lesbo
66,3 L’Officina: la ruffiana
remigiuslp
22.07.2025 |
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"Ansimi, mugolii, gemiti, orgasmi e sempre quella parola sussurrate ma come fosse urlata: “amore, amore, amore mio!”
* * * * * *
Interno alba, appartamento Maestrina
“Che ruffiana..."
“Adesso calmati, Mattia, hai quasi la febbre. Se non fossi certa che il Capo è in buona fede e non lo ha fatto certamente per fare un torto a te, direi anche io che è uno stronzo. Sicuramente - ed è evidente - vuole molto bene a entrambi ma capisci anche tu che appartiene al mondo dei sogni più lontani, il tuo sentimento. Dovrai accontentarti del mio amore incondizionato, fratellino. In questo mondo chiuso non c’è posto per noi.” Gli rimbocco le coperte e riconosco questo schioppettare: è la nostra Maestrina, certamente con qualche altro malanno alla sua ‘Bicilindrica raffreddata ad aria’ o meglio ‘La Ginetta’, come l’ha soprannominata lei.
Quanto mi piace quella ragazza – in tutti i sensi – ma lei è persa dietro Amedeo, Mattia dietro Amedeo... e io dietro lei!
* * * * * *
Interno pomeriggio, scala appartamento superiore-officina
Con mio fratello gemello siamo due gocce d’acqua, uguali praticamente in tutto, ci distingue solo il sesso: io femmina, lui maschio. Ma con questa sventura nell’anima: lui attratto dagli uomini, io dalle donne.
Costretti a convivere con questa ‘devianza’, venuta a galla con la nostra pubertà, anche grazie a lei, la Perpetua: donna di età e nome indefiniti e indefinibili, a sua volta ragazza-madre costretta ad abbandonare il figlioletto ancora in fasce e riparata in questa parrocchia di montagna.
E no: sappiamo con certezza non essere Amedeo.
Lei è stata anche nostra bambinaia, quando papà doveva stare dietro a tutte le auto delle ‘Guardie di confine’, da riparare il giorno prima di ogni guasto e comunque da tenere a puntino. E la Mamma, avanti e indietro dall’unico albergo del paese per curare la lavanderia. Anni difficili ma felici, siamo cresciuti senza conoscere fame o privazioni che non fossero il superfluo.
Fu durante la terza media, quella biondina nella corriera verso la città al mattino. Abitava nel paesino sotto il nostro, mio fratello voleva stare al finestrino per cui me la trovavo praticamente e quasi sempre sul sedile al di là dello stretto corridoio.
Al ritorno stessa formazione, facilitata dal fatto che si saliva a bordo tutti assieme e non facevamo evidentemente nulla per non favorire questa condizione.
Seppi da altre che frequentava la prima Magistrale perché non ci parlammo mai. Cominciammo, entrambe impacciate, con lo studiarci un po’; poi a guardarci timidamente negli occhi. Era strano perché con le compagne di scuola e in paese ero la prima a buttarmi: allegra, loquace, giocosa. Con la biondina no; ma lei neppure.
Un giorno in cui Mattia era rimasto a casa per una influenza, decisi di scendere alla sua fermata. Non so se fu per follia o coraggio, non sapevo cosa avrei fatto dopo, quali conseguenze al ritorno a casa, probabilmente a piedi: