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La traferta di lavoro - parte finale


di Membro VIP di Annunci69.it Andrea72
17.02.2026    |    1.205    |    2 9.6
"L'orgasmo di Chiara arrivò per prima, un grido soffocato contro la spalla di Andrea..."
La crepa era rimasta lì, invisibile, per altri sei mesi. Andrea aveva imparato a conviverci, a nasconderla dietro la routine, i sorrisi, le cene in famiglia. Aveva cancellato il messaggio di Chiara, convinto di chiudere quel capitolo. Aveva ricominciato a guardare sua moglie come prima, o almeno ci provava.

Poi una sera di aprile, Elena entrò in camera da letto con il telefono in mano. Il suo telefono. Quello che Andrea aveva dimenticato sul tavolo della colazione.

«Chi è Chiara?»

La voce era calma. Troppo calma.

Andrea sentì il mondo fermarsi. Seduto sul bordo del letto, in mutande, la camicia ancora sbottonata, si sentì nudo in un modo che non aveva mai provato. Neanche nella dark room, neanche nelle mani di sconosciuti, neanche quando Marco lo aveva penetrato guardandolo negli occhi.

«Elena, ascolta...»

«Ho letto tutto». Lei non alzò la voce. Non piangeva. Sembrava quasi serena, e questo era peggio di qualsiasi urlo. «Il messaggio. Quello che hai cancellato, ma non del tutto. E ho visto le foto. Quelle di Bologna, in albergo. Ti sei dimenticato di cancellare anche quelle».

Andrea aprì la bocca, ma non uscì nulla.

«Sai cosa mi fa più male?» Elena si sedette sulla poltrona davanti a lui, le gambe accavallate, il telefono stretto tra le mani come un oggetto prezioso. «Non che tu abbia tradito. Non che sia successo una volta. Lo sospettavo da anni, Andrea. Lo sospettavo e ho scelto di non vedere».

Lui la guardò, incredulo. «Cosa?»

«Pensavo che fossero fughe. Cose da maschi, roba di una notte. Mi dicevo: tanto torna, tanto è qui, tanto la famiglia è solida». Fece una pausa. «Ma qui c'è un prima e un dopo. Qui c'è una coppia. C'è un uomo, Andrea. C'è un uomo nudo nel tuo letto, in questa foto, e tu lo stai guardando come non hai mai guardato me».

Silenzio. Andrea sentiva il sangue nelle orecchie.

«Ho cinquant'anni», continuò Elena. «Sposata da ventidue. Due figli. Una casa. Una vita intera costruita con te. E non so chi tu sia».

Abbassò lo sguardo sulle foto, le scorresse con il pollice. Andrea riconobbe gli scatti: la stanza dell'Aemilia, lo specchio, i corpi intrecciati. Non sapeva nemmeno che esistessero. Chiara li aveva fatti? Marco? In quel momento non importava.

«Volevo chiederti il divorzio», disse Elena. «Ho già parlato con un avvocato, in settimana. Non lo sapevi, vero?».

Andrea scosse la testa, la gola secca.

«Poi ho pensato: e se invece di distruggere tutto, lo usassi?». Alzò gli occhi dal telefono, lo guardò dritto. «Se invece di piangere su quello che hai fatto, scoprissi cosa ti ha spinto a farlo?»

«Elena, non capisco...»

«Portami lì».

Lui la guardò, perso. «Cosa?»

«Portami in quel locale. Fammi vedere cosa cerchi. Fammi capire cosa ti manca di me». La voce le tremò appena, la prima crepa nella sua calma apparente. «O voglio sapere, o è finita. Non c'è via di mezzo».

Andrea passò la notte sveglio. Elena dormì, o finse di dormire, voltata dall'altra parte. Lui guardò il soffitto, pensò a Chiara, a Marco, alla nebbia di Bologna. Pensò a sua moglie, la donna che aveva sposato a trent'anni, madre dei suoi figli, compagna di una vita. Pensò a cosa significava portarla lì, in quel mondo che aveva sempre tenuto separato, sigillato, lontano.

L'indomani prenotò due biglietti per Bologna.

L'Aemilia di sabato sera era diversa. Più affollata, più rumorosa. La luce rossa sembrava più intensa, i divanetti di velluto più consumati. Elena entrò con la sua giacca di cashmere beige, i capelli raccolti in uno chignon basso, l'aria di chi non sa cosa cerca ma è determinata a trovarlo.

Il barista li riconobbe subito. Guardò Andrea, poi lei, poi di nuovo lui. Non disse nulla, si limitò a servire due whisky.

Elena bevve un sorso, guardò intorno. Coppie che si baciavano apertamente, mani che scorrevano su cosce, una donna in abito di pizzo che passava e sorrideva. Non distolse lo sguardo.

«È questo che ti piace?» chiese, sottovoce.

«A volte».

«Mostrami tutto».

Andrea la prese per mano. Sentì le sue dita fredde, la pressione leggera, come se lei avesse paura di perdersi. Attraversarono il corridoio. La stanza del glory hole era affollata, voci sommesse, respiri affannati. Elena si fermò sulla soglia, guardò le cabine, i fori nei divisori.

«Qui?» chiese.

«Sì».

Lei annuì, come se prendesse nota mentalmente. Poi tirò Andrea per la mano, lo portò avanti.

La tenda nera della dark room era lì, immutabile. Elena la guardò a lungo.

«Entriamo?»

«Se vuoi».

«Voglio».

Oltre la tenda, il buio era totale. Elena strinse la sua mano, poi la lasciò. Andrea sentì i suoi passi allontanarsi, il fruscio della giacca che cadeva, il respiro che cambiava.

Poi il buio li inghiottì entrambi.

Non sapeva quanto tempo passò. Minuti, forse ore. Nel buio, perse il senso di sé, di lei, del mondo. Sentiva corpi avvicinarsi, mani che toccavano, labbra che cercavano. A volte incrociava la pelle di Elena, la riconosceva dal profumo, dal calore. Altre volte no.

Quando uscirono, lei aveva gli occhi lucidi. I capelli scomposti, il rossetto sbavato. Si guardarono, e per la prima volta da quella sera, lei sorrise.

«Adesso ho capito», disse.

«Cosa?»

«Perché tornavi».

Non aggiunse altro. Tornarono al bancone, ordinarono altri due whisky. Bevvero in silenzio, guardando la sala che si riempiva.

Poi una mano toccò la spalla di Andrea. Si voltò.

Erano loro. Chiara e Marco. In piedi, vicini, come la prima volta. Lei con un vestito nero, cortissimo, i capelli più lunghi. Lui con una camicia bianca, i tatuaggi che spuntavano dai polsini.

«Andrea», disse Chiara. Poi guardò Elena, e nei suoi occhi passò qualcosa. Comprensione, forse. O sfida. «Non sei solo».

Elena si alzò. Era più bassa di Chiara di qualche centimetro, ma la sua presenza riempiva lo spazio.

«Tu devi essere Chiara», disse. La voce calma, quella che usava con i fornitori che cercavano di fregarla.

Chiara annuì. «Tu sei la moglie».

«Elena». Tese la mano. Chiara la prese, stupita.

Marco guardava Andrea, interrogativo. Andrea scrollò le spalle, come a dire: ne so quanto te.

«Possiamo parlare?» chiese Elena. «Da donne, intendo. Voi due», disse guardando Andrea e Marco, «aspettate qui».

Si allontanarono verso un divanetto in fondo alla sala. Andrea le guardò sedersi, una di fronte all'altra. Chiara parlò per prima, Elena ascoltò. Poi Elena parlò, e Chiara annuì. Le mani si sfiorarono sul tavolo. Poi si alzarono, tornarono indietro.

«Abbiamo fatto un patto», disse Elena.

«Che tipo di patto?» chiese Andrea, diffidente.

«Stanotte non si torna a casa». Guardò Chiara, poi Marco. «Nessuno torna a casa. Facciamo le cose come si devono fare. Insieme. Tutti e quattro».

La stanza al primo piano era la stessa. Parete di specchi, letto basso, poltrona di pelle nera. Sul comodino, la solita borsa di tela.

Elena si fermò al centro della stanza, guardò i loro riflessi nello specchio. Poi cominciò a spogliarsi. Con calma, come se fosse sola. Si tolse la giacca, la camicetta, la gonna. Restò in reggiseno e mutandine, neri, semplici. Nulla di studiato.

«Allora», disse. «Io non l'ho mai fatto. Con nessuno tranne te», guardò Andrea. «Quindi dovrete insegnarmi».

Chiara le si avvicinò, le sfiorò il braccio. «Non c'è niente da insegnare. Si fa e basta».

La baciò. Dolcemente, quasi con delicatezza. Elena restò immobile un attimo, poi rispose. Le loro labbra si muovevano insieme, esitanti all'inizio, poi più sicure.

Andrea guardava Marco. I loro occhi si incontrarono nello specchio.

«Anche noi?» chiese Marco.

«Anche noi».

Si baciarono. Il sapore di Marco era lo stesso, la barba ruvida, le mani forti sulla nuca. Ma qualcosa era diverso. C'era Elena nella stanza. C'era la consapevolezza che nulla sarebbe stato come prima.

Le due donne si staccarono. Chiara prese Marco per mano, lo portò vicino a Elena. Andrea si avvicinò, formarono un cerchio imperfetto.

«Io non so se ce la faccio», mormorò Elena. «A vedere te con lui».

«Allora non guardare», disse Chiara. «Sentì e basta».

