Il prezzo del desiderio
Considero Il prezzo del desiderio uno dei miei racconti più riusciti.
È la storia di Stefano, giovane impiegato milanese sposato, che nelle ore rubate diventa Vanessa e incontra Riccardo, un uomo colto e facoltoso disposto a pagare soltanto per guardarla. Ciò che nasce come un gioco di seduzione e di denaro si trasforma a poco a poco in una partita sottile, fatta di bugie, richieste sempre più audaci e confini spostati di un passo alla volta. Ognuno crede di condurre il gioco, e nessuno dei due è del tutto ciò che sembra. Quando la maschera cade, a Stefano resta una domanda che non aveva mai osato porsi: che cosa desidera davvero, e perché.
Il lettore noterà che il testo è più lungo di quanto io sia solito scrivere. È stata una scelta consapevole. Un’evoluzione così graduale, dall’avidità alla vertigine del potere fino alla scoperta di sé, non si poteva raccontare in poche pagine. Soltanto concedendo ai personaggi il tempo di cambiare, incontro dopo incontro, il loro percorso poteva risultare credibile.
Buona lettura.
Il prezzo del desiderio
La suite al settimo piano odorava di legno lucidato e di gigli freschi. Vanessa, in piedi accanto alla finestra, lasciava che Milano le scorresse alle spalle come uno sfondo pagato a parte. Indossava un tubino verde bottiglia che le fasciava i fianchi, costruiti con pazienza davanti allo specchio, sandali neri con dodici centimetri di tacco e una parrucca castana dal taglio morbido, sistemata per quasi un'ora. Nel taxi si era sfilata la fede e l'aveva chiusa nella pochette, insieme al rossetto.
Vanessa, in realtà, non esisteva. O meglio: esisteva soltanto a tratti, nelle ore rubate. All'anagrafe e nella vita di tutti i giorni si chiamava Stefano Ferri: ventotto anni, impiegato amministrativo, sposato con Laura. Da quando aveva memoria, però, Stefano amava travestirsi. Prima di nascosto, con gli abiti presi in prestito dall'armadio della sorella, poi davanti allo specchio del bagno, nelle sere in cui la moglie era di turno in farmacia. Con il tempo quel gioco segreto aveva preso un nome e una voce, e il nome era Vanessa. Quando indossava la parrucca, il trucco e i tacchi, non si sentiva semplicemente un uomo vestito da donna: diventava lei, con i suoi gesti, il suo tono più morbido, le sue piccole crudeltà. Era Vanessa ad aver aperto il profilo su cui Riccardo l'aveva trovata, ed era Vanessa a incontrarlo negli alberghi. Ma sotto la seta e il rossetto Stefano non spariva mai del tutto: restava lì, a pensare, a fare i conti, ad avere paura. Per questo, in quelle stanze, a volte parlava e agiva Vanessa, e a volte, nei pensieri più nascosti o quando la maschera scivolava, riaffiorava Stefano.
Riccardo sedeva nella poltrona di velluto, la giacca blu ancora abbottonata. Aveva quarantaquattro anni, le tempie appena brizzolate e una calma che pareva costosa quanto l'orologio che portava al polso.
"Ripetiamo le regole," disse Vanessa, abbassando la voce di quel mezzo tono che aveva provato per settimane. "Tu guardi. Io guardo te. Nessuno tocca nessuno."
"Le ho lette tre volte sul suo profilo." Riccardo sorrise senza fretta. "Mi piacciono le persone che mettono le cose per iscritto."
Il suo sguardo scese lungo il vestito, si fermò sulle gambe e risalì. Poi indugiò sulla mano sinistra di lei, posata sul davanzale, più a lungo di quanto Stefano trovasse necessario.
"Ha delle mani bellissime, Vanessa. Sono l'unica cosa che non si riesce a truccare."
"Devo prenderlo come un complimento?"
"Lo è. Le donne mi hanno sempre annoiato. Lei no."
Stefano scelse di interpretarlo nel modo più lusinghiero: lui non era una donna qualunque, era qualcosa di meglio. Si sedette sul bordo del letto, accavallò le gambe con lentezza e disse: "Allora fammi vedere quanto non ti annoio."
Riccardo si alzò soltanto per togliersi la giacca. La piegò sul bracciolo con una cura da sarto, tornò a sedersi e sbottonò la camicia senza staccarle gli occhi di dosso. Il petto era asciutto, scuro di peluria, il ventre ancora fermo. Quando abbassò la cerniera dei pantaloni, Vanessa sentì il cuore accelerare in un modo che non aveva previsto. Non era desiderio, si disse: era la vertigine di vedere, per la prima volta, un uomo spogliarsi a comando.
"Tutto," disse. "Voglio vederti per intero."
Lui obbedì. Pantaloni e boxer finirono sul tappeto. Il membro si sollevava già dal folto scuro, lungo, attraversato da vene in rilievo, e il glande si scopriva lucido come un frutto sbucciato a metà. Riccardo lo prese nella mano destra e cominciò a farlo scorrere con un ritmo lento, quasi pensoso, la pelle che saliva e scendeva sulla cupola gonfia.
