tradimenti
La trasferta di lavoro parte 2
Andrea72
16.02.2026 |
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"Chiara lo seguì subito dopo, il corpo che tremava, le mani strette sulle sue cosce..."
La porta di ferro si chiuse alle sue spalle con il solito tonfo sordo. Erano passati tre mesi da quella notte di nebbia, eppure Andrea ci era tornato. Se lo ripeteva mentre camminava sotto i portici di via dello Scalo, incredulo con se stesso.Non era nei suoi piani. Non era nel suo stile. Le evasioni di una notte, a distanza di mesi, a volte un anno. Mai lo stesso posto, mai le stesse persone. Era la regola non scritta che gli permetteva di guardarsi allo specchio la mattina dopo.
E invece eccolo qui. Di nuovo a Bologna. Di nuovo al Baglioni. Di nuovo con una cena solitaria sullo stomaco e quel Lambrusco bevuto troppo in fretta.
Aveva provato a non pensarci, nei tre mesi. Il ricordo della glory hole, della dark room, di Chiara e Marco era rimasto lì, in un cassetto della mente che teneva ben chiuso. Poi, due settimane prima, un messaggio.
Tornerai? Solo quella parola. Numero sconosciuto.
Non aveva risposto. Aveva cancellato. Ma il messaggio era rimasto, inciso sotto la pelle come un tatuaggio invisibile. E quando il cliente di Bologna aveva riconvocato la riunione, Andrea aveva saputo, già mentre prenotava il treno, che quella sera sarebbe tornato all'Aemilia.
Non sapeva chi dei tre avesse scritto. Forse tutti. Forse nessuno. Forse era solo un caso, un messaggio finito al numero sbagliato. Ma non ci credeva.
Il locale, dentro, era uguale. Divanetti di velluto rosso, coppie che si sfioravano, l'aria densa di legno e cuoio. Il barista, lo stesso, gli fece un cenno con il capo quando entrò.
«Il solito?» chiese.
Andrea si fermò. «Mi ricorda?»
Il barista sorrise, appena. «Chi viene una volta e non torna più, lo ricordo. Chi torna, lo ricordo di più». Versò il whisky doppio, lo spinse sul bancone. «Cerca qualcuno?»
Andrea bevve un sorso. «Non lo so».
«La stanza del glory hole è sempre lì. La dark room anche. Le camere private al primo piano sono libere, stasera». Pausa. «La coppia della volta scorsa è già arrivata».
Andrea sentì il cuore accelerare. «Sono qui?»
«Sì. Hanno chiesto di te».
Non aggiunse altro. Non serviva.
Andrea finì il whisky in due sorsi, lasciò una banconota sul bancone e salì le scale. Il cuore gli batteva forte, come se avesse vent'anni e stesse per fare una cosa proibita. In fondo era così.
La porta della stanza al primo piano era socchiusa. Una lama di luce calda tagliava il buio del corridoio. Bussò piano, spinse.
Erano lì. Chiara seduta sul bordo del letto, Marco in piedi accanto alla finestra. La stanza era uguale a come la ricordava: specchi, letto basso, poltrona di pelle nera. Sul comodino, la stessa borsa di tela.
Chiara si alzò. Indossava un vestito di seta rosso scuro, scollato, i capelli corti appena più lunghi di tre mesi fa. Gli occhi chiari, quasi trasparenti, lo fissarono senza sorridere.
«Sei tornato», disse. Non era una domanda.
«Ho ricevuto un messaggio».
Marco si avvicinò. Maglietta nera, jeans, i tatuaggi in bella vista. «Noi non abbiamo mandato messaggi».
Andrea li guardò, confuso. «Allora chi...»
«Non lo so», lo interruppe Chiara. «Ma non importa. Sei qui. Questo è quello che conta».
Marco chiuse la porta. Il clic della serratura fu netto.
«Ti abbiamo pensato», disse Marco. «In questi tre mesi. Più di quanto avremmo dovuto».
Andrea non sapeva cosa rispondere. Era strano, sentire quelle parole. Di solito, in quei luoghi, le regole erano altre. Niente nomi, niente ricordi, niente pensieri dopo.