La baciò di nuovo, mentre Marco si inginocchiava davanti a Elena, le slacciava le mutandine con lentezza, le baciava l'interno coscia. Lei gettò indietro la testa, un gemito le sfuggì.

Andrea era dietro Chiara, le baciava la schiena, le spalle, mentre lei continuava a baciare Elena. Le mani di Marco intanto salivano, trovavano il centro di Elena, la preparavano con cura.

«Vieni qui», disse Elena a Andrea, tendendo una mano.

Lui si avvicinò, lei lo attirò a sé, lo baciò davanti a tutti. Era un bacio diverso, più profondo di qualsiasi bacio degli ultimi anni. Come se volesse riscoprirlo, riappropriarsene.

Chiara intanto si era sdraiata sul letto, guardava Marco che continuava con Elena. Si toccava, lentamente, aspettando.

«Vieni da me», disse a Andrea.

Lui la raggiunse, si sdraiò accanto a lei. Lei lo guidò dentro di sé, piano, mentre con una mano continuava a toccarsi. Marco si staccò da Elena, la fece sdraiare accanto a loro, la penetrò da dietro mentre lei guardava Andrea dentro Chiara.

I quattro corpi si muovevano insieme, un ritmo che trovavano strada facendo. Niente parole, solo respiri, gemiti, la pelle che scivolava sulla pelle. Lo specchio rifletteva tutto: Andrea su Chiara, Marco su Elena, le mani che si cercavano, i volti che si perdevano.

L'orgasmo di Chiara arrivò per prima, un grido soffocato contro la spalla di Andrea. Poi Elena, con un gemito lungo, stupito, come se scoprisse qualcosa di nuovo. Poi Marco, dentro di lei. Poi Andrea, dentro Chiara, guardando Elena negli occhi.

Rimasero così, intrecciati, senza parlare. Il silenzio era pieno, caldo.

Fu Elena a romperlo, dopo molto tempo.

«Ora so», disse. «Ora so cosa cercavi».

Andrea la guardò. «E cosa?»

«Non qualcosa che mancava. Qualcosa che avevamo dimenticato». Si voltò verso di lui, gli accarezzò il viso. «Domani si torna a casa. E si ricomincia. Da capo. Ma diverso».

«Come?»

«Non lo so ancora. Ma insieme. Se vuoi».

Lui annuì. Le prese la mano, la baciò.

Chiara e Marco li guardavano, in silenzio. Poi Chiara si alzò, cominciò a rivestirsi.

«Noi andiamo», disse. «Questo è il vostro momento».

Elena la fermò. «Grazie».

Chiara sorrise, un sorriso vero. «Di cosa?»

«Di avermelo restituito».

Sulla soglia, Marco si voltò un attimo. «Ci rivedremo?»

Andrea guardò Elena. Lei strinse la sua mano.

«Forse», disse Elena. «Ma non stasera».

La porta si chiuse. Rimasero soli, nella stanza illuminata dagli specchi.

L'alba li trovò ancora svegli, intrecciati come adolescenti. Parlarono di tutto, di niente, degli anni passati, di quelli futuri. Piansero, qualche volta. Risero, più spesso.

Quando il sole entrò dalle tende, Elena si alzò per prima. Raccolse i vestiti, li guardò.

«Torniamo a casa?»

«Torniamo a casa».

Mentre scendevano le scale, il locale era deserto. Il barista non c'era. Solo l'odore di legno e cuoio, e quella luce rossa sempre accesa.

Sulla porta, Elena si fermò.

«Andrea?»

«Sì?»

«Non cancellerò questa notte. E non la userò contro di te. Ma voglio una promessa».

«Quale?»

«La prossima volta che senti il bisogno di cercare qualcosa fuori, me lo dici. E lo cerchiamo insieme. O non lo cerchiamo. Ma lo decidiamo insieme».

Lui la guardò. Ventidue anni di matrimonio, e non l'aveva mai vista così. Forte, fragile, vera.

«Promesso».

Uscirono. La nebbia di Bologna non c'era, quel mattino. Il sole illuminava i portici, i tavolini dei bar, la gente che cominciava la giornata.

Camminarono verso la stazione, mano nella mano.

Il treno per Verona partì alle otto. Seduti vicini, guardarono il paesaggio scorrere. Lei appoggiò la testa sulla sua spalla.

«Sai cosa penso?» disse.

«Cosa?»

«Che forse, in ventidue anni, non eravamo mai stati così vicini come stanotte».

Lui non rispose. Le baciò i capelli.

Il sole era alto quando arrivarono. La casa li aspettava, il giardino curato, la vita di sempre.

Ma dentro, qualcosa era cambiato. Per sempre.

E per la prima volta dopo anni, Andrea non sentiva il bisogno di scappare.
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