"Più piano," ordinò Vanessa, e si stupì che la voce non le tremasse. "Non hai pagato per finire subito."
"Ho pagato per guardarla," rispose lui, con il respiro già più corto. "Il resto è un effetto collaterale."
Lei divaricò appena le ginocchia, quanto bastava perché l'orlo del tubino risalisse e scoprisse la balza di pizzo delle calze. Lo sguardo di Riccardo vi rimase incollato. La sua mano accelerò, poi rallentò di nuovo, come se volesse prolungare la propria resa. Dalla punta si allungò una goccia trasparente che scivolò lungo l'asta; lui la raccolse con il pollice e la spalmò sul glande, e il gemito che gli sfuggì fu basso, quasi offeso.
Sotto il vestito, Stefano sentiva la propria carne premere contro la guaina elastica che la imprigionava. Una reazione meccanica, si ripeteva: l'adrenalina, la stanza, il potere. L'uomo non c'entrava.
"Dimmi a cosa pensi."
"Alle sue calze. Penso che vorrei sapere cosa c'è sotto. E penso che non me lo farà vedere."
"Esatto." Vanessa si passò la punta dell'indice sul labbro inferiore. "Fatti una sega pensando a quello che non avrai."
La parola cruda, pronunciata da quella bocca dipinta, colpì Riccardo come una frustata. Il pugno si serrò sull'asta e prese a pompare con colpi lunghi e umidi, che riempivano la stanza di un rumore di pelle bagnata. Le cosce gli tremavano. Inarcò la schiena contro il velluto e per un istante chiuse gli occhi.
"Guardami," disse lei. "Hai pagato anche per questo."
Lui riaprì gli occhi. Venne guardandola, con un suono roco che sembrava strappato da un punto molto profondo; il seme gli schizzò sul ventre in fiotti densi e bianchi, uno dopo l'altro, fino a colargli tra le dita. Rimase così, ansante, la mano ancora chiusa sulla virilità che si ammorbidiva, e Vanessa ebbe la netta sensazione di aver vinto una partita senza averla mai giocata.
Quando si fu rivestito, Riccardo estrasse dalla tasca interna una busta color crema e gliela porse a braccio teso, rispettando la distanza persino in quel gesto.
Nel taxi, Stefano la aprì. Avevano concordato quattrocento euro. Dentro c'erano dieci banconote da cento.
Rimase a fissarle sotto la luce gialla dei lampioni di viale Monza, con il rossetto ancora sulle labbra e il cuore che non voleva calmarsi. Mille euro: quasi due terzi del suo stipendio, per un'ora trascorsa su un letto a guardare un uomo che si toccava. Si struccò nel bagno di un distributore con le salviette umide e la fretta di un ladro, infilò la parrucca nella sacca da palestra e si rimise la fede. Rientrò poco prima dell'una. Laura dormiva su un fianco, la lampada del comodino ancora accesa e un libro aperto sul piumone. Stefano spense la luce, si sdraiò accanto a lei e, ascoltando il suo respiro regolare, cominciò a fare i conti. Una volta al mese, dodicimila euro l'anno. Una volta alla settimana...
Si addormentò prima di finire la moltiplicazione.
Riccardo gli scrisse quattro giorni dopo: un messaggio breve, cortese, senza punti esclamativi. Avrebbe avuto il piacere di rivederla, alle stesse condizioni. Stefano lasciò passare un giorno intero prima di rispondere, per il gusto di sentirsi desiderato più a lungo.
Per il secondo incontro spese trecento di quei mille euro in un abito di seta nera con la schiena scoperta e in un completo di lingerie che non avrebbe mai osato comprare per sé. Davanti allo specchio dell'albergo, mentre si ritoccava il rossetto, capì una cosa semplice: Riccardo non pagava per un corpo. Pagava per sentirsi scelto.
"Non ricevo quasi nessuno due volte," gli disse appena entrata. "Con te ho fatto un'eccezione."
"Ne sono lusingato." Riccardo le versò da bere e posò il bicchiere sul tavolino, a metà strada fra loro. "Anche se sospetto che lo dica a tutti."
"Sospetti male."
Quella sera Vanessa non si sedette. Rimase in piedi in mezzo alla stanza, a due metri dalla poltrona, e abbassò la cerniera sulla schiena con un gesto lento, lasciando che la seta le scivolasse lungo i fianchi fino a raccogliersi intorno alle caviglie come acqua scura. Sotto portava un reggiseno imbottito, un reggicalze di raso e un perizoma che, nonostante ogni accorgimento, non riusciva più a dissimulare del tutto ciò che conteneva.
Riccardo trattenne il respiro. Lei lo sentì, e fu come ricevere un secondo pagamento.
"Adesso tu."
Questa volta lui si spogliò in fretta, senza piegare niente. Era già duro. Si accarezzava piano, con due dita, come se temesse di consumare troppo presto quello che aveva davanti.
Vanessa si voltò e si chinò in avanti, le mani sulle ginocchia, offrendogli la curva delle natiche divise dal sottile filo di pizzo, il solco in ombra, la pelle chiara tesa sopra le giarrettiere. Alle sue spalle sentì cambiare il ritmo della mano di Riccardo.
