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Lui & Lei

Scatti Fiorentini - 3 parte


di summeroflove
01.01.2026    |    218    |    2 9.4
"Solo i più birichini si guadagneranno l’accesso alla festa finale! Un ultimo sforzo… a tra poco!” Il quinto e ultimo scatto ci portò vicino a dove tutto era iniziato..."
Marco guardò il telefono, alzò lo sguardo su di me, poi lo abbassò di nuovo sul telefono.

“Ma come…?”

Mi guardai attorno ma non riuscivo a capire niente. Percepivo la gente che mi passava accanto nella piazza ma non ero in grado di carpirne un dettaglio, un suono, un cenno.

Stavo realizzando che dopo la botta iniziale, l’adrenalina e la grande rincorsa, il nostro gioco sarebbe finito entro pochi minuti.

Giunse un nuovo messaggio. L’ennesimo vocale di Mara.

“Tesori miei!” Era raggiante quella stronza “per questa prova, e solo per questa, ho deciso di fare una piccola eccezione. Non avete 5 minuti a disposizione ma… dieci. Capisco che non sia facile l’organizzazione. Ma vi sto facendo perdere tempo… prima di andare ho una ultima cosa da rivelarvi: la penalità per gli esclusi! Quindi, pochi discorsi… le coppie eliminate avranno le loro foto pubblicate online per due settimane. E per pubblicate intendo pubblicate così come sono, senza censure o altro. Che ne dite? È sufficiente per stimolarvi? Buon gioco a tutti e tutte!”

Marco deglutì, bianco in volto. Strinse il telefono tra le dita maledicendo Mara.

“Quella stronza! Amore qui rischiamo di finire sputtanati… siamo ben visibili in tutte e due le foto che abbiamo inviato! Ma come cazzo abbiamo fatto a cascare nel suo maledetto tranello?”

“Ok Marco, dopo. Ora non c’è tempo per…”

“Ma che cazzo dici? Quella puttana tra dieci minuti mette online le nostre foto, lo capisci?”

“Marco, amore… abbiamo meno di dieci minuti per evitare che accada. Possiamo farcela!”

Marco scosse la testa e si mise a ridere sonoramente. Alcuni passanti lo guardarono con sospetto.

“E dove cazzo lo troviamo un altro che…”

“Ho un’idea. Non ti piacerà, ma è l’unica soluzione che li sembra realizzabile adesso. Seguimi!”

Mi diressi a gran velocità verso il campanile di Giotto, Marco mi seguiva a poca distanza chiedendomi spiegazioni.

Giunta sotto al campanile iniziai a guardarmi attorno. Turisti, cittadini, venditori ambulanti, un caos di umanità.

“Che c’è? Ti metti a urlare ‘mi serve un cazzo’ per caso?”

“Taci” i miei occhi saettavano di volto in volto. Finalmente li vidi.

Due giovani venditori ambulanti stavano rimettendo a posto il loro campionario di cianfrusaglie per turisti. Avranno avuto poco più di venti anni. “O la va o la spacca” pensai mentre mi avvicinavo al loro banchetto mobile.

“Ciao ragazzi!” Cercai di tirar fuori un tono di voce il più provocante possibile, ma suonavo come una svampita. “Chi ha voglia di aiutare una donna in difficoltà e, al tempo stesso, di divertirsi?”

Mi guardarono con stupore dipinto sui loro volti.

“Noi vendiamo souvenir, signora…”

Era tutto così privo di senso. Non avrebbe potuto funzionare mai. Avevamo solo pochi minuti.

Marco sbattè una banconota da cento euro sul banchetto.

“Cento ora e cento a lavoro fatto. Ci state? Dovete venire con noi?”

“Ehi signore ma che pensa di essere in un film?”

“Dovete aiutarci. Cinque minuti. Solo cinque minuti. E duecento euro per voi. Non è niente di… pericoloso. Cinque minuti e poi potete farci tutte le domande che vorrete.”

I due ragazzi si guardarono sbigottiti. Uno di loro due fece un cenno con la testa. Lo presi per un sì e afferrai le loro mani tirandoli verso di me. Mi mossi a grandi falcate, i tacchi mi stavano spaccando le caviglie, verso una delle viuzze che si dipanavano dalla piazza.

“Signora ma che cazzo stiamo facendo?”

A pochi passi di distanza, Marco mi seguiva armeggiando alla macchina fotografica.

“Non c’è tempo per tirarsi indietro. Uno di voi due…” li guardai in faccia e soffermai lo sguardo su quello che a pelle mi sembrava il meno attraente “Tu! Mio marito ti darà una macchina fotografica adesso. La prenderai e ti metterai davanti a me. Devi scattarmi una foto, hai capito?”

Fece si con la testa. “Ma non ho capito…”

“Non ho tempo! Tu scatta, qualsiasi cosa accada, ok?”

Imboccammo una stretta via, fortunatamente deserta. Probabilmente qualcuno in alto era affacciato alla finestra, ma decisi di non approfondire il pensiero.

Marco gli diede la camera e gli disse di allontanarsi di un paio di metri e di prendere tutta la scena, compreso il Duomo sullo sfondo.

Il ragazzo annuì e si staccò da me.

Allungai la mano sinistra verso Marco, che aveva già provveduto ad aprirsi i pantaloni. Il suo caldo membro eretto si incontrò con le mie dita che lo avvolsero con cura.

L’altro ragazzo non ebbe neanche il tempo di capire cosa stesse accadendo. In men che non si dica, la mia mano si infilò dentro ai pantaloni della tuta e si chiuse sul suo pene flaccido.

“Abbassati i pantaloni un po’” gli dissi. Il ragazzo eseguì senza batter ciglio.

Marco chiamò quello con la macchina fotografica, che si voltò e rimase stupefatto nel vedere quella scena assurda.

“Scatta! Avanti scatta!”

Lentamente, sentivo pulsare l’eccitazione nella mia mano destra. Cercai di incentivarla muovendo un po’ la presa.

Fu un istante. Marco incitava il ragazzo con la camera, una voce sopra le nostre teste ‘Che cazzo fate schifosi!’, io che mi volto verso questa voce. Un click, due, tre, quattro!

“Ma che cazzo fai?”

Marco si liberò dalla mia presa e raggiunse l’improvvisato fotografo, ancora con la patta aperta. Gli strappò la macchina dalle mani. Il ragazzo era una statua di sale, diceva solo che gli dispiaceva e che forse aveva premuto troppo forte.

La macchina ronzò e iniziò a stampare una, due, tre… quattro fotografie.

Lasciai libero il mio improvvisato modello, che restò inebetito in mezzo alla via, il pene eretto in bella mostra. La voce sopra di noi, probabilmente di qualche anziano, ora minacciava di chiamare i carabinieri.

Quando raggiunsi Marco, stava passando rabbiosamente in rassegna un mucchio di immagini.

“Amore che cazzo è successo?”

“Quattro foto! Questo… questo idiota ha fatto quattro foto! Sai che vuol dire?”

“Oh cazzo… ne abbiamo ancora tre per due soggetti! Ma come sono venute?”

“Questa fa schifo, questa… bah. Questa è ok, ma che cazzo stavi guardando?”

“Non lo senti? C’è uno che ci ha visti!”

“Prendi questa, scatta e mandala a Mara, corri!”

Puntai la foto verso il Duomo e scattai. La condivisi velocemente al solito numero. Furono minuti interminabili, poi finalmente apparve l’emoji del pollice.

Quando la vidi, mi parve di uscire da una lunghissima apnea.

Intanto i due ragazzi avevano circondato Marco e lo stavano bombardando di domande.

“Ma voi siete malati qui dentro! Ma che cazzo pensate di fare?”
“Oh io vi denuncio! Ma che razza di stronzata è questa? Chi siete?”

Marco stese le mani chiedendo silenzio, ma i due ragazzi non sembravano molto inclini a placarsi.

“Per favore! Ecco i vostri soldi” si frugò in tasca e ficcò le banconote nel pugno di uno dei due ragazzi. “Stiamo facendo… un gioco. Un gioco. Avevamo bisogno di… dei volontari per fare…”

“Amore, andiamo!”

Marco si voltò verso di me. Approfittando di un attimo di distrazione dei due, impegnati a contare i soldi, si mise a correre verso la piazza, cercando di mescolarsi tra la folla.

“Grazie ragazzi!” Dissi loro mentre mi toglievo le scarpe e seguivo Marco nella folle corsa.

Smettemmo di correre solo quando scorgemmo il profilo della stazione centrale. Ci sedemmo davanti a una vetrina di un negozio e iniziammo a ridere come dei matti. Marco completamente rosso in volto, io tutta spettinata e con le scarpe in mano. Ci abbracciammo forte.

“Hai tu le foto vero?”

“Sì” risposi “la macchina?”

“E qui con me”

“Siamo due idioti”

“Due idioti con una missione”

Il trillo di una nuova notifica ci ricordò che il gioco era ancora lungo. L’ennesimo vocale ci fece i complimenti per aver passato il turno. Mara disse che avrebbe voluto sapere come avevamo convinto il malcapitato di turno, ma che prima avremmo dovuto completare un altro capitolo.

Le nuove coordinate furono inviate mentre uscivamo dal parcheggio. Stavolta avremmo dovuto raggiungere lo stadio.

Arrivammo dal viale dei Mille. L’imponente struttura in cemento torreggiava alla nostra sinistra, spiccando sul cielo terso che pian piano si spegneva nel pomeriggio invernale. Mandammo la posizione e attendemmo il messaggio nel parcheggio deserto accanto allo skate park.

“Dici che il vecchietto alla finestra ci ha visti in volto?”

“Santo cielo, era così incazzato! Io direi di evitare quella piazza per almeno un paio di mesi, che ne dici?”

“Oppure potremmo tornare dai nostri amici, spiegar loro cosa stavamo facendo e… iniziarli ai giochi, non credi?”

“Ehi?! Ma l’hai visto il fotografo? Io quello non lo tocco neanche sotto tortura. Forse piaceva a te? Il suo amico invece non era male, avrebbe potuto darmi delle gioie, sai?”

Marco mi fece un pizzicotto, poi disse “Ne parliamo più tardi. Potrebbe essere un gioco interessante…”

Il nuovo messaggio recitava: “Siamo quasi al termine del gioco! La prossima foto determinerà le quattro coppie che accederanno allo scatto finale. Forse sarete un po’ stanchi, o forse avete solo bisogno di mettere qualcosa sotto ai denti. Ebbene, cari maschietti stavolta tocca a voi rendere io favore della seconda foto! Cinque minuti a partire da ora!”

Marco mi guardò con una luce negli occhi.

“Non qui” dissi, mentre cercavo una salvietta umidificata nella mia borsetta.

Fu più facile del previsto. Lo skate park era deserto. Marco posizionò la camera inquadrando lo stadio, io mi misi in posa sedendomi su uno dei blocchi di cemento dipinti di viola. Sentivo crescere l’eccitazione e contavo i secondi che mi separavano dal momento in cui mi avrebbe baciato là sotto. Un’occhiata in giro, nessuno in vista, schiacciò il pulsante e corse tra le mie gambe. La sua lingua scorse ad esplorare le mie profondità e non si ritrasse neanche dopo il click tanto atteso. Marco si alzò, mi dette un lunghissimo bacio che sapeva di me, poi si prese cura di inviare lo scatto a Mara.

“Buona la prima, amore! In tutti i sensi!”

Rimasi ancora ad assaporare il piacevole formicolio dell’aria frizzante sulla mia nudità. Poi lo raggiunsi in auto.

“Se state ascoltando significa che siete tra le quattro coppie finaliste! Complimenti e grazie per come avete condotto il gioco fino a ora. Non abbassate la guardia però… c’è ancora un ultimo scatto da fare e… scusate ma devo dirvelo: altre due coppie da eliminare. Solo i più birichini si guadagneranno l’accesso alla festa finale! Un ultimo sforzo… a tra poco!”

