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La cena dei cinque


di summeroflove
30.06.2026    |    48    |    0 6.0
"Rimase qualche secondo a contemplare il mio seno, poi aprì la sua bocca schifosa e iniziò a succhiarmi un capezzolo..."
Evidentemente era accaduto qualcosa tra Emma e Mara. Nelle ultime settimane le due trascorrevano un sacco di tempo insieme: pausa pranzo, caffè pomeridiano, un paio di volte andarono pure a fare un aperitivo insieme.

E io non è che fossi gelosa - gelosa? Di chi? Di Emma? Ma ero sicuramente infastidita del modo in cui Mara mi aveva messo in disparte. Non che fosse una novità, oramai conoscevo Mara fin troppo bene, ma nonostante ciò non riuscivo a farmene una ragione.

Emma sembrava una donna rinata. Aveva cambiato taglio di capelli e - udite udite - pure colore, non si umiliava più con quei tailleur consunti e scarpe con tacco minimo, ma aveva iniziato ad accorciare la lunghezza delle gonne, abbassare le scollature e, finalmente, azzardare anche qualche bel sandalo col tacco.

Emma non era una brutta donna. Forse solo un po’ troppo trascurata. L’esperienza con il mio Marco l’aveva risvegliata, ma sicuramente il colpo decisivo l’aveva sferrato Mara. E io volevo saperne di più.

Un pomeriggio, Emma si alzò in silenzio dalla scrivania per andare a prendere un caffè. Colsi l’occasione e le chiesi se stesse scendendo al bar. Mi disse che andava con Mara a bere qualcosa e che sarebbe tornata in ufficio entro dieci minuti.

“Avrei voglia di un bel caffè pure io”

“Te lo porto”

“Preferirei venire a prenderlo, è tutto il giorno che sto china alla scrivania… Ti dispiace se ti accompagno?”

“Oh no figurati… c’è pure Mara”

Mara ci aspettava seduta al tavolino nel dehors del bar sotto ai nostri uffici. Chiaramente stava fumando la sua ennesima sigaretta del giorno, leggendo svogliatamente la posta elettronica sul suo smartphone.

“Eccole le due baccanti!” Esclamò quando ci vide.

Un bel modo elegante per definire il nostro lato più trasgressivo, per la gioia dei clienti seduti ai tavolini vicini.

“Ma che dici?” Emma arrossì.

“Perché? Tu non saresti una baccante?” Mara la ammonì lanciandole uno sguardo severo, scrutandola da dietro gli occhiali da sole.

“Non direi…”

“Capito tesoro?” Si rivolse a me “La signorina si è risvegliata a quarant’anni, ma non vuole che lo si noti!”

“Che intendi?” La incalzai.

“Oh niente di che…”

Emma fu abile a sterzare la discussione, pertanto dovetti mollare la presa fino al prossimo pretesto utile.

“E insomma Emma, che ti fa fare questa megera qui?” Provai a scherzare prima di rialzarci e tornare al lavoro.

“Dai Fabiana…”

“Dai Fabiana” le fece eco Mara. Poi con tono sfidante mi disse “Mica invito a cena solo te e il tuo bel ragazzone io, sai?”

Emma divenne rossa in volto, sorridendo imbarazzata.

“Aaah! Quindi i piccioncini sono caduti nella rete della nostra strega!”

Emma mi disse di smetterla.

“E che succede a casa di Mara? Dai raccontami…”

“Niente che tu non abbia già fatto, tesoro” Mara tagliò corto.

Mi voltai verso Emma, coprendomi la bocca con entrambe le mani.

“Smettila Fabi. Dai! Di certo non ho fatto quelle… cose che hai fatto tu con le maschere… con tutti quegli uomini…”

Stavolta fui io ad arrossire. Dal tavolino accanto si drizzarono più di un paio di orecchie.

“Ma sei scema?” Le dissi sottovoce.

Mara rideva sonoramente, soffiando il fumo verso l’alto.

“Per il momento non c’è stato nulla di così eclatante. Una semplice cena con me, mio marito e un’amica… diciamo speciale. Con annesso dopocena, questo va detto!”

“Mara!”

“Eh? Colpa mia se tuo marito ha chiesto di invitare… dai non me lo far dire!”

Non ci stavo capendo nulla.

“Ecco ora dille pure…”

“Del trans?” Mara scoppiò a ridere ancora più forte. La ragazza accanto a noi sorrideva fingendo di non ascoltare.

Il mondo al contrario. Emma e Marco. La normalità fatta coppia. E tutto per colpa mia e del mio uomo.