"Accidenti," mormorò lui, e la parola, così educata, suonò come una resa.
Lei si raddrizzò e si girò di nuovo, lentamente. Con la punta delle dita seguì il bordo del perizoma, lo scostò e lasciò che la propria asta si liberasse, rigida, pallida, la punta già umida. Per un istante il silenzio fu totale. Stefano aveva temuto quel momento più di ogni altro: era il punto in cui l'illusione poteva spezzarsi. Ma Riccardo non distolse lo sguardo. Lo fissò con un'attenzione quasi severa, e la sua mano riprese a muoversi con più forza.
"Ti piace?"
"Sì."
"Dillo meglio."
"Mi piace il tuo cazzo," disse Riccardo, scandendo le parole come se stesse firmando un contratto. "Mi piace che stia sotto quel pizzo. Mi piace che non me lo farai toccare."
Allora fu Vanessa a prendersi in mano. Non l'aveva programmato. Si accarezzò davanti a lui con i colpi lunghi che conosceva dalle notti solitarie davanti allo specchio, ma ora c'era un testimone, e il testimone respirava con lei. Ognuno lavorava la propria carne con gli occhi fissi in quelli dell'altro, due metri di tappeto fra loro come un fiume che nessuno dei due attraversava.
Riccardo venne per primo, con un fiotto che gli arrivò allo sterno. Vanessa resistette ancora qualche secondo, il tempo di vedere l'uomo abbandonato, sudato, sconfitto dalla propria voglia; poi si lasciò andare anche lei, e il seme le schizzò tra le dita e sul raso del reggicalze, caldo, abbondante, inatteso. Le gambe le cedettero e dovette appoggiarsi al tavolino.
"Non era nel contratto," disse Riccardo, ancora senza fiato.
"Considerala una mancia."
Prima di salutarla, le porse una piccola scatola blu. Dentro c'era un bracciale d'oro sottile. Il giorno dopo Stefano lo portò da un gioielliere di Sesto San Giovanni per farlo valutare, fingendo di doverlo assicurare: duemilaottocento euro. Tornò in ufficio e trascorse il pomeriggio davanti a un foglio di calcolo senza vederlo. Aveva goduto davanti a un uomo. Si disse che contava soltanto il bracciale.
Fu allora che cominciò a sperimentare. Non c'era un piano, all'inizio: c'erano piccoli tentativi, come chi preme un tasto per vedere che cosa succede. Rimandò un incontro all'ultimo momento, e Riccardo raddoppiò il compenso per quello successivo. Accennò a un abito visto in una vetrina di via della Spiga, e lo trovò ad aspettarla, impacchettato, sul letto della suite. Una sera arrivò con quaranta minuti di ritardo e non si scusò; Riccardo l'aveva attesa senza un rimprovero e le chiese soltanto se andasse tutto bene.
A casa, intanto, la vita continuava a scorrere con la sua inerzia. Stefano si era inventato un corso di contabilità avanzata il martedì sera e una partita di calcetto con i colleghi il venerdì. Laura, che da sempre teneva i conti di casa con una precisione da farmacista, gli domandò soltanto se il corso fosse rimborsato dall'azienda.
"In parte."
"Allora va bene." Gli sistemò il colletto della camicia, distratta. "Hai cambiato profumo?"
"È un campione. Me l'ha regalato una collega."
Lei annusò di nuovo, alzò le spalle e tornò a scorrere il telefono. Stefano rimase in corridoio con il cuore in gola e, sotto la paura, qualcosa di molto simile all'euforia. Nessuno lo vedeva davvero: né Laura, né i colleghi. Soltanto Riccardo.
Con lui alternava la dolcezza e il gelo con una precisione che sorprendeva anche se stesso. Gli scriveva di notte frasi affettuose, poi spariva per cinque giorni. Tra un bicchiere e l'altro lasciò cadere che un architetto di Lugano le aveva proposto un fine settimana. Riccardo ascoltò, sorseggiò il suo whisky e non commentò. Ma i novecento euro per l'affitto arretrato, una delle prime bugie, arrivarono il giorno dopo, in contanti, dentro una busta lasciata alla reception.
Quella sera di novembre Vanessa decise di spostare il confine. Non di cancellarlo: di spostarlo quel tanto che bastava per vedere fin dove Riccardo l'avrebbe seguita.
"In ginocchio," disse. "Lì, sul tappeto. Non oltre la frangia."
Riccardo esitò un istante, uno solo. Poi si inginocchiò, nudo, con la frangia del tappeto persiano a un palmo dalle punte dei sandali di lei. Da quella posizione doveva sollevare il viso per guardarla, e Stefano scoprì che nessun complimento, nessuna busta l'aveva mai fatto sentire così alto.
Indossava soltanto le calze, il reggicalze e un body di rete nera che lasciava intravedere i capezzoli appena velati di cipria rosata. Si accarezzò il ventre, scese più in basso, liberò la propria lancia già tesa e la impugnò a pochi centimetri dal volto di lui: abbastanza vicino perché Riccardo potesse sentirne l'odore, abbastanza lontano perché non potesse raggiungerla senza tradire il patto.
