tradimenti
La traserta di lavoro
Andrea72
13.02.2026 |
3.308 |
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"Chiara teneva gli occhi aperti, fissi su quelli di Andrea, mentre la stanza si riempiva del suono dei respiri, dei corpi, dei gemiti che lei non tratteneva..."
La nebbia di Bologna aveva inghiottito i portici quando Andrea spinse la porta di ferro in via dello Scalo. Nove di sera, una cena solitaria al Baglioni ancora sullo stomaco, quel Lambrusco bevuto troppo in fretta per darsi coraggio. Vent'anni di matrimonio, due figli ormai grandi, una bella casa con giardino a Verona. E quella sottile, costante fame di sentirsi ancora desiderato, di infrangere per una notte il perimetro dorato della sua vita ordinata.A 53 anni, il fisico lo aiutava ancora: alto, spalle larghe, capelli brizzolati sulle tempie che teneva corti, un abito blu scuro che cadeva perfetto. Sposato, sì, ma non morto. E quella sera Bologna sembrava una città complice.
L'ingresso dell'Aemilia era come se lo ricordava: divanetti di velluto rosso, coppie che già si sfioravano, l'aria densa di legno e cuoio e un profumo dolciastro che non era solo incenso. Pagò i trenta euro, si sedette al bancone, ordinò un whisky doppio.
Il barista, uomo sulla cinquantina con baffi folti, lo servì in silenzio. Andrea bevve a piccoli sorsi, osservando il viavai. Coppie, single, qualcuno che si aggirava da solo come lui. Una donna alta, capelli neri raccolti in uno chignon imperfetto, attraversò la sala con un abito di seta verde scuro scollato sulla schiena fino all'osso sacro. I loro occhi si incrociarono un attimo, lei sorrise appena, poi sparì nel corridoio.
Andrea non la seguì. Non ancora.
«Cerchi qualcosa di particolare?» chiese il barista.
Andrea posò il bicchiere. «Cosa c'è oltre la sala principale?»
«Stanza del glory hole a sinistra. Dark room in fondo. E al primo piano ci sono camere private, se vuoi più... riservatezza». Lo guardò dritto. «Prima volta?»
Andrea non rispose. Si alzò, lasciò una banconota sul bancone.
La stanza del glory hole era più piccola di quanto immaginasse. Una luce fioca, rossastra, veniva da una striscia LED nascosta dietro il battiscopa. Pareti di legno scuro, divanetti di cuoio consunto, e poi loro: i divisori.
Tre cabine, alte fino al petto. Legno laccato nero, superfici lisce. In ognuna, un foro circolare all'altezza giusta. Non troppo grande. Il diametro esatto di una bocca ben aperta, di un pugno che stringe.
Andrea si avvicinò alla cabina di sinistra. Dall'altro lato non vedeva nulla, solo un alone scuro. Dalla cabina centrale arrivava un suono ritmico, umido. Qualcuno ansimava, piano, trattenuto. Poi un gemito, più alto. Poi il silenzio.
Entrò nella cabina libera. Lo spazio era angusto, appena lo spazio per stare in piedi. Di fronte a lui, il foro. Sotto, una mensola con un dispenser di lubrificante e salviette. Sopra, un gancio per appendere la giacca.
La appese. Poi, con calma quasi cerimoniale, si sbottonò i pantaloni. Si posizionò davanti al foro, la pelle nuda a pochi centimetri dal legno. Non sapeva cosa ci fosse dall'altra parte. Non sapeva se qualcuno sarebbe arrivato. L'attesa era parte del gioco.
Passarono forse due minuti, forse dieci. Poi sentì un movimento, un respiro oltre il divisorio.
Una mano attraversò il foro.
Dita sottili, unghie corte, nessuno smalto. Polso maschile, o forse no. La mano rimase lì, aperta, in attesa. Andrea non si mosse. La mano lo trovò, lo avvolse con sicurezza, misurò peso e consistenza. Poi si ritirò.
Un attimo di vuoto. Poi la bocca.
Non vide nulla. Solo il buio del foro, il legno che gli sfiorava la pelle. Sentì il calore, l'umidità, la lingua che disegnava traiettorie precise. Non sapeva chi fosse dall'altra parte. Uomo, donna, trans. Giovane, vecchio. Bello, brutto. Non sapeva niente, e proprio quel non sapere gli faceva accelerare il cuore.