Il quinto e ultimo scatto ci portò vicino a dove tutto era iniziato. Parco delle Cascine, più precisamente all’ippodromo. Erano oramai passate le cinque del pomeriggio e non c’era un’anima viva a giro. Salimmo sulle tribune deserte e ci sedemmo a bere una Coca.

“E quindi siamo arrivati in fondo. Che storia eh?” Disse Marco

“Cavolo… se fermo un attimo la testa rischio di diventare matta. Ti è piaciuto?”

“Scherzi? È stata un’avventura folle! Ti dirò… mi dispiace quasi che sia giunta al termine. Magari possiamo chiedere a Mara di riproporre la cosa in altre città! Sarebbe un bel modo di viaggiare” rise prima di prendere un bel sorso dalla lattina.

“Certo, come no… se dovessimo uscirne vincitori possiamo provare a perdere a Roma! O a Napoli! Ho sempre sognato di far violare la mia privacy a Torino!”

“Ah ah, che stupida!”

“Un ultimo scatto. A meno che non ci chiedano di radunare cinquanta persone… dovremmo aver vita facile”

“Sssh! Stai zitta che se ti sente poi sono cazzi!”

“Hai mandato la posizione?”

“Si ma non mi sta rispondendo… ah aspetta ecco!”

“Fai vedere”

L’ultimo messaggio diceva: “cari amici, siamo arrivati al punto più alto del nostro gioco. All’apice di questa piccantissima caccia al tesoro. Avete mostrato il lato più provocante di voi e di questa magnifica città. Vi siete toccati, avete toccato, assaggiato, guardato. Adesso è giunto il momento di toccare il cielo con un dito e di unire i vostri corpi. Lasciatevi trasportare dalla passione e scioglietevi nell’abbraccio del paesaggio fiorentino. Un consiglio, non esaurite le vostre energie… potrebbero servire ai vincitori! Cinque minuti da ora!”

Marco si abbassò i pantaloni. Il suo cazzo ben eretto torreggiò verso di me. Mi alzai la mini e scostai lo slip. In un istante fui sopra di lui. Lo sentii entrare in me con forza, una liberazione tanto attesa dopo le tentazioni della lunga giornata.

Mi abbassò il vestito scoprendomi il seno, iniziando a succhiarmi i capezzoli. In preda all’eccitazione afferrai la camera, la rivolsi verso di noi e provai a scattare. Ne uscì fuori un soggetto astratto, impossibile distinguere i nostri corpi.

“Abbiamo solo un colpo” disse Marco “non sprechiamolo!”

Mi sdraiai sul gradone di cemento e aprii le gambe. Marco fu dentro di me in un attimo. Lo sentivo muoversi e scorrere dentro di me, finalmente dopo un desiderio lungo tutta una giornata.

Abbassò la camera all’altezza del suo addome e scattò. Poi poggiò la macchina accanto a me, si abbassò sul mio seno e non interruppe la sua lenta danza dentro di me.

“Solo fino a quando la foto sarà pronta!”

Le luci della sera punteggiavano lo sfondo. L’ora blu colorava la metà superiore della foto. Nella parte inferiore, il pene di Marco in primo piano svaniva dentro di me, avvolta dal freddo bianco del cemento.

“È semplicemente perfetta!”

La poggiò sulla mia figa, scattò l’ultima foto e la inviò.

Cinque lunghissimi minuti dopo, l’immancabile pollice apparve.

Esultammo come due deficienti. Una voce dal basso ci fece sobbalzare.

“Che cazzo ci fate voi lassù?”

Ci rivestimmo veloci e corremmo verso il parcheggio. Entrati in auto, ascoltammo il vocale di Mara:

“Tesori! Ve lo dico? Siete i vincitori! Non vedo l’ora di incontrarvi per la festa finale! Non sapete cosa avrei dato per essere insieme a voi per l’ultima foto… Tra poco vi manderò la posizione, vedrete che vi piacerà!”
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