"Guarda quanto sono duro," disse, e la voce le scivolò per un attimo sul maschile, senza che se ne accorgesse. "Guarda che cosa non puoi prenderti in bocca."
Ora Riccardo si masturbava con violenza, a colpi rapidi, il glande paonazzo che affiorava e scompariva nel pugno. Teneva la bocca socchiusa. Stefano vide la sua lingua passare sul labbro inferiore e sentì una scossa salirgli dal basso ventre fino alla nuca, così brusca che per poco non fece un passo indietro. Non fu la paura a trattenerlo. Fu il sospetto, subito ricacciato, che se quell'uomo si fosse sporto in avanti lui non avrebbe detto di no.
"Vuoi assaggiarlo?" chiese invece, crudele.
"Sì."
"Supplicami."
"Ti scongiuro," disse Riccardo, e sembrava sincero. "Fammelo succhiare. Ti pago il doppio."
"Non tutto si compra," rispose Vanessa, e mentre lo diceva capì di aver appena trovato la frase che le avrebbe reso di più.
Venne guardandolo dall'alto. I fiotti caddero sul tappeto proprio davanti alle ginocchia di lui, una linea bianca e lucida che Riccardo fissò come un confine tracciato col gesso. Lui venne un attimo dopo, piegato in due, la fronte quasi a terra, con un gemito che somigliava a un singhiozzo.
Quando si rialzò aveva gli occhi lucidi. Non disse nulla. Lasciò sul tavolino una busta più spessa del solito e uscì per primo, cosa che non era mai accaduta.
Stefano rimase solo nella suite e si guardò nello specchio a figura intera. Non provava colpa. Provava una sazietà nuova, più profonda di quella del denaro: aveva visto un uomo ricco, colto, abituato a dare ordini, inginocchiarsi su un tappeto e implorarlo. Non voleva più soltanto le buste. Voleva quello sguardo dal basso.
Da quel momento le richieste crebbero. La madre, a Verona, aveva bisogno di un impianto dentale: duemila euro. Poi un tamponamento, l'assicurazione che non copriva il danno, un carrozziere che pretendeva di essere pagato subito: tremila. La prima volta Riccardo chiese il nome del dentista. La seconda rimase in silenzio così a lungo che Stefano temette di aver tirato troppo la corda. Poi disse: "D'accordo. Ma non mi piace girare con tanto contante. Mi mandi un IBAN."
A settembre Stefano aveva aperto un conto online perché Laura non vedesse nulla. Era intestato a lui. Inviò le coordinate senza riflettere troppo, e quando Riccardo gli scrisse "Ferri Stefano?" rispose con una prontezza di cui fu fiero: "Mio cugino. Mi gestisce le faccende di banca, io sono un disastro."
"Allora lo ringrazi da parte mia," rispose Riccardo. "Questo Stefano."
Ai primi di dicembre lo ricevette in una suite diversa, all'ultimo piano, con una vetrata affacciata sui tetti bagnati di pioggia e sulle torri illuminate di Porta Nuova.
"Stasera scelgo io," disse, ed era la prima volta. "Restano le sue regole. Cambia soltanto la regia."
Vanessa rise, ma accettò. Un capriccio, pensò: il lusso di un uomo che può permetterseli.
Riccardo spostò la poltrona davanti allo specchio e le chiese di sedersi lì, di spalle a lui. Poi si appoggiò alla parete, nudo, tre metri più indietro. Da quel punto potevano vedersi soltanto nel riflesso.
"Apra le gambe. Le appoggi sui braccioli."
Lei lo fece. Nello specchio comparve una donna con le cosce spalancate sulle calze color fumo, il perizoma scostato e un sesso maschile eretto fra le giarrettiere, come una cosa che non le apparteneva e che pure era sua. Per un attimo Stefano non si riconobbe.
"Si tocchi. Piano. Soltanto la punta."
Lei obbedì. Mentre il pollice disegnava cerchi lenti sul glande bagnato, la voce di Riccardo proseguiva, pacata, alle sue spalle. Nel riflesso lo vedeva accarezzarsi senza fretta, lo sguardo fisso sul viso di lei e non sul suo corpo.
"Chi la guarda, quando è sola?"
"Lo specchio."
"E quando non è Vanessa? Chi la guarda, allora?"
"Nessuno," rispose lei, e non era una bugia.
"Si fermi."
Si fermò. Il corpo protestò con un pulsare sordo che le saliva fino alla gola.
"Riprenda. Adesso con tutta la mano."
Tre volte la portò sull'orlo e tre volte la richiamò indietro. Alla terza Vanessa ansimava, il rossetto sbavato dove si era morsa il labbro, le dita dei piedi contratte dentro i sandali, il pugno immobile intorno all'asta che sussultava da sola.
"Ti prego," disse. "Fammi venire."
"Lo chieda con la sua voce."
"Questa è la mia voce."
"Quella vera."
Lei esitò. Poi, con un timbro basso, maschile, che nella suite non era mai risuonato, disse: "Fammi venire, cazzo."
"Adesso."