“Comunque la signorina qui accanto ne ha fatte tante con me, è vero, ma forse non ha ancora varcato l’ultima soglia!” Disse Mara con tono di sfida.

“Che intendi dire?” Le chiesi.

“Vedi Emma… quando Fabiana ha iniziato, lo ha fatto col botto. Ricordi la festa dei cerchi? Io non me la scordo di certo! Se ripenso a come eri bella su quel materasso con quel ragazzo di colore!”

“Mara!”

Fece un cenno come a sminuire.

“E che deliziosa ancella, la nostra Fabiana. Ah! Per non parlare delle sue abilità artistiche, specialmente in zona aeroporto!”

“Ora basta dai!”

Mara non mi stava ascoltando. Mara mi stava lanciando una nuova sfida.

“Ma tutto questo non è niente se penso alla cena dei cinque”

“La cena di che?”

“Dei cinque. Se superi quella, allora significa che hai conosciuto la trasgressione. Devo andare, pago io. A dopo!”

Si alzò e sparì ancheggiando sugli immancabili tacchi.

Emma mi guardava con curiosità. “La cena dei cinque? Ma intende cinque uomini che…” fece un gesto grossolano che scatenò una risata in tutte e due.

Più tardi, Mara mi mandò un messaggio. “Prima non scherzavo. La cena dei cinque è domenica sera. Vuoi esserci?”

“Posso saperne di più?”

“Zoccola” poi dopo qualche secondo riprese a scrivere “Claudio ha un gruppo di amici, si ritrovano ogni tanto a cena. Di solito passano la serata a parlare delle loro cose noiose, lavoro, investimenti… roba da vecchi annoiati che resistono alla pensione”

“Sembrerebbe una cosa tranquilla”

Rispose con uno smile. Dopo un po’ scrisse “Fino a quando non gli sale il matto. Ma tu forse ancora non sei pronta per questo”

Mara mi stava provocando. Aveva gettato l’amo. E io c’ero cascata con tutte le scarpe.

“Stai dicendo questo alla tua ancella. Che vuoi che sia stare a tavola con cinque anziani allupati?”

“Domenica sera ore 19 da noi a Fiesole. Completo nero. Tacchi. Vestiti come se fosse una cena di lavoro. Poi ti spiego quando sei lì. Ok?”

Marco sarebbe stato via per il fine settimana. Piuttosto che trascorrere tre giorni da sola, pensai che la cena dei cinque sarebbe stata un modo eccentrico per passare del tempo. Dovevo sapere che con Mara l’eccentrico è un concetto che si rinnova costantemente.

Ne parlai con Marco. Dapprima non fu convinto a lasciarmi andare. Temeva che mi infilassi in una situazione difficile da gestire. Lo tranquillizzai dicendogli che era probabilmente solo una cena con cinque anziani ricconi, che forse sarebbe stato un semplice gioco di allusioni e sguardi rubati. Non so come feci, ma alla fine lo convinsi.

“In fondo sarà eccitante pensarti a fare la porcellina lontana da me. Mi mandi qualche foto?”

La domenica sera mi preparai in modo maniacale. Abbinai un elegante intimo di pizzo a un tailleur nero di un noto stilista, un regalo di Marco. Indossai un décolleté rosso bordeaux con un tacco mozzafiato che riprendeva il colore del mio rossetto. Legai i capelli in uno chignon strettissimo e spruzzai qualche goccia del mio profumo preferito. I cinque avrebbero avuto del filo da torcere, pensai.

Il cancello della villa di Mara e Claudio si aprì. Quattro enormi auto nere erano parcheggiate al centro, proprio davanti al vialetto di accesso al giardino. Mara mi venne incontro sorridente. Era elegantissima, con uno splendido completo giacca e pantalone ampio, rosso scuro, e l’immancabile sandalo col tacco.

“Tesoro sei uno spettacolo”

“Anche tu Mara”

“Seguimi, devo farti vedere delle cose. Sbrighiamoci che i cinque sono pronti per andare a cena”

Mi fece accomodare in un piccolo ufficio al piano terra, vicino al salone dove avevo preso parte a molte delle serate organizzate da Claudio e Mara.
Mise un documento sulla scrivania.

“Mi servono un paio di firme”

“Addirittura?”

“Tesoro, questa gente non è quella che frequenti di solito alle nostre festicciole. Qui serve riservatezza. E devi accettare il regolamento”

Mi sentii crescere un po’ di ansia.

“Ma che intendi dire?”

