ed E.
Elena lesse, annuì. «Va bene. Mandalo».
Lui premette invio. Il messaggio partì, un soffio leggero nell'etere.
Fuori, il sole cominciava a calare. Le ombre si allungavano sul giardino, sui crisantemi fioriti, sulle rose che Elena aveva potato il giorno prima.
«Andrea?»
«Sì?»
«Che ne dici se stasera ceniamo fuori? Da quella trattoria in collina, quella con la vista sulla città. Tanto i ragazzi non ci sono, possiamo prenderci una serata».
Lui sorrise. «Mi sembra una bella idea».
«E dopo», lei si alzò, gli si avvicinò, gli sedette sulle ginocchia come non faceva da anni, «dopo magari torniamo a casa e...»
Lo baciò. Un bacio lento, profondo, che sapeva di caffè e di terra e di promesse.
«...e ci inventiamo qualcosa», finì lei, staccandosi appena.
Lui la tenne stretta, il viso contro il suo collo, il profumo di lei che conosceva da sempre ma che solo ora, forse, imparava davvero a respirare.
«Ti amo», disse. E le parole gli uscirono facili, naturali, come se le avesse sempre dette.
«Lo so», rispose lei. «E io amo te. Sempre amato. Anche quando non lo sapevo».
Rimasero abbracciati mentre fuori il sole tramontava, tingendo la cucina di arancione. Il telefono di Elena vibrò sul tavolo: una risposta di Chiara, forse. Non la guardarono.
C'erano altre cose, in quel momento, che meritavano attenzione.
La trattoria in collina era piccola, con poche tavole e una vista che tagliava il fiato. Bologna in lontananza, un tappeto di luci che si accendevano una a una. Mangiarono tagliatelle al ragù, bevvero Lambrusco, parlarono di tutto e di niente. Dei figli, del lavoro, dei viaggi che avrebbero voluto fare. Di un vecchio sogno di lei: comprare una casa al mare, piccola, solo per loro due.
«Perché no?» disse Andrea. «Non siamo mica vecchi».
«No, non lo siamo». Lei gli sorrise da sopra il bicchiere. «E poi, sai, in una casa al mare potremmo invitare qualcuno, ogni tanto».
Lui la guardò, interrogativo.
«Amici», precisò lei, con un sorriso che non lasciava capire se scherzasse o no. «Solo amici».
Lui rise. «Solo amici. Certo».
Pagato il conto, uscirono nel fresco della sera. La città sotto di loro brillava, pacifica.
«Grazie», disse lei, prendendolo a braccetto.
«Di cosa?»
«Di non aver mollato. Di avermi portata dentro il tuo mondo, invece di chiudermi fuori. Di aver avuto il coraggio di mostrarmi chi sei, davvero. Anche le parti brutte. Anche quelle sporche».
Lui la strinse a sé. «Grazie a te. Per aver scelto di entrare, invece di andartene».
Camminarono verso la macchina, lentamente. L'aria sapeva di inverno che si avvicina.
«Andrea?»
«Sì?»
«Torneremo all'Aemilia? Un giorno, magari?»
Lui ci pensò un attimo. Pensò alla tenda nera, alla glory hole, agli specchi, a Chiara e Marco. Pensò a quella parte di sé che ancora, ogni tanto, sentiva il richiamo dell'ignoto, dello sconosciuto, del buio.
Poi guardò Elena, la donna che aveva sposato ventidue anni prima, la madre dei suoi figli, la compagna di una vita. Quella che quella notte, in quella stanza, aveva scoperto di non conoscere fino in fondo. E che da allora stava imparando a conoscere, giorno dopo giorno.
«Forse», disse. «Ma non stasera».
Lei rise, una risata leggera che si perse nell'aria fredda.
Salirono in macchina, tornarono a casa. Nel letto, quella notte, si amarono con una lentezza che non avevano mai conosciuto prima. Come se avessero tutto il tempo del mondo. Come se, finalmente, nessuno dei due dovesse scappare da niente.
Dopo, lei si addormentò con la testa sul suo petto. Lui rimase sveglio a guardare il soffitto, come tante notti prima, ma con una pace diversa dentro.
Prese il telefono dal comodino. Rilesse il messaggio di Chiara, la risposta che le avevano mandato insieme. Poi aprì la galleria fotografica.
C'erano le foto nuove: il giardino, i crisantemi, Elena che rideva in cucina con la farina sulla guancia. C'erano le foto vecchie: i figli piccoli, le vacanze al mare, i compleanni.
E in fondo, protette da una cartella che non aveva più cancellato, c'erano quelle di Bologna. La stanza, gli specchi, i corpi intrecciati.
Guardò a lungo l'ultima foto, quella in cui si vedevano tutti e quattro, abbracciati, stanchi, felici. Poi chiuse la galleria, spense il telefono, lo rimise sul comodino.
Abbassò gli occhi su Elena, che dormiva tranquilla. Le baciò i capelli, chiuse gli occhi.
Per la prima volta dopo anni, non sognò nulla.
Solo il buio caldo del sonno, e la certezza che al risveglio lei sarebbe stata ancora lì.
La vita continuava. Imperfetta, complicata, a volte sporca. Ma vera. Finalmente vera.
E forse, pensò Andrea mentre il sonno lo prendeva, forse era proprio questa la cosa più erotica di tutte.
La mattina dopo, la sveglia suonò alle sette come sempre. Lei si alzò per prima, preparò il caffè. Lui la sentiva muoversi in cucina, i passi leggeri, il rumore delle tazze.
Quando scese, lei era già seduta al tavolo con il telefono in mano.
«Buongiorno», disse lui, baciandole la nuca.
«Buongiorno». Lei gli mostrò lo schermo. «Ha risposto Chiara».
Il messaggio diceva: Grazie. Anche voi siete nei nostri pensieri. Chissà, magari un giorno ci si rivede. Intanto, vivetevi tutto. Con affetto, C. e M.
Andrea lesse, sorrise.
«Che ne dici?» chiese.
Elena gli prese la mano, la strinse. «Dico che oggi è lunedì, che fuori è una bella giornata, che ho un mucchio di cose da fare e che tu hai quel contratto da finire».
«Quindi?»
«Quindi ci penseremo un altro giorno». Lo guardò dritto negli occhi. «Tanto abbiamo tempo».
Lui annuì. Si sedette, cominciò a fare colazione.
Fuori, il sole di ottobre illuminava il giardino. I crisantemi erano ancora lì, fieri, colorati. Più avanti sarebbero appassiti, ma per ora resistevano.
Come loro. Come quello che avevano costruito, distrutto, e poi ricostruito insieme.
Più forti di prima. Più veri. Più liberi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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