L'orgasmo la travolse come un'onda che non aveva visto arrivare. Il seme schizzò alto, le macchiò le calze, il ventre, il bordo dorato dello specchio, e lei rimase lì a tremare, oscena e splendida, mentre nel riflesso Riccardo veniva in silenzio nella propria mano, con gli occhi socchiusi e un'espressione che Stefano non seppe decifrare: non era abbandono, era quasi sollievo.
"Ti è piaciuto fare il regista?" gli chiese più tardi, ricomponendosi la parrucca.
"Molto. Lei obbedisce meglio di quanto creda."
Stefano rise, ma la frase gli rimase addosso come una scheggia.
Nelle settimane successive Riccardo cominciò a fare domande insolite. Gliele poneva tra un sorso e l'altro, con aria distratta. Dormiva dal lato della finestra o da quello della porta? Le capitava di cucinare per due? Quanto tempo le serviva per togliersi lo smalto, la domenica sera? Una volta, mentre lei si infilava il cappotto, le chiese se il cugino Stefano fosse sposato.
"Da cinque anni, poveretto," rispose Vanessa, divertita.
Riccardo annuì, come se avesse appena ricevuto la conferma di un preventivo.
Cambiò anche altro, ma in modo così lieve che Stefano lo scambiò per il segno di un coinvolgimento più profondo. Riccardo annullò un incontro per un impegno di lavoro, poi ne fissò due nella stessa settimana. Talvolta, mentre lei parlava, la osservava con un'espressione ferma e indecifrabile, la stessa che si riserva a un quadro di cui si conosce già il prezzo. Una sera le chiese di ripetere il nome del dentista di sua madre, e lei sbagliò la via dello studio. Riccardo non disse nulla. Stefano tornò a casa convinto che l'uomo fosse ormai incapace di dubitare di lei.
Fu in quel clima che concepì l'ultima richiesta. Quindicimila euro. Un prestito chiesto a gente sbagliata, gli interessi che raddoppiavano, una persona che si era presentata sotto casa. Si preparò la storia per giorni, levigandola come un sasso.
Prima, però, a metà gennaio, ci fu ancora un incontro.
Vanessa arrivò con una borsetta di vernice in cui aveva infilato un oggetto acquistato apposta: un fallo di vetro trasparente, pesante, con una base a ventosa. Lo appoggiò sul tavolino come si posa un gioiello.
"Stasera la regia torna a me," disse.
Riccardo non si oppose. Si sedette, si spogliò, ma per una volta non cominciò subito a toccarsi. La guardava e basta.
Lei fissò il vetro sulla seduta di legno di una sedia, lo bagnò con un lubrificante tiepido facendolo colare lentamente lungo il fusto e gli voltò le spalle. Si sollevò l'abito sui fianchi, scostò il perizoma e si abbassò con lentezza, guidando la punta fredda contro la propria rosa serrata. Il primo ingresso le strappò un sibilo. Il vetro la apriva centimetro dopo centimetro, freddo e poi sempre meno freddo, e lei scendeva, si fermava, respirava, scendeva ancora, finché non lo ebbe accolto tutto e rimase seduta, impalata, a gambe aperte, con la propria asta che si tendeva fra le cosce come un dito puntato contro di lui.
"Guarda come mi riempie," disse. "Questo è quello che non avrai mai."
Cominciò a cavalcarlo. Sollevava il bacino fino a sentire la punta quasi uscire e poi si lasciava ricadere, e ogni discesa le mandava contro la prostata una scarica che le annebbiava la vista. Il vetro emetteva piccoli suoni umidi, osceni. Lei gemeva senza più badare alla voce.
Solo allora Riccardo iniziò ad accarezzarsi. Lo faceva lentamente, controllando il proprio respiro, e a un certo punto, con un gesto che Vanessa notò appena, girò il telefono sul tavolino con lo schermo verso il basso.
"Dica il suo nome," disse.
"Vanessa."
"Più forte."
"Vanessa!"
Riccardo sorrise, e quel sorriso, che lei scambiò per adorazione, aveva qualcosa di paziente. Vanessa venne senza toccarsi, con il vetro piantato in fondo al corpo, l'asta che sussultava e schizzava sul pavimento a scatti lunghi, come se qualcuno la spremesse dall'interno. Si accasciò in avanti, le mani sulle ginocchia, la parrucca di traverso. Riccardo venne poco dopo, senza un suono, con lo sguardo fisso sulla mano sinistra di lei aggrappata al bordo della sedia.
Lei era convinta di non essere mai stata così padrona di un uomo. Più tardi, avvolta nell'accappatoio dell'albergo, raccontò la storia del prestito con le pause giuste, una lacrima trattenuta, il nome di un quartiere di periferia. Riccardo ascoltò fino in fondo.
"Quindicimila," ripeté.
"Non te lo chiederei, se avessi un'alternativa."
Lui si alzò, andò alla vetrata e rimase a lungo a guardare i tetti. "Va bene," disse alla fine. "Ma voglio un ultimo fine settimana con lei. Un posto tranquillo, lontano da Milano. Solo noi due."
Stefano tornò a casa in uno stato di trionfo così puro da sembrargli quasi fisico. Riccardo era disposto a tutto pur di non perderla. Lo aveva in pugno.
Disse a Laura che l'azienda lo mandava a un convegno a Torino. Lei gli preparò la valigia ridendo per le camicie stropicciate e gli chiese se tornando potesse passare dalla farmacia di sua madre a ritirare un pacco. Stefano rispose di sì baciandola sulla fronte, e nella sacca da palestra, sotto i maglioni, c'erano l'abito di seta nera e la parrucca castana.
Il relais si trovava sulle colline delle Langhe, in mezzo a filari spogli e a una nebbia che a febbraio non si alzava mai del tutto. Il venerdì sera Riccardo fu cordiale, quasi allegro. Cenarono in camera, parlarono di viaggi, di ristoranti, di un libro che lui stava leggendo. Il sabato camminarono a lungo nella nebbia e Riccardo parlò sempre meno. Quando Vanessa gli prese il braccio, lui non lo ritrasse, ma non lo strinse.
La sera, nella stanza, lei indossò l'abito nero, si sedette sul bordo del letto e accavallò le gambe, come la prima volta.
"Allora," disse. "Fammi vedere quanto non ti annoio."
Riccardo non si mosse dalla poltrona.
"Si sieda composto, Stefano."
Il nome cadde nella stanza come un oggetto pesante. Per qualche secondo nessuno dei due parlò. Il fuoco nel camino schioccò.
"Non so chi sia Stefano."
"Stefano Ferri. Ventotto anni. Impiegato amministrativo alla Bertoli Logistica di Monza. Sposato da cinque anni con Laura, che fa la farmacista e ha un profilo pubblico pieno di fotografie. Belle quelle del vostro matrimonio. Sua madre sorride molto, in quelle immagini. Ha una dentatura perfetta." Riccardo parlava piano, senza alzare la voce. "E la sua macchina non ha un graffio. È parcheggiata in via Cavour, sotto casa."
"Mi hai fatto seguire?"
"Non ce n'è stato bisogno. Mi ha mandato lei il suo nome. Il cugino Stefano, ricorda?"
Stefano negò. Disse che era un equivoco, un'omonimia, che Riccardo era geloso e paranoico. Poi, quando capì che le smentite non attecchivano, cambiò tono: non lo aveva mai obbligato a niente, ogni euro era stato dato spontaneamente, era un adulto, sapeva benissimo che cosa stava comprando.
"Sapevo che cosa stavo comprando," ripeté Riccardo. "Non sapevo che cosa mi stava vendendo lei."
"Sono stato onesto su quello che contava."
"Il dentista. L'incidente. L'affitto. Il prestito. L'architetto di Lugano. Mi dica una cosa vera, Stefano. Una sola."
Stefano aprì la bocca e non trovò niente da dire. Alla fine ammise il dentista, l'incidente, l'affitto. Del prestito non disse nulla.
Fu allora che Riccardo si alzò. Lo fece lentamente, e la lentezza era peggio di uno scatto. Attraversò la stanza, gli afferrò il polso sinistro e glielo sollevò davanti al viso, guardando l'anulare nudo. Poi lo spinse indietro, contro l'anta dell'armadio. Stefano sentì la maniglia premergli nella schiena. Riccardo gli strappò la parrucca e la gettò sul pavimento, e per la prima volta Stefano si vide riflesso negli occhi dell'altro così com'era: un ragazzo truccato, con i capelli corti schiacciati dalla retina.
"Lo sa che cosa potrei fare con quello che so?" La voce di Riccardo era un soffio. "Una telefonata a sua moglie. Una mail al suo ufficio. Una denuncia per truffa, con tutti i bonifici in ordine cronologico."
La mano dell'uomo era a pochi centimetri dalla sua gola. Non lo toccava. Stefano capì, con una lucidità gelida, che bastava pochissimo perché lo facesse.
"Lasciami andare."
Riccardo rimase immobile per un tempo interminabile. Poi fece un passo indietro, andò alla porta e la aprì.
"Vada via."
Stefano raccolse la sacca senza rimettersi la parrucca. Uscì nel corridoio con l'abito di seta sotto il cappotto e i tacchi che affondavano nella ghiaia del parcheggio, e chiamò un taxi dal ciglio della strada, nella nebbia, a mezzanotte passata. Alla stazione di Alba si chiuse nel bagno e si struccò con l'acqua fredda del lavandino. Sul treno per Milano si accorse che le mani gli tremavano ancora. Aveva studiato Riccardo per mesi come si studia un bancomat. Non gli era mai venuto in mente che anche Riccardo lo stesse studiando.
Nei giorni seguenti cancellò il profilo, buttò la parrucca nel cassonetto sotto casa e infilò l'abito nero in un sacchetto destinato alla raccolta degli indumenti usati. Tornò in ufficio. Rispose alle mail. A cena ascoltò Laura che parlava di una collega in maternità, e poi, con un tono troppo leggero per essere casuale, di quanto sarebbe stato bello avere un figlio prima dei trent'anni.