“Intendo che i quattro amici di Claudio… Claudio è il quinto… sono personaggi molto importanti. E in quanto tali devono tutelarsi quando intendono divertirsi.”

“Tutto qui?”

“Povera stella. Ad ogni modo, se riesci a mantenere questa attitudine forse riesci ad arrivare in fondo, sai?”

“Mara, mi stai spaventando. Che devo fare?”

“Tutto quello che quei personaggi ti dicono. Subito. Senza obiezioni. Non contano le tue idee, i tuoi limiti. Il gioco lo fanno loro.”

Guardai quel contratto. Mara poggiò una penna sul tavolo. Le squillò il telefono.

“Si? Claudio arriviamo subito. Due minuti e siamo da voi”

Forse pensavo che Mara volesse mettermi ulteriormente alla prova, che stesse alzando il tiro per poi prendermi in giro dopo con Emma. Sta di fatto che firmai il foglio senza neanche leggere.

“Andiamo” le dissi. Mara deglutì con sguardo insolitamente preoccupato. Poi scosse il capo e mi fece strada.

Un cameriere in livrea ci accompagnò al piano di sopra. Aprì la porta di una piccola sala da pranzo e ci fece cenno di entrare. All’interno sentivo la voce squillante di Claudio che monopolizzava la discussione.

“Ed ecco la mia splendida consorte Mara, accompagnata dall’ancor più splendida Fabiana. Fabiana sarà la vostra migliore amica stasera!”

Entrai nella stanza. Dietro a una tavola finemente imbandita sedeva Claudio e altri quattro uomini. Tutti elegantissimi, in giacca nera e papillon. Mentre mi avvicinavo riconobbi tra di loro un famoso industriale, già noto alle cronache per motivi che non andrò a spiegare qui. Mi fissarono in silenzio, i loro sguardi mi trapassavano come lame. Uno di loro, esageratamente grasso, con pochi capelli unti in testa disse al suo vicino “Era meglio quella dello scorso anno”

“Mara, tesoro, accomodati accanto a me” disse con tono flautato Claudio. Mara gli obbedì in silenzio.

Mara era sempre stata al centro dell’attenzione. Questa sua silenziosa remissività mi creò più di un timore.

“Mi versi da bere?” Mi disse uno dei quattro.

Eseguii meccanicamente. L’uomo tolse il bicchiere da sotto alla bottiglia e alcune gocce di acqua caddero sulla tovaglia di seta.

“Stupida. Guarda che hai combinato! Asciuga subito”

Mara non staccava gli occhi da me. Mi fissò preoccupata mentre cercavo di asciugare con un tovagliolo, poi si voltò sorridente a conversare con l’industriale.

Due camerieri entrarono nella sala con gli antipasti. Poggiarono i vassoi sul tavolo e iniziarono a servire gli ospiti. Claudio presentava le pietanze con gran trasporto.

L’industriale attese che il cameriere gli porgesse il piatto, poi agitò una mano per attirare la mia attenzione.

Era proprio come avevo imparato a conoscerlo in televisione o sui giornali. Molto alto, calvo e con quello sguardo di ghiaccio, sempre impeccabile.

Mi avvicinai a lui provando a sorridergli. Quando lo raggiunsi, allungai una mano per presentarmi ma le sue parole mi lasciarono di stucco.

“Masticami questa roba”

Un brivido mi squarciò la schiena. Avevo sentito davvero quelle parole? Rimasi con la mano tesa verso l’uomo, un groppo in gola che faticavo a mandare giù.

Mara si rivolse a me con tono perentorio.

“Fabiana. Fa quel che ti è stato detto”

Mi abbassai sul piatto. Due fette di pata negra, del tartufo e una mousse di verdura. Presi il prosciutto con la forchetta e me lo misi in bocca, iniziando a masticare lentamente. Quando la carne si sciolse completamente mi voltai verso l’uomo.

“Forza! Sputa nel piatto. Fai presto che ho fame!”

Pensavo che fosse tutto uno scherzo. Il pugno che l’industriale sbattè sul tavolo mi fece ricredere immediatamente. Sputai il grumo di carne masticata accanto al resto dell’antipasto. L’uomo la inforchettò e se la mise in bocca. Fui colta da un conato di vomito che, per fortuna, riuscii a contenere.

“Che schifo” disse l’uomo masticando “Non va bene!” E sputò la carne a sua volta nel piatto. “Devi masticarla di più”

Tremavo. L’uomo tutto di un pezzo, il pilastro dell’economia del Paese mi stava chiedendo di masticare il cibo che aveva appena sputato. Le gambe vacillarono per un istante.

