Gay & Bisex
Identità 1.0
30.06.2026 |
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"Andrea deglutì, gli occhi lucidi: “Ho pensato che… - tentennò - …Ecco che mi piacerebbe vederlo e…”
Non gli diedi il tempo di continuare..."
Era una caldissima giornata di luglio e mio cugino mi aveva invitato a passare una giornata al mare nella villetta che, proprio quell'anno, lui la moglie avevano affittato in una nota località balneare.Arrivai intorno alle dieci del mattino e raggiunsi la comitiva in spiaggia. Oltre a mio cugino e alla moglie, c’era una coppia di loro amici insieme al figlio Andrea. Fin da subito il ragazzo mi diede l’impressione di essere un corpo estraneo in quel contesto: estremamente taciturno e timido e con un fisico ben strutturato che strideva con la grazia composta con cui si muoveva. La pelle chiarissima, quasi trasparente, sembrava rifiutare il sole sfacciato della giornata. Mi volse le spalle quando mi sfilai maglietta e shorts praticamente davanti a lui rimanendo in boxer. Mi spruzzai la crema solare sull’addome e gli chiesi gentilmente una mano per fare altrettanto sulla schiena. Sentivo la sua mano tremare mentre mi massaggiava tra le scapole.
“Devi scendere anche più in basso – lo invitai – o mi scotterò!”
“Lì ci puoi arrivare anche da solo!” rispose seccamente e, gettato nella sabbia lo spray, corse tremando verso la battigia.
Cercai di minimizzare con i genitori che si profondevano in scuse anche per non rovinare il resto della giornata che trascorse comunque in modo piacevole, scandita dal ritmo lento delle chiacchiere e dal rumore della risacca.
Pranzammo in spiaggia ma la canicola pomeridiana prese il sopravvento, imponendo la classica pennichella.
Tornammo dunque a casa per riposare.
“La porta non si apre! - mi avvertì Andrea mentre imprecavo litigando con la maniglia – Dobbiamo entrare dal retro”.
Facemmo il giro della casa e scoprimmo, con sorpresa e rammarico, che la porta sul retro si apriva solo dall’interno e che non era stata lasciata aperta.
“Magnifico! Un caldo porco e noi chiusi fuori ad abbrustolire come braciole…” sbottai di nuovo.
Andrea arrossì.
“Che c’è?” chiesi ancora alterato.
“Io… Dovrei fare pipì…” sussurrò, distogliendo lo sguardo mentre un velo di imbarazzo gli dipingeva le guance di un rosso improvviso.
“Beh, non mi sembra una tragedia — feci io di rimando, regalandogli un sorriso spazientito — credo che il cespuglio vicino al muro di cinta possa essere una valida soluzione!”
Il ragazzo si rimpicciolì nelle spalle, ammettendo che si vergognava.
“Dai, vai tranquillo, mica ti guardo” lo rassicurai, voltando platealmente la testa dall'altra parte – Io intanto provo a chiamare fratello e cognata per vedere se qualcuno viene ad aprirci!”.
“Faccio lo stesso con i miei…”
“Ecco bravo!”
Finalmente una buon’anima venne a salvarci: la madre di Andrea.
Entrai nella mia camera.
Mi levai immediatamente gli abiti appiccicosi di sudore e mi accinsi a disfare le valige quando realizzai di non aver chiuso la porta vanificando l’egregio lavoro di condizionatore e tapparelle abbassate ovvero creare le condizioni climatiche ideali per superare la caldana esterna!
Fu allora che lo vidi passare. Stavo per chiudergli la porta in faccia ma lui si fermò esitante sulla soglia.
“Che vuoi?” chiesi un po’ troppo sgarbatamente. Ancora non avevo mandato giù la scortesia dell’episodio in spiaggia.
L’imbarazzo era palese. Purpureo in viso chiese di poter entrare.
Si sedette nervosamente sulla poltroncina di vimini lasciando andare un sospiro. Ad occhi bassi e con un filo di voce si scusò.
“È mammina che ti manda?” gli domandai. Capii all'istante che quel tono sarcastico era fuori luogo, ma le parole mi erano già sfuggite di bocca.
Andrea rimase in silenzio, incassando il colpo.
“Senti, scuse accettate! - replicai, cercando disperatamente di rimediare a quella catena di scortesie - …Però certo che se ti comporti così con la tua ragazza non ci fai proprio una bella figura!”
A quell’affermazione, il silenzio gelò la stanza più del condizionatore acceso. Il rossore tornò a dipingersi sul volto di Andrea, ma stavolta era diverso: era il segno di un disagio profondo, trattenuto troppo a lungo. Fissò le proprie scarpe per qualche istante, poi prese il coraggio a due mani, spinto dal bisogno disperato di aprirsi con qualcuno.
“In realtà… Credo di essere gay,” confessò, con una voce così sottile che per un attimo temetti di averla immaginata.
Rimasi immobile, con una camicia ancora a metà tra le mani. Quelle parole, pronunciate con ancora maggior fatica perché davanti ad un perfetto estraneo, svuotarono la stanza di tutta la mia irritazione. Mi fu chiara ogni cosa: la rabbia improvvisa sulla spiaggia, la mano che tremava sulla mia schiena, lo spray gettato a terra. Non era scortesia; era il panico di un ragazzo che stava combattendo contro le proprie pulsioni.
Appoggiai la camicia sul letto e feci un passo verso di lui. Il condizionatore continuava a ronzare sommessamente, unico testimone in quella casa dove tutti dormivano.
“Ne sei certo?” chiesi con delicatezza.
Andrea scosse la testa, spiegando che non aveva mai avuto esperienze con un uomo, ma che il dubbio s’insinuava da un’altra direzione: in spiaggia i suoi occhi finivano sempre lì, tra le gambe dei ragazzi, cercando di indovinare le forme e i dettagli sotto i costumi. Poi, con un moto di audacia che non mi sarei mai aspettato da un tipo così timido, sollevò lo sguardo, piantando i suoi occhi grigi nei miei.
“Ho guardato anche te… Così… - sembrava quasi singhiozzare - …Stamattina prima che mi chiedessi aiuto...”
Quella confessione diretta mi fulminò.
Sentii il cuore accelerare di colpo e una vampata di calore, che stavolta non c'entrava nulla con il caldo asfissiante, mi risalì lungo la schiena.
Guardandolo tra il serio e il faceto, gli domandai cosa avesse immaginato di preciso.
Andrea deglutì, gli occhi lucidi: “Ho pensato che… - tentennò - …Ecco che mi piacerebbe vederlo e…”
Non gli diedi il tempo di continuare. Lentamente abbassai il costume mostrandogli l’uccello pendulo tra le gambe.
Andrea, più che dall’effetto sorpresa, sembrava ipnotizzato da quella vista. Si avvicinò incredulo.
“Toccalo - gli sussurrai - così capirai da solo cosa vuoi!”
Esitò un solo istante, poi allungò una mano che tremava visibilmente. Quando le sue dita fredde si strinsero sulla mia pelle bollente, sussultai. Iniziò a muovere la mano con un ritmo rapido, istintivo ma inesperto che me lo fece rizzare in un attimo.
“Più piano,” mormorai lasciando cadere un fiotto di saliva per lubrificare meglio la masturbazione che mi stava praticando.
Lo lasciai continuare il lavoro di mano per qualche istante prima di sfiorandogli le labbra con la punta delle dita e chiedendogli con lo sguardo di fare il passo successivo. Andrea mi si avvicinò, schiuse la bocca senza opporre la minima resistenza, accogliendomi. Il bacio divenne profondo, affannato, una vera e propria liberazione. Sentivo il calore della sua pelle diafana, finalmente libera di accendersi.
Gli sfilai la canotta, scoprendo le spalle larghe e il petto liscio che si stringeva verso un addome scolpito. Gli shorts se li sfilò da solo esibendo la sua erezione già fradicia.
Mi staccai dal bacio, misi una mano sulla sua nuca invitandolo ad inginocchiarsi: “Ora, se te la senti, fai la stessa cosa con lui…” gl’indicai l’erezione che spuntava dal pelo pubico in evidente ricrescita. Mi scappellai.
Sorrise. Era la prima volta in quelle poche ore di conoscenza.
“Come?”
“Come ti viene spontaneo… – lo rassicurai – …Cerca solo di non mordermelo. Ci terrei ad usarlo ancora un paio di volte!”
Scoppiò in una risata. Vedere quel ragazzo fragile che si concedeva a me mi trasmetteva un'eccitazione pazzesca, ma anche la gioia profonda e l'orgoglio di essere io a guidarlo in quel momento di scoperta.
Appoggiò le labbra schiuse sulla cappella che iniziò lentamente a risucchiare. Gliela sentivo bagnare con la lingua che roteava fluida intorno al glande mischiando i miei umori alla sua saliva. Poi s’infilò in bocca quanto più potè del resto, riservandogli lo stesso servizio. Quel che non era entrato in bocca era lavorato dalla mano che aveva ormai acquisito una certa dimestichezza.
“Ehi... Vacci piano o mi farai venire…” mi guardò soddisfatto.
Lo invitai ad alzarsi e lo condussi verso il letto.
“Sdraiati!” ubbidì fiducioso.
Mi coricai accanto a lui ma in direzione opposta.
“Stiamo per…”
“Sì” ed iniziai a succhiarglielo con tutta la delicatezza che potevo.
“Ooohhh…” emise un gemito soffocato dal mio cazzo già tra le sue fauci.
Fu un momento breve ma intenso: l’eccitazione di entrambi esplose praticamente all’unisono. Bevvi avidamente ogni goccia del suo seme caldo e sentii il mio soffocargli la gola.
Cooof… Cooof…
“Tranquillo, la prima volta è normale!” lo rassicurai.
“È salata…” commentò asciugandosi i lucciconi dagli occhi.
Senza spezzare quel legame, lo tirai delicatamente verso di me. Sdraiati l'uno accanto all'altro, protetti dal silenzio e dalle tapparelle abbassate che filtravano la luce accecante del pomeriggio, continuammo a scoprirci con calma, una carezza alla volta. Ogni suo respiro spezzato sul mio collo mi confermava che quel momento, nato per caso tra le mura di una villetta al mare, per lui non era solo sesso, ma l'inizio della sua libertà.
Eravamo così persi nelle nostre sensazioni che il mondo esterno aveva in qualche modo smesso di esistere...
Per questo non sentimmo bussare.
La porta si aprì all’improvviso, tagliando in due la penombra della stanza con una lama di luce accecante.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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