Per i primi giorni provò soltanto rabbia: contro Riccardo, che lo aveva umiliato, e contro se stesso, che si era fatto scoprire per un IBAN. Poi la rabbia si assottigliò, e sotto restò qualcos'altro. Ripensava al modo in cui Riccardo lo ascoltava, alle domande sul lato del letto, alla voce che gli diceva "lo chieda con la sua voce". Ripensava soprattutto a quella sera sul tappeto, alla lingua dell'uomo sul labbro, e al sospetto che aveva ricacciato indietro.
Una notte fece l'amore con Laura. Fu tenero, un po' goffo, come non accadeva da mesi. A metà si accorse che teneva gli occhi chiusi e che dietro le palpebre non c'era sua moglie. C'era una mano maschile che si chiudeva intorno a un'asta, una voce bassa che diceva "adesso". Venne in fretta, quasi con violenza, e Laura rise contro il suo collo, contenta. Lui rimase sveglio fino all'alba.
Non si sentiva un altro. Non avrebbe saputo come chiamarsi, né voleva farlo. Sapeva soltanto che il travestimento, che fino ad allora gli era sembrato un mondo chiuso, aveva una porta sul retro, e che dietro quella porta c'era un uomo.
Il giovedì mattina, in ufficio, il telefono vibrò sulla scrivania: un SMS della banca, l'ennesima promozione. Lo cancellò senza aprirlo. Quella sera, dopo cena, mentre Laura guardava una serie in salotto, si chiuse in bagno e scrisse a Riccardo dal numero che non aveva mai cancellato.
"Non voglio soldi. Non ho problemi da raccontarti. Vorrei solo vederti. Senza Vanessa."
La risposta arrivò dopo tre ore. Un indirizzo in corso Magenta e un orario.
Il sabato si presentò in jeans, un maglione grigio e la barba di due giorni. Riccardo gli aprì la porta di un appartamento pieno di libri e di luce invernale, e per un lungo istante rimase sulla soglia a guardarlo, come se stesse confrontando l'uomo che aveva davanti con una fotografia.
"Non pensavo che sarebbe tornato," disse.
"Nemmeno io."
Parlarono per un'ora, seduti ai due capi di un divano. Riccardo non nascose la rabbia: disse che le bugie lo avevano offeso più del denaro, che si era sentito trattato come un portafoglio con le gambe. Stefano non si difese. Disse che aveva mentito su quasi tutto, che all'inizio era stato soltanto avido e che poi, a un certo punto, l'avidità aveva cambiato forma senza che se ne accorgesse.
"Su una cosa però non ti ho mentito," disse alla fine.
"Quale?"
"Non ricevevo nessuno due volte. C'eri solo tu."
"Lo so," rispose Riccardo. "Ho controllato anche quello."
Stefano rise, e la risata gli si spezzò in gola. Poi si alzò, attraversò lo spazio fra loro e si fermò davanti all'uomo seduto. Non c'erano frange di tappeto, né regole scritte.
"Posso?" chiese.
Riccardo lo guardò a lungo. "Deve essere lei a volerlo. Non io, non i soldi, non la paura."
"Lo voglio."
Il primo bacio fu goffo e ruvido. Stefano non aveva mai baciato un uomo, e la cosa che lo colpì non fu la barba che gli raschiava il mento, ma la fermezza della bocca di Riccardo, che non cedeva e non aggrediva: aspettava. Fu lui ad aprire le labbra per primo. La lingua dell'altro sapeva di caffè e di qualcosa di amaro, forse il tabacco di un sigaro fumato al mattino.
Si spogliarono nella camera da letto, senza fretta, e questa volta non c'era nessuno spettacolo. Riccardo gli sfilò il maglione e gli passò i palmi aperti sul petto, sulle costole, sul ventre, come se dovesse imparare a memoria una superficie che fino a quel momento aveva conosciuto solo da lontano. Stefano tremava. Quando la mano dell'uomo scese a chiudersi intorno al suo sesso, già duro dentro i jeans slacciati, gli sfuggì un gemito che non aveva niente di femminile e niente di recitato.
"Toccami," disse Riccardo. "Dopo tutti questi mesi."
Stefano obbedì. Prese in mano quel membro che aveva visto tante volte e che non aveva mai sentito: era caldo, più pesante di quanto immaginasse, la pelle setosa che scorreva sulla durezza sottostante. Lo strinse, lo percorse dalla radice alla punta, sentì il glande gonfiarsi contro il palmo e una goccia bagnargli il pollice. Lo guardò come si guarda una cosa che si è desiderata senza saperlo.
Poi si inginocchiò. Fu una scelta, e lo sapevano entrambi. Riccardo gli posò una mano sulla nuca senza spingere. Stefano schiuse le labbra e lo accolse: prima soltanto la punta, salata, liscia come un sasso di fiume, poi più a fondo, finché la radice non gli urtò la gola e gli fece lacrimare gli occhi. Si ritrasse, respirò, ricominciò. Imparava. La lingua scopriva la cresta sotto il glande, la vena che pulsava lungo il fusto, il punto preciso in cui l'altro sussultava. Riccardo gli parlava a voce bassa, roca.