“E allora? Ti sbrighi o no?”

Lottai con tutta me stessa per non vomitare mentre mettevo in bocca quel bolo vischioso. Masticai per qualche secondo, prima di farlo cadere di nuovo nel piatto. Era semplicemente disgustoso.

Dalla parte opposta del tavolo, l’uomo grasso mi chiamava a gran voce. Potermi allontanare da quel pervertito mi sembrava una luce in fondo al tunnel.

“Ho finito l’antipasto. Puliscimi la bocca col tovagliolo. Presto!”

Nel momento in cui gli poggiai il tessuto sulle labbra, sentii una mano che saliva tra le mie gambe. Indietreggiai di scatto e l’uomo grasso divenne di tutti i colori, urlando come un matto.

“Che cazzo fai, deficiente! Puliscimi la bocca ora!”

Mara e Claudio si voltarono preoccupati.

Mentre mi avvicinavo all’uomo grasso, fui chiamata dall’altra parte del tavolo.

Pulii la bocca dell’uomo mentre con le dita mi scostava le mutandine, spingendo con forza la sua mano lungo la mia vagina completamente asciutta. Provai dolore ma cercai di non darlo a vedere.

“Allora! Vieni qua o no?”

“Arrivo” dissi. Era forse la prima parola che pronunciavo dal mio ingresso. L’uomo però mi zittì in modo brutale.

“Taci! E corri qua!”

Il tutto mentre gli ospiti a tavola discorrevano amabilmente dei loro affari. Mara dispensava ampi sorrisi all’industriale.

“I piedi”

“Prego?” Dissi con voce tremante.

“Capisci l’italiano? I piedi. Ora.”

“Io non…”

“E allora! Ti devi togliere queste scarpe di merda che hai e farmi vedere i piedi! Claudio ma dove l’hai trovata questa? In discarica?”

Tutto il tavolo, Claudio e Mara compresi, scoppiarono in una risata fragorosa.

Mi tolsi le scarpe, allineandole alla gamba della tavola. L’uomo allungò una gamba e le calciò lontano.

“Scarpe di merda” ripetè.

Rimasi scalza accanto a lui, fissando nel vuoto.

“Qui” disse indicando il tavolo.

“Ho la minigonna molto stretta e…”

“Toglila”

“Forse se…”

L’uomo bestemmiò a gran voce. “Togliti quella minigonna del cazzo. Ora!”

In silenzio abbassai la zip e lasciai cadere a terra la mini. L’uomo la raccolse e la gettò verso le mie scarpe. Alzai la gamba e poggiai il mio piede davanti a lui. Fui presa da un brivido quando le sue mani iniziarono a toccarmi la pianta. Il brivido mi travolse quando si mise a giocare con le dita e a carezzarle.

“Smetti di tremare”

Mi appigliai a chissà quale pensiero felice, sperando di poter controllare quel tremore che cresceva sempre più forte.

“Basta, levati dai coglioni” mi spinse da una parte e caddi a terra, sbattendo con il volto contro le mie scarpe.

Scoppiai a piangere. Forti singhiozzi scuotevano il mio corpo rannicchiato in quell’angolo. Nessuno si alzò dalla tavola, neppure Mara. La conversazione andò avanti come se io non esistessi.

“Vieni qua subito!” Di nuovo l’industriale.

In una manciata di secondi mi rivestii, prima la mini poi le scarpe. Mi presentai da lui con le lacrime che rigavano il mio volto.

“Che cazzo piangi, che schifo. Non mi va più l’antipasto. Mangialo tu”

Nel piatto c’era un miscuglio di cibo masticato, che fu subito offuscato dalle lacrime che ripresero a scendere.

“Fabiana vieni qui” la voce di Mara.

Fu come un’ancora di salvezza, un raggio di luce. La raggiunsi velocemente. Non mi guardò neppure. Si pulì la bocca a una manica del mio tailleur, poi mi fece il gesto di allontanarmi.

Fu poi la volta dell’anziano distinto signore accanto a Claudio. Mi chiamò con un gesto nervoso. Era molto magro, con pochi capelli e dei grossi occhiali da vista. Poteva avere una settantina d’anni. Mi scrutò con sufficienza, squadrandomi dall’alto in basso, senza dire una parola. D’un tratto mi disse “Abbassati sul tavolo”

Poggiai gli avambracci sulla tovaglia, accanto a me Claudio discorreva con l’industriale in merito a un non meglio specificato progetto da realizzare entro fine anno.

