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Lui & Lei

Senza chiedere scusa 2


di jonny76
10.02.2026    |    378    |    0 9.0
"Con un grugnito profondo e animale, mi scaricai con violenza dentro la ragazza, lasciando che il suono del mio piacere arrivasse nitido all'altro capo del filo..."
Dopo la fuga, New York non fu una liberazione, ma un labirinto di carne e dubbi. Vivevo con il sospetto costante di essere davvero ciò che quell'uomo mi aveva gridato per anni. Mi perdevo nei club bui del Lower East Side, tra luci stroboscopiche accecanti e l'odore chimico e pungente del popper che mi stordiva i sensi.
Mi lasciavo scopare da estranei nei bagni dei locali, contro muri sudici di piastrelle fredde, cercando disperatamente di capire chi fossi. Sono davvero gay? O sono solo la creatura che lui ha plasmato con la forza? Restavo immobile, con la faccia schiacciata contro il muro, mentre uomini anonimi mi usavano. Sentivo solo un senso di nausea e un distacco siderale dal mio stesso corpo. Mi facevo domande senza risposta, guardandomi allo specchio dei bagni pubblici all'alba con le labbra gonfie, il sapore amaro dell'umiliazione in gola e l'anima a pezzi. Non c'era piacere, solo la ricerca ossessiva di una verità che non riuscivo a trovare. Mi sentivo un contenitore vuoto, destinato a subire per sempre la volontà altrui.
Poi arrivò la svolta. La mia startup di criptovalute esplose; trasformai righe di codice in milioni di dollari. Improvvisamente non ero più il ragazzino spaventato: ero l'uomo da corteggiare, il genio della finanza da ammirare. Ma sotto la pelle, la fame di riscatto continuava a bruciare come acido.
Qualche anno dopo la laurea, quando il mio nome iniziò a circolare sui giornali, Ilaria mi rintracciò. Ci incontrammo in un caffè a Manhattan, tra il rumore del traffico e il vapore dei tombini. Quella sera, in hotel, le raccontai tutto: gli insulti, il sapore della mia dignità calpestata, il modo in cui suo fratello mi aveva distrutto. Piangemmo insieme, uniti da un dolore che era diventato l'unica cosa reale nelle nostre vite. Ci stringemmo in un abbraccio disperato, cercando di ricucire i pezzi delle nostre anime. In quel momento, nel silenzio della stanza, giurammo che nessuno ci avrebbe mai più fatto del male.
Tornato in Italia, iniziai a diventare il padrone del mio futuro. Jessica era ormai una dipendente del mio piacere. Una notte mi chiamò con voce tremante di eccitazione: aveva mentito a suo marito, dicendogli di dover andare a trovare la zia fuori città per un’urgenza. Invece era nel mio appartamento. Si era fatta aprire dal portinaio, ormai la conosceva. La trovai che mi aspettava già nuda nel mio letto matrimoniale, la luce della luna che tagliava la stanza. Non ci fu dolcezza. La possedetti con una brutalità calcolata, costringendola a posizioni che la facevano gemere di vergogna e desiderio. Mentre la prendevo da dietro, fissavo la sua schiena inarcata e pensavo a quanto fosse facile corrompere quella "finta santa". Le afferrai i capelli biondi con forza, costringendola a guardare la sua immagine riflessa nello specchio dell'armadio. "Guarda cosa sei, Jessica," le sussurrai all'orecchio mentre lei implorava di non fermarmi. "Guarda come godi mentre tradisci l'uomo che ti aspetta a casa." Mi scaricai dentro di lei con un disprezzo che lei scambiò per passione travolgente, lasciandola sfinita e sporca sulle mie lenzuola di seta.
Poi venne il turno di Elisa. Era entrata nel mio ufficio come stagista, una giovane ragazza ambiziosa convinta che, per fare carriera, io fossi solo il capo potente da sedurre. Spesso la facevo restare oltre l'orario, chiudendo la porta a vetri satinati che ci isolava dal resto dell’azienda. La facevo inginocchiare sotto la scrivania di cristallo mentre continuavo a parlare al telefono di acquisizioni e fusioni. Provavo un brivido sadico nel sentire la sua bocca su di me mentre decidevo il destino di centinaia di persone, trattandola come se fossi il suo padrone assoluto.
Nel mio appartamento, la situazione con lei era ancora più estrema. La possedevo sul tavolo del soggiorno, circondato da opere d'arte e lusso sfrenato, ignorando ogni sua richiesta di tenerezza. "Sei qui per imparare cos'è il potere, Elisa," le dicevo, stringendole il collo fino a farle mancare il respiro, mentre guardavo le luci della città fuori dalle vetrate.
Una notte d'estate, sul mio terrazzo, lei era stretta a me contro la balaustra. Il telefono vibrò sul tavolino: era Jessica. Rifiutai la chiamata. Due volte. "Chi è?" sussurrò Elisa, graffiandomi la schiena. "Una puttana," risposi gelido. "Una che mi scopavo prima." Il telefono squillò di nuovo. Elisa rideva, eccitata dal mio disprezzo per quella sconosciuta. "Rispondi. Dille che è vecchia, che il suo tempo è scaduto e che ora hai tra le mani una versione decisamente più fresca."
Risposi. "Dimmi, troia," dissi con voce annoiata, mentre continuavo a spingere dentro di lei con colpi sordi e ritmici. "Sì, sono impegnato. E credimi, lei è molto meglio di te. È giovane, è nuova. Tu sei solo un ricordo sbiadito." Accelerai il ritmo, sentendo il calore di Elisa stringersi attorno a me. "Senti come gode, Jessica?" sibilai nel microfono. Con un grugnito profondo e animale, mi scaricai con violenza dentro la ragazza, lasciando che il suono del mio piacere arrivasse nitido all'altro capo del filo. "Ecco, ora mi sono svuotato. Esattamente come mi sono svuotato dentro di te per mesi."
Dall'altra parte arrivò un pianto dirotto, un singhiozzo disperato che sembrava soffocare Jessica. Elisa, convinta che quella all'altro capo fosse la donna di cui stava prendendo il posto, emise un gemito vittorioso, stringendomi i fianchi. Chiusi la chiamata mentre le grida strozzate di Jessica ancora risuonavano nell'aria.
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