"Così. Succhialo così. Cazzo, Stefano, guardami."
Stefano alzò gli occhi, con la bocca piena, e vide l'uomo che dall'alto lo guardava esattamente come lui aveva guardato lui quella sera sul tappeto. Il cerchio si chiuse con una precisione che gli fece girare la testa.
Riccardo lo sollevò, lo stese sul letto e gli prese il sesso in bocca a sua volta, con un'esperienza che Stefano non aveva previsto, la lingua che avvolgeva e premeva, una mano che gli massaggiava la sacca, l'altra che gli scivolava fra le natiche. Quando le dita bagnate di lubrificante trovarono la sua rosa, Stefano si irrigidì.
"Posso fermarmi," disse Riccardo.
"No. Continua."
Un dito, lento. Poi due. Stefano conosceva il vetro, non conosceva il calore di un altro corpo che lo apriva con pazienza, piegando le falangi verso l'alto fino a sfiorare quel punto che gli strappò un grido soffocato. Riccardo si sistemò fra le sue cosce, gliele sollevò sulle proprie spalle e appoggiò il glande contro l'anello che pulsava.
"Guardami mentre entro."
Il dolore fu netto, una fiamma che si allargò dal basso e gli tolse il fiato. Stefano si aggrappò alle spalle dell'uomo. Riccardo si fermò, aspettò, gli baciò la caviglia, poi spinse ancora, millimetro dopo millimetro, e il dolore cambiò natura, si sciolse in una pienezza che lo riempiva fino allo stomaco, fino alla gola. Quando Riccardo fu dentro fino in fondo, rimasero immobili, fronte contro fronte, entrambi incapaci di parlare.
Poi cominciò a muoversi. Colpi lenti, lunghi, che uscivano quasi del tutto e rientravano con una pressione profonda, e ogni volta la punta trovava quel punto nascosto, e ogni volta Stefano sentiva un'onda calda risalirgli lungo la spina dorsale. Il ritmo crebbe. Il letto batteva contro la parete. Riccardo ansimava sopra di lui, il sudore gli colava dal mento sul petto di Stefano.
"Dimmi che lo vuoi."
"Lo voglio. Scopami. Non fermarti."
Riccardo gli prese il sesso in mano e cominciò a muoverlo allo stesso ritmo dei colpi. Stefano non resistette a lungo. Venne con un grido rauco, il seme che gli schizzava sul ventre e sul petto in fiotti caldi, mentre il suo corpo si serrava in spasmi intorno all'asta che lo riempiva. Quella stretta trascinò anche Riccardo: affondò un'ultima volta, si irrigidì, e Stefano lo sentì pulsare dentro di sé, una, due, tre volte, il calore che si spandeva dove nessuno era mai arrivato.
Rimasero a lungo in silenzio. La luce era cambiata, il pomeriggio scivolava verso sera. Stefano sentiva il bruciore leggero, il seme che si raffreddava sulla pelle, il peso del braccio di Riccardo sul petto. Non si sentiva un altro uomo. Si sentiva lo stesso uomo, ma dall'altra parte di una porta che fino a pochi mesi prima non avrebbe nemmeno saputo indicare sulla parete.
"Devo dirti una cosa," disse Riccardo, dopo un po'. "Il bonifico è partito mercoledì sera. Quindicimila euro, sul conto del cugino."
Stefano si sollevò su un gomito. "Mercoledì? Io ti ho scritto giovedì."
"Lo so."
"E perché?"
"Perché, se tornava, volevo che non fosse per quello. E se non tornava, almeno avrei saputo quanto valevo per lei." Riccardo gli prese la mano sinistra e gli passò il pollice sull'anulare, dove la fede era di nuovo al suo posto. "Lo sa quando l'ho capito, che era sposato? La prima sera. Aveva ancora il segno sulla pelle, una striscia più chiara. Le mani non si truccano, glielo avevo detto."
Stefano lo fissò. Mesi di buste, di bugie, di ritardi studiati, di frasi pesate al grammo. Riccardo sapeva fin dall'inizio, e aveva pagato lo stesso. Non era mai stato lui, l'uomo in ginocchio sul tappeto. Era soltanto quello che aveva accettato di inginocchiarsi.
"Volevo vedere fin dove sarebbe arrivato," disse Riccardo. "E dove sarei arrivato io."
Poco dopo si addormentò, con la testa sulla spalla di Stefano. Stefano rimase sveglio a fissare il soffitto, e si fece la domanda che aveva evitato per tutto il giorno: era tornato perché desiderava quell'uomo, o perché nessuno lo aveva mai guardato in quel modo, o perché una parte di lui, la più vecchia e la più affamata, non aveva mai smesso di contare?
L'SMS della banca, giovedì mattina. Lo aveva cancellato senza aprirlo, ne era certo. Eppure adesso, con il respiro di Riccardo sul collo e il suo sapore ancora in bocca, ricordava con una nitidezza spietata l'anteprima comparsa per un secondo sullo schermo bloccato, alle undici e quarantadue, sei ore prima che si chiudesse in bagno a scrivere che non voleva soldi: Accredito di EUR 15.000,00.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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