L’anziano mi lasciò in quella posizione a lungo, tant’è che abbassai la testa tra le braccia cercando di isolarmi da quel contesto assurdo. Sentii i camerieri che sparecchiavano e annunciavano il piatto successivo. Soffocai un conato al pensiero della perversione dell’industriale.

Un colpo secco, una scossa lungo la mia schiena, un lampo di dolore esplose sul mio fondoschiena. L’anziano se ne stava in piedi dietro di me, silenzioso. In mano, una canna di bambù. Fece cenno a Claudio di alzarmi la minigonna e di abbassarmi le mutande. Claudio eseguì palpandomi con decisione.

Il secondo colpo esplose sulla mia carne con ancor più forza. Digrignai i denti per trattenere un grido disperato. L’uomo mi colpì ancora, per tre volte, fino a quando le mie gambe cedettero e caddi per terra.

Quando ripresi coscienza, Claudio mi stava strofinando la suola della sua scarpa sulla guancia. Con la punta dell’altra, cercava di aprirmi la bocca.

“Evviva! Si è ripresa!” Disse.

Mara se ne stava in disparte, chiacchierando con il grassone.

La cena continuò per un tempo che parve non finire mai. I cinque uomini mi sottoposero a ogni tipo di umiliazione, che sostenni cercando di appigliarmi al pensiero di poter tornare a casa sana e salva. L’industriale continuò a tormentarmi con la sua fissazione per il cibo. Al dolce mi chiese di calpestare la sua porzione di torta, che volle mangiare leccandola direttamente dai miei piedi scalzi.

“Adesso scendiamo giù in salotto per un bel sigaro e qualche amaro, che ne dite?” Chiese Claudio.

Uno dei camerieri mi mise un collare. Mara ci agganciò un guinzaglio. Mi tornò in mente la notte della regina. Ero una novizia, all’epoca mi parve di aver calcato troppo la mano, quanto mi sbagliavo…

“Forza, seguici!” Mi strattonò con forza facendomi perdere l’equilibrio. Avevo i piedi ancora sporchi e appiccicosi di dolce e il sedere mi bruciava per i colpi della canna dell’anziano.

Nel mezzo del salone, i camerieri avevano piazzato una poltrona ginecologica. Poco lontano, un tavolino con dei sigari e bottiglie.

L’industriale prese il guinzaglio e lo tirò verso di sé.

“Qui, cagna!”

Barcollante lo raggiunsi. Tolse il guinzaglio di mano a Mara e se lo passò più volte attorno al polso, tenendomi vicinissimo a lui.

“Devo andare in bagno. Seguimi”

La paura mi assalì. Temevo che lontano dal gruppo mi avesse fatto del male, che non sarei più tornata nel salone, che sarebbe finito tutto nel peggiore dei modi.

Entrammo nel lussuoso bagno, accanto al salone. L’uomo allentò un poco il guinzaglio e si posizionò in piedi davanti al water.

Io mi spostai di lato, spalle al muro, i pugni serrati.

“Beh? Devo pensarci io?”

“Che… che cosa?”

“A slacciarmi i pantaloni idiota!” Strattonò il guinzaglio facendomi cadere.

Quando mi rialzai, l’uomo era sempre immobile davanti al water, le mani sui fianchi.

Sbottonai i pantaloni e abbassai la cerniera. L’industriale mi fissava dall’alto con i suoi occhi di ghiaccio.

“Non vorrai mica che me lo tiri fuori da solo?”

Abbassai i suoi slip. Il suo pene flaccido spuntò fuori da un ciuffo di peli ingrigiti.

“Prendilo in mano, avanti! Brava. Piano così, scappellalo, brava. Ok. Adesso stattene ferma così”

Un fiotto di urina giallastra saettò dentro al water. Restammo in quella imbarazzante posizione per una trentina di secondi.

“Perfetto. Adesso puliscimi”

Presi un pezzo di carta igienica e feci per asciugarlo. Ma la sua voce fu l’ennesima scossa.

“Che cazzo fai? Non con quella!”

Lo guardai negli occhi. Era impassibile.

“Usa la tua giacca”

Lo pulii usando la manica di quella mia adorata giacca, regalo del mio Marco. Subito dopo, lo rivestii, le mani tremanti.

“Scappa anche a te?”

Feci di sì col capo, la voce non mi usciva.

“Abbassati”

Alzai lo sguardo per incontrare i suoi occhi.

“Tirati giù le mutande e falla qui. Ora”

Impacciata, riuscii ad abbassarmi di nuovo le mutandine. Mi accoccolai sul pavimento, tremando e ansimando. Lo stimolo mi era passato del tutto.

L’industriale si era seduto davanti a me e mi fissava tra le gambe con quello sguardo penetrante. Nelle mani ancora il guinzaglio.

“Forza! Voglio andare a fumare!”

Alcune gocce caddero sul pavimento, colandomi sull’interno delle gambe. Non riuscii a fare altro.

“Che schifo! Adesso pulisci!”

Tirò il guinzaglio, persi l’equilibrio già precario e rovinai sul bagnato. Rimasi per terra in posizione fetale mentre quell’uomo crudele si lavava le mani canticchiando.

Quando tornammo nel salone ero un disastro. Sporca e maleodorante, gli altri quattro uomini mi guardarono con sdegno. Mara mi venne incontro squadrandomi dall’alto in basso, come suo solito.

“Fabiana, fai schifo. Togliti tutto quanto, forza!”

“Mara per favore io…”

I suoi occhi accigliati mi strozzarono le parole in gola.

“Fai schifo. E questo disturba gli ospiti. Togliti tutto. Ora!”

Le lacrime esplosero. Come una diga quando crolla, come un fiume quando rompe gli argini. Solcavano il mio volto e scendevano giù sui vestiti che mi stavo togliendo. Volevo soffiarmi il naso ma non avevo il coraggio di chiedere un fazzoletto. Mara restò impassibile davanti a me fino a quando non restai completamente nuda nel mezzo del salone.

Passò un cameriere che raccolse i miei abiti e li poggiò su uno dei divani. Mara lo fulminò: “No, no! Butta via! Nell’immondizia!”

La implorai di non farlo, singhiozzando forte.

Mara si allontanò e accese una sigaretta.

“Vieni qua, presto!”

Ancora l’uomo grasso. Mi presentai davanti a lui coprendomi il seno con le mani. Mi prese i polsi e li abbassò con uno strattone. Rimase qualche secondo a contemplare il mio seno, poi aprì la sua bocca schifosa e iniziò a succhiarmi un capezzolo. Da principio lo fece con delicatezza, poi cominciò a mordicchiarmi e a succhiare forte a lungo. Feci per sottrarmi al suo rituale, ma con la mano mi strizzò l’altro capezzolo facendomi gridare.

“Non farlo mai più”

E riprese il suo gioco di morsi e lunghe succhiate. Chiusi gli occhi, sperando di non poterlo udire più fare quel rumore disgustoso.

“Vieni qui!” Mi chiamò una voce dal divano. La testa mi girava e le lacrime mi avevano irritato gli occhi.

Una mano mi spinse a terra, sul freddo pavimento in marmo. Davanti a me, vidi un piede scalzo e una scarpa vuota poco a lato.

“Apri la bocca!”

“No… per favore…”

“Apri la bocca!” L’altro piede, quello nella scarpa, mi colpì al ventre con un calcio.

Detti dei colpi di tosse e l’uomo ne approfittò per infilarmi il suo piede in bocca. Sentivo le sue dita muoversi e tambureggiare sulla mia lingua. Provai a sputarlo fuori ma l’uomo spingeva, senza minimamente pensare al dolore che poteva causarmi. Il sapore di sporco e sudore mi chiuse lo stomaco e iniziai a vomitare, fortunatamente solo succhi gastrici e saliva. L’uomo bestemmiò ancora più forte.

“Adesso pulisci tutto!” Mara spuntò alle sue spalle, puntandomi contro la sigaretta.

Fui costretta a leccare il pavimento, mentre l’uomo provava di nuovo a mettermi il suo piede in bocca.

“Signori? Un goccetto di amaro?” Claudio passò tra gli invitati con i bicchieri, leggiadro come se io, nuda e intenta a leccare il contenuto del mio stomaco sul pavimento, non esistessi.

L’anziano mi afferrò per lo chignon, con una forza che mi sorprese.

“Siediti qui” disse indicando la poltrona ginecologica.

Mi lasciai adagiare passivamente su quel sedile. Non opposi resistenza neanche quando mi legarono polsi e caviglie. Fissavo il soffitto e pregavo che questa storia finisse presto, magari rivelandosi uno scherzo, un brutto sogno.

Uscirono tutti a fumare in terrazza, lasciandomi in quella posizione con le gambe oscenamente divaricate per un buon quarto d’ora. Avevo freddo, tremavo e mi sentivo male.

“Vuoi da bere?” Claudio apparve nel mio campo visivo. Gli dissi di si. Stappò una bottiglia e la rovesciò nella mia bocca. Trangugiai due sorsate prima di capire che si trattava di vodka, poi girai il capo per togliermi da sotto il fiotto di alcol. Claudio non si fermò e vuotò la bottiglia addosso a me.

“Sorridi!” Un flash illuminò la stanza. Un secondo flash. Un terzo. L’industriale mi stava scattando delle foto con il suo smartphone inquadrandomi la figa. Quando ebbe finito, provò a penetrarmi con il telefonino.

“Ah ma allora ti piace… ti bagni!”

In un istante fu con la testa tra le mie gambe. Sentivo la sua bocca che cercava di divorare la mia vagina, la sua lingua che spingeva per entrare dentro di me. Quando mi udì sospirare, mi leccò con ancor più veemenza.

A turno, tre uomini si alternarono tra le mie gambe. Le loro bocche cercarono di baciare con passione la mia vagina, lasciandomi in realtà solo una grande irritazione per via della loro barba. Ogni volta mi umiliavano con parole grevi, millantando un mio tangibile piacere.

L’uomo con la canna di bambù mi ronzava attorno senza toccarmi. Sembrava disgustato dal mio corpo. E con sempre più forza mi percuoteva con quella canna, lasciandomi segni sulle gambe, sui piedi, sulle braccia e sul seno.

Mi sentivo svuotata. Vilipesa. Odiata. Mara mi aveva incatenato in questo gioco perverso, fatto di distruzione del proprio io. Non esistevo più. Esistevano quei maledetti uomini e le loro perversioni. Non era più il gioco proibito, l’orgia carnale, il sesso giocoso, il gusto del proibito. Aveva tutto lasciato il posto a questo lato oscuro.

Gli uomini discutevano amichevolmente seduti sui divani, fumando sigari e bevendo alcolici su alcolici. Mara assisteva in silenzio, fumando nervosamente una quantità incredibile di sigarette.

Ad un tratto, l’industriale tornò da me. Si fermò di nuovo davanti alle mie gambe, ma stavolta si sbottonò i pantaloni.

Gli chiesi di non farlo, ma non mi ascoltò neanche. Si abbassò le mutande e iniziò a strofinare il suo cazzo flaccido contro la mia vagina. Sputò più volte per cercare di lubrificare e, quando fu abbastanza turgido, spinse forte per entrare in me. Lo sentivo spingere e avanzare, con colpi serrati, mentre si divincolava oscenamente sopra di me. Ogni tanto lo estraeva, si masturbava e sbatteva la sua cappella contro il mio clitoride.

“Godi!” Mi ordinò mentre aveva ripreso a penetrarmi.

Non riuscivo a emettere alcun suono.

“Dimmi che ti piace”

“M…mi pia…ce”

“Dimmi che ce l’ho duro e grosso!”

“È duro… gross…sso!”

Nel mentre, tutti gli altri compresa Mara si erano avvicinati a noi due e stavano osservando in silenzio il grottesco amplesso.

L’industriale iniziò a palparmi ovunque, le sue mani scorrevano e scivolavano su di me, mentre il ritmo delle sue spinte aumentava di intensità. Ad un tratto fece un enorme sospiro, si bloccò un istante e sentii il suo seme fluire dentro di me. Quando ebbe finito, si allontanò senza dirmi una parola.

Claudio prese un vassoio dal tavolo e corse a posizionarlo sul pavimento, all’altezza della mia vagina. Quando ebbe fatto, chiese a tutti di fare silenzio. Gli ospiti lo guardarono con sgomento, ma applaudirono quando sentirono la prima goccia di sperma cadere nel mezzo del vassoio con un suono metallico. Gli uomini e Mara erano nuovamente davanti a me, ad assistere al lento colare della venuta dell’industriale che, goccia a goccia, usciva dalla mia vagina.

“Dovremmo farlo tutti quanti” disse Claudio.

Gli altri borbottarono.

“Ok, comincio io!” Claudio si abbassò i pantaloni e le mutande e fece scivolare il suo durissimo cazzo dentro di me.

“Mmh, senti come scivola! È ancora piena di te sai?” Disse rivolgendosi all’industriale, che stava rivestendosi poco distante.

Claudio si abbassò sul mio seno e iniziò a succhiarlo avidamente, senza interrompere le sue spinte. Provò per un po’ anche a mettermelo dietro, ma la posizione non era favorevole per lui e dovette desistere, tornando a martellarmi la figa con forza. Nel frattempo, il grassone si era avvicinato al mio piede destro, strofinandoci il suo pene flaccido con espressione sognante. Dopo qualche secondo, raggiunse l’orgasmo schizzandomi sul collo del piede e pulendosi sulle mie dita. Si avvicinò al piede sporco di sperma l’altro uomo, quello che mi aveva messo in bocca il suo piede.

Si abbassò, annusò più volte, poi iniziò a leccarmi le dita, a succhiarle una per una, risalendo su fino alla caviglia, ripulendo con cura gli schizzi dell’uomo corpulento. Fu il primo momento in cui sentii un brivido lontano, ma vagamente somigliante a un’idea di piacere. L’orgasmo di Claudio interruppe questo momento. Anche lui volle venire dentro di me, e attese in estasi che il suo seme gocciolasse giù sul vassoio, la sua faccia a pochi centimetri dalla mia vagina imbrattata.

“Uno spettacolo unico, vero Mara?”

“Unico nel suo genere tesoro”

Il più vecchio dei quattro si avvicinò al mio volto, guardandomi con lo stesso sprezzo con il quale mi aveva osservato per tutta la sera. Mi resi conto troppo tardi che aveva i pantaloni abbassati e non riuscii a voltare la testa prima di essere investita in pieno volto da un caldo fiotto della sua urina.

“Bevi” mi disse, bloccando il getto.

“Per favore…”

“Bevi!” Ripetè, puntando il suo misero cazzo verso la mia bocca.

“Per favore… basta! Basta! Basta!” Il mio grido risuonò nel salone, mettendo a tacere ogni altro suono.

L’uomo cambiò espressione. In modo goffo cercò di tirarsi su le mutande e di correre al bagno poco distante.

Claudio e Mara mi sciolsero polsi e caviglie, aiutandomi ad alzarmi dalla poltrona.

Gli altri tre uomini si versavano da bere e mi sorridevano bonari.

Non capivo cosa stesse accadendo. Pensai di aver definitivamente perso il lume della ragione. Mara mi accompagnò sul divano più vicino e mi offrì una coperta leggera.

“I miei complimenti” disse l’industriale con tono mellifluo, guardandosi l’orologio “tre ore piene! Non era mai successo!”

“La volta scorsa finimmo il gioco dopo venti minuti”

“Eravamo ancora a cena”

Mi portai le mani alle tempie e chiusi gli occhi. “Qualcuno vuole spiegarmi cosa cazzo sta succedendo?”

“Tesoro, hai superato ogni più rosea aspettativa” mi disse Mara, offrendomi un bicchiere “nessuno aveva mai raggiunto le tre ore. Non ci sono riuscita neanche io”

“Già! Tu ti mettesti a piangere quando Edoardo ti…”

“Taci Claudio!” Lo fulminò Mara “i cinque hanno vissuto la loro esperienza più memorabile, e questo grazie a te”

“Mara… mi avete usato ogni tipo di violenza… mi avete annullato… lui… lui ha voluto che io…”

Piansi a dirotto con grandi singhiozzi. Il mio corpo tremava come una foglia. Non mi calmai neanche quando Mara mi abbracciò forte.

“Su su, hai superato anche questo gioco. Emma sarebbe morta subito… stanotte sei nostra ospite. La camera più bella è per te. Fatti un bel bagno e dormici sopra”

I cinque avevano lasciato la stanza. Mara mi prese per mano e mi accompagnò al piano superiore. Mi assistette con cura durante il bagno, e non mi lasciò fino a quando non crollai sul letto.

Il mattino seguente, la villa era deserta. Le quattro auto non c’erano più. Solo la mia piccola vettura era parcheggiata nel piazzale, illuminata dalla luce del mattino.

Scesi nel salone, indossavo solo una camicia da notte che Mara mi aveva prestato. Sul tavolo, non più sigari e alcolici ma una ricca colazione. Al centro, poggiata su una caraffa di succo di frutta, una busta col mio nome.

La presi e la aprii.

C’era una lettera, dalla quale caddero a terra delle carte. Lessi la lettera, scritta in bella calligrafia:

“Carissima Fabiana, nel ringraziarla per averci condotto attraverso la più memorabile delle esperienze, vorremmo offrirle la nostra gratitudine, certi della sua discrezione”

In calce, cinque firme, tra cui riconobbi il cognome dell’industriale.

Raccolsi le carte cadute a terra. Cinque assegni. Tutti e cinque con su scritto un importo di denaro che dovetti rileggere più volte per esser certa di aver capito bene.

Il tempo mi avrebbe aiutato a capire se la cena dei cinque aveva lasciato in me delle cicatrici o se avevo superato un’altra soglia della perversione, una soglia che Mara ancora non aveva saputo varcare.

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