Chiuse gli occhi, appoggiò la fronte al legno. Le mani gli cercarono un appiglio, trovarono i bordi del foro, vi si aggrapparono. Il ritmo era lento, quasi indolente. Chi era dall'altra parte sapeva il fatto suo, non aveva fretta, assaporava ogni istante.
Andrea trattenne il respiro per non gemere, ma un suono gli scappò uguale, strozzato. Sentì un lieve tremito dall'altra parte, come una risata soffocata. La bocca si fermò un secondo, poi riprese, più decisa.
Non durò a lungo. L'orgasmo lo colse di sorpresa, un pugno chiuso che si apre all'improvviso. Si morse il dorso della mano per non urlare, mentre il corpo gli si tendeva e poi cedeva, completamente.
Rimase fermo, il respiro affannoso, la fronte ancora contro il legno. Dall'altra parte, sentì un movimento, poi il silenzio. Non vide la mano ritirarsi, non sentì passi. Niente.
Si pulì con le salviette, si riabbottonò i pantaloni. Uscì dalla cabina. La stanza era deserta, la luce rossa pulsava lenta. Non guardò le altre cabine, non cercò di capire chi ci fosse stato. Attraversò la soglia, tornò nel corridoio.
La tenda nera era in fondo.
La oltrepassò senza esitare.
Il buio era totale. Non una luce, non un riflesso. Solo l'odore: sudore, sesso, quel profumo dolciastro che già conosceva. La mano destra trovò la parete di legno, la sinistra tesa nel vuoto. Il pavimento cambiò, da marmo a moquette.
Il primo contatto fu una spalla. Maschile, o forse no. Una mano gli sfiorò il petto, esitante, poi si ritirò. Andrea rimase fermo, lasciò che gli occhi si adattassero a quell'assenza di luce. Intorno a lui sospiri soffocati, scricchiolii di cuoio, il respiro affannato di chi sta perdendo il controllo.
Una mano gli trovò la cintura. Dita lunghe, sicure. Non chiese permesso, cominciò a slacciare. Lui lasciò fare, gettò indietro la testa, sentì il legno freddo della parete contro la nuca.
Non vedeva niente. Non sapeva niente. Sapeva solo che quelle dita avevano già slacciato cento cinture prima della sua. I pantaloni scivolarono sui fianchi, l'aria fresca sulla pelle nuda.
Poi una bocca. Calda, umida. Non la stessa di prima. Un'altra. Andrea morse il labbro inferiore, una mano trovò capelli – lunghi, forse – l'altra si aggrappò al vuoto.
Sentì altre presenze avvicinarsi. Un corpo alle sue spalle, caldo, il petto contro la sua schiena. Mani che gli scorrevano sui fianchi, sul petto, che abbassavano la zip della camicia. Labbra che mordevano piano il lobo.
Era circondato. Non vedeva volti, non vedeva corpi. Maschio, femmina, entrambi, nessuno dei due. In quel buio i confini si scioglievano come nebbia.
Qualcuno gli prese i polsi, li sollevò sopra la testa. Andrea cedette, completamente. Non era più Andrea, 53 anni, libero professionista, sposato. Era solo un corpo, una temperatura, un respiro.
La bocca tornò su di lui. Un'altra mano intanto esplorava altrove, trovava la via, preparava. Sentì il lubrificante freddo, poi la pressione, poi il cedimento. Gemette, senza trattenerlo.
«Così», sussurrò una voce. Profonda, femminile, maschile? Non riusciva a capire. «Così, adesso».
Il movimento era lento all'inizio, quasi tenero. Poi divenne più deciso, più rapido, mentre la bocca non smetteva il suo lavoro e le mani gli tenevano i polsi inchiodati al legno. Andrea non era più padrone di nulla, non del ritmo, non del piacere, non del gemito che gli usciva dalla gola senza permesso.
Qualcuno gli asciugò il sudore dalla fronte. Un gesto dolce, quasi affettuoso, in mezzo a quella resa totale. Lui chiuse gli occhi – ma era già buio – e si lasciò andare.
L'orgasmo arrivò come un'onda, lunga, profonda. Sentì il corpo irrigidirsi, poi abbandonarsi, mentre intorno a lui i respiri continuavano, le mani si ritiravano, i corpi si disperdevano nel buio come ombre.
Rimase solo, la schiena contro il muro, i pantaloni alle caviglie. Il respiro che faticava a tornare regolare. Le mani gli tremavano.
Quando uscì dalla tenda nera, la luce della sala principale lo accecò per un secondo. Il whisky doppio era ancora lì sul bancone, ormai annacquato.
«Un altro?» chiese il barista.
«Sì. Ma liscio».
Mentre il bicchiere scendeva, qualcuno gli toccò il gomito. Si voltò.
Erano una coppia. Lei mora, cortissima, un caschetto nero che le incorniciava il viso, occhi chiari quasi trasparenti, labbra carnose appena socchiuse. Lui più alto, biondo cenere, barba di due giorni, maglietta nera che lasciava intravedere le braccia tatuate. Sotto il tavolo, la mano di lui era sulla coscia di lei. Sopra il tavolo, quella di lei disegnava cerchi sul dorso della mano di lui.
«Ti abbiamo visto entrare nella glory», disse lei. Voce bassa, un filo di accento del nord. «E uscire dalla dark».
«Sembravi... soddisfatto», aggiunse lui. Sorrideva, non c'era malizia. O forse sì.
Andrea bevve un sorso. «Dipende da cosa intendete per soddisfatto».
Lei rise, un suono leggero. «Non lo sappiamo. Diccelo tu».
Si chiamavano Chiara e Marco. Trent'anni, forse meno. Lui faceva il grafico, lei l'architetto. Vivevano a Parma, venivano all'Aemilia una volta al mese. «Quando la voglia diventa troppa per gestirla in due», disse Chiara, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«E in due come la gestite?» chiese Andrea. Il whisky gli scaldava la gola.
Marco lo guardò dritto. «Dipende da chi troviamo».
La mano di Chiara lasciò il braccio di Marco e si posò sul tavolo, vicino a quella di Andrea. Non lo toccava. Era lì, a un centimetro.
«Ti piace guardare?» chiese lei.
«A volte».
«E essere guardato?»
Andrea non rispose. Lei sorrise, come se la risposta fosse comunque arrivata.
«Abbiamo una stanza, qui sopra», disse Marco. «La prendiamo sempre, quando veniamo. Ci piace avere un posto nostro».
Chiara si alzò, la gonna nera le scoprì le ginocchia. «Vieni?»
La stanza era al primo piano, piccola ma curata. Una parete di specchi, un letto basso e largo, lenzuola scure. Una poltrona in un angolo, di pelle nera. Sul comodino, una borsa di tela aperta: lubrificante, preservativi, un piccolo frustino di cuoio.
Andrea rimase sulla soglia. «Non ho portato niente».
«Noi sì», disse Marco. Chiuse la porta.
Per un attimo nessuno si mosse. Poi Chiara si avvicinò a Marco, gli prese il volto tra le mani e lo baciò. Non era un bacio da spettacolo, era vero, lento, le lingue che si cercavano con familiarità. Marco le fece scivolare la cerniera della gonna, lei si tolse il vestito come ci si toglie una coperta in una notte calda. Niente reggiseno, i seni piccoli e sodi, i capezzoli già tesi. Lui abbassò gli slip con due dita, lei si sollevò sui piedi per agevolarlo.
Andrea guardava, la schiena contro la porta chiusa. Non si era sbottonato. Non ancora.
Marco fece sedere Chiara sul bordo del letto, si inginocchiò davanti a lei. Le aprì le gambe, le baciò l'interno coscia, prima la destra, poi la sinistra, con lentezza quasi crudele. Lei gettò indietro la testa, affondò le dita nei capelli biondi di lui, lo guidò dove voleva.
«Guardaci», mormorò Chiara. Non era una richiesta. Gli occhi chiari erano fissi su Andrea, mentre la bocca di Marco trovava il suo centro.
Andrea si sbottonò i pantaloni. Non si abbassò i boxer, non ancora. Si limitò a guardare, la mano su di sé attraverso il tessuto.
Marco si staccò da lei, si tolse la maglietta, i jeans. Era già duro. Chiara lo prese in bocca senza esitazione, lo guardava dal basso, le guance che si scavavano a ogni movimento. Lui le teneva la nuca, non spingeva, lasciava fare.
Poi Chiara si fermò, si voltò verso Andrea.
«Vieni qui».
Non era una richiesta nemmeno quella.
Andrea si avvicinò. Lei gli abbassò i boxer con due dita, lo prese in mano, lo guidò verso la sua bocca. Per un attimo, Andrea sentì il calore del respiro di lei sulla pelle. Poi il contatto, umido, deciso.
Marco era dietro di lei, la penetrava lentamente, il ritmo sincronizzato con quello della sua bocca su Andrea. Chiara teneva gli occhi aperti, fissi su quelli di Andrea, mentre la stanza si riempiva del suono dei respiri, dei corpi, dei gemiti che lei non tratteneva.
«Più forte», disse lei. Non si capiva a chi dei due.
Marco obbedì. Andrea sentì il tremore di lei propagarsi attraverso la bocca, le mani che le stringevano le cosce, il respiro che si faceva corto. Lei accelerò su di lui, più decisa, più profonda.
«Voglio vedervi», ansimò Chiara. «Voglio vedervi insieme».
Marco si staccò da lei, si sdraiò sul letto. Chiara prese Andrea per mano, lo guidò sopra di lui. La pelle dell'uomo contro la sua, calda, il petto che si alzava e abbassava rapido. Marco lo guardava, non parlava, gli mise una mano sulla nuca e lo attirò a sé.
Si baciarono. Il sapore di Chiara era ancora sulle labbra di Marco, e Andrea lo bevve, sentì la barba ruvida contro il mento, la lingua che cercava la sua. Sotto di lui, il corpo di Marco era teso, pronto.
Andrea lo penetrò con lentezza, guardandolo negli occhi. Marco chiuse le palpebre un attimo, le riaprì, non distolse lo sguardo. I tatuaggi sulle braccia si tendevano mentre afferrava le lenzuola.
Chiara era accanto a loro, una mano sul petto di Marco, l'altra tra le sue stesse gambe. Guardava, ansimava, mormorava parole spezzate: «così, sì, così, guardatevi, non fermatevi».
Andrea accelerò il ritmo, sentiva il respiro di Marco farsi più affannato, le mani che gli cercavano i fianchi, lo tenevano stretto. Dietro di loro, il gemito di Chiara si fece più alto, più disperato.
L'orgasmo di Marco fu silenzioso, il corpo che si irrigidiva, le unghie che affondavano nella schiena di Andrea. Poi Chiara, con un grido soffocato, le gambe che si chiudevano attorno al nulla, le dita ancora dentro di sé.
Andrea si staccò da Marco, si sdraiò supino. Era ancora duro, il respiro corto. Chiara si avvicinò, lo guardò, poi abbassò la testa sul suo ventre. Lo prese in bocca ancora una volta, dolcemente, fino a sentirlo cedere, fino a bere ogni sua stilla.
Rimasero in silenzio, i tre corpi intrecciati sulle lenzuola scure. Fuori, la nebbia continuava a coprire Bologna.
«Non hai detto come ti chiami», disse Chiara, dopo molto tempo.
«Andrea».
«Tornerai, Andrea?»
Lui guardò il soffitto. Pensò a Verona, al giardino, a vent'anni di matrimonio.
«Forse».
Marco rise piano, senza malizia. «Non tornerai. Ma va bene lo stesso».
Chiara si alzò, raccolse la gonna. Sulla schiena, i segni rossi delle dita di Marco cominciavano già a sbiadire.
«Questa notte non esiste», disse Andrea. Non era una domanda.
Lei si infilò le scarpe, si voltò un attimo. «Certo che esiste. Semplicemente, non la racconterai mai a nessuno».
Uscì. Marco la seguì dopo un attimo, una mano sulla spalla di Andrea, una pacca leggera. Non dissero nulla.
Andrea rimase solo nella stanza. Lo specchio gli restituiva un uomo di cinquantatré anni, i capelli brizzolati scomposti, la camicia aperta sul petto ancora umido di sudore. Non distolse lo sguardo.
Quando scese, il locale era quasi deserto. Il barista gli fece un cenno con il capo, niente parole. La porta di ferro si chiuse alle sue spalle con un tonfo sordo.
La nebbia, fuori, non era ancora svanita.
Camminò sotto i portici, le suole che battevano sul porfido umido. L'aria era fredda, tagliente. Infilò le mani in tasca, sentì il cellullare vibrare.
Un messaggio di sua moglie: Tutto bene? Domani a che ora arrivi?
Rispose: Tutto bene. Pomeriggio. Ti chiamo domani.
Spense il telefono. La nebbia gli entrava nei polmoni, gelida.
L'indomani avrebbe incontrato il cliente, firmato il contratto, preso il treno. Sua moglie gli avrebbe chiesto com'era andata il viaggio. Bene, avrebbe risposto. Tranquillo.
E sarebbe stata, a suo modo, la verità.
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