«Anche io», disse. E si sorprese a dirlo.
Chiara gli si avvicinò, gli mise una mano sul petto. Sentiva il calore attraverso la camicia. «Stanotte è diverso», disse. «Non siamo qui per quello che è successo l'ultima volta. Siamo qui per qualcos'altro».
«Cosa?»
Lei non rispose. Si sollevò sulla punta dei piedi, lo baciò. Non era un bacio da sconosciuti. Era lento, profondo, le labbra che si muovevano con calma, come se avessero tempo. Marco si avvicinò alle spalle di Chiara, le baciò la nuca, poi la spalla, mentre lei continuava a baciare Andrea.
Le mani di Marco trovarono la cerniera del vestito di Chiara, la abbassarono con lentezza. Il vestito cadde a terra, lei rimase in niente. Un perizoma di pizzo nero, minimo, e la pelle nuda. Si staccò da Andrea, si voltò verso Marco, lo baciò con la stessa intensità.
Andrea guardava. Ma era diverso dal primo incontro. Allora era spettatore, osservatore. Ora si sentiva parte di qualcosa, anche se non sapeva bene cosa.
Chiara si staccò da Marco, prese Andrea per mano, lo fece sedere sulla poltrona di pelle nera. Si inginocchiò davanti a lui, gli slacciò i pantaloni con calma, guardandolo sempre negli occhi. Marco era dietro di lei, si era tolto i jeans, la guardava mentre sfilava i boxer di Andrea, mentre lo prendeva in bocca con la stessa lentezza del bacio di prima.
Marco si inginocchiò dietro Chiara, le baciò la schiena, le spalle, poi abbassò il perizoma con i denti. Lei gemette, senza staccarsi da Andrea. Marco la prese da dietro, piano, mentre lei continuava il suo lavoro su Andrea, il ritmo che si sincronizzava da solo.
«Guardati», sussurrò Chiara, staccandosi un attimo. «Guardati allo specchio».
Andrea obbedì. Di fronte a lui, la parete di specchi rifletteva la scena: lui sulla poltrona, Chiara inginocchiata, Marco dietro di lei. I tre corpi che si muovevano insieme, un meccanismo perfetto.
Non parlò. Non serviva.
Chiara accelerò, sentiva Marco più profondo dentro di lei, e questo la faceva essere più rapida, più decisa su Andrea. Lui chiuse gli occhi un attimo, li riaprì, si guardò ancora. Si vedeva cedere, si vedeva perdere il controllo, e quella vista lo eccitava più di ogni altra cosa.
L'orgasmo arrivò con un gemito che non trattenne. Chiara lo seguì subito dopo, il corpo che tremava, le mani strette sulle sue cosce. Alle sue spalle, Marco venne con un respiro lungo, affondato.
Rimasero così, intrecciati, per un tempo che nessuno misurò. Poi Chiara si alzò, prese una coperta dal letto, li coprì tutti e tre.
«Stanotte non ce ne andiamo», disse.
E non lo fecero.
Passarono ore. Parlarono, cosa che non avevano fatto la prima volta. Scoprirono che Marco collezionava vinili, che Chiara aveva paura dell'alta quota, che Andrea suonava il piano quando nessuno lo sentiva. Parlarono di tutto tranne che delle loro vite vere. Non chiese nomi di città, non chiese lavoro, non chiese famiglia. Era come se esistessero solo lì, in quella stanza, in quelle ore sospese.
Poi tornarono a toccarsi. Più lenti, più profondi. Marco con Chiara, Chiara con Andrea, Andrea con Marco. Senza fretta, senza quella fame animale della prima volta. Come se avessero tempo, come se il tempo non esistesse.
Verso le tre, Chiara si addormentò tra loro due, la testa sul petto di Marco, una mano su quella di Andrea. Marco la guardò, poi guardò Andrea.
«Non l'avevamo mai fatto», disse piano. «Con nessuno. Non così».
«Cosa?»
«Dormire. Stare. Parlare».
Andrea non rispose. Sentiva il peso di quelle parole, il significato che potevano avere. Scelse di non indagare.
All'alba, la nebbia si era diradata. Andrea si alzò per primo, raccolse i vestiti. Chiara aprì gli occhi, lo guardò.
«Te ne vai».
«Devo».
Lei annuì, come se lo sapesse già. Marco dormiva ancora.
«Tornerai?» chiese lei.
Andrea si fermò con la camicia in mano. Pensò a Verona, al giardino, ai vent'anni di matrimonio. Pensò a quella stanza, a quelle ore, a quello strano senso di pace che non provava da chissà quanto.
«Non lo so», disse. Ed era vero.
Chiara si alzò, nuda, lo raggiunse. Gli mise le mani sul petto, lo guardò dritto.
«Il messaggio te l'ho mandato io».
Andrea la guardò, sorpreso. «Hai detto di no».
«Lo so. Ma era vero. Marco non lo sa. Nessuno lo sa. Solo io». Fece una pausa. «Volevo vederti ancora. Solo una volta. Per capire».
«Capire cosa?»
«Se era solo sesso. O se era qualcos'altro».
Andrea aspettò. Lei continuò:
«Ho capito che è qualcos'altro. Ma non so cosa farci».
Lo baciò, un bacio leggero, diverso da tutti gli altri. Poi si allontanò, tornò a letto, si infilò sotto le coperte accanto a Marco.
Andrea finì di vestirsi in silenzio. Sulla soglia, si voltò un'ultima volta. Chiara lo guardava, gli occhi chiari aperti nel buio.
Non disse nulla. Uscì.
La nebbia era quasi sparita, sostituita da una luce grigia, quella delle prime ore del mattino. Camminò verso l'albergo, le mani in tasca. Il cellullare vibrò.
Un messaggio: Non preoccuparti. Non cerco niente. Volevo solo che tu lo sapessi.
Non rispose. Spense il telefono.
L'indomani avrebbe incontrato il cliente, firmato il contratto, preso il treno. Sua moglie gli avrebbe chiesto com'era andata. Bene, avrebbe risposto. Tranquillo.
Ma dentro di sé, una parte sapeva che non sarebbe stato più così tranquillo. Che quella notte, quelle ore, quelle parole, avevano aperto uno squarcio in qualcosa che credeva di tenere sotto controllo.
Il treno partì alle tre. Guardò il paesaggio scorrere, le campagne emiliane che diventavano venete. Pensò a Chiara, a Marco, a quella mano tesa nel buio della glory hole, tre mesi prima.
Pensò al messaggio che non aveva ancora cancellato. E si chiese se, un giorno, avrebbe avuto il coraggio di rispondere.
La nebbia, a Verona, non c'era. Il sole basso del pomeriggio illuminava i tetti. Sua moglie lo aspettava in cucina, con il tè e le solite domande.
«Tutto bene?»
«Tutto bene. Tranquillo».
Lei gli credette. O forse no. Forse vide qualcosa nei suoi occhi, un riflesso diverso. Ma non chiese.
Andrea bevve il tè, guardò fuori dalla finestra. Il giardino era curato, i fiori in ordine. Una vita ordinata, costruita in vent'anni.
E dentro di sé, una piccola crepa.
Quella sera, a letto, sua moglie gli si avvicinò. Non lo facevano da settimane. Andrea rispose, ma mentre la toccava, mentre la baciava, pensava ad altro. Pensava agli specchi, alla seta rossa, a quel bacio leggero sulla soglia.
Dopo, lei si addormentò subito. Lui rimase sveglio, a guardare il soffitto.
Prese il telefono dal comodino. Riaprì il messaggio. Non preoccuparti. Non cerco niente. Volevo solo che tu lo sapessi.
Le sue dita rimasero sospese sopra la tastiera. Poi spense il telefono, lo rimise a posto.
Ma non cancellò il messaggio.
E quella notte, nel silenzio della casa addormentata, una parte di lui sapeva già che sarebbe tornato. Non subito. Forse tra un mese, forse tra un anno. Ma sarebbe tornato.
Perché quella crepa, una volta aperta, non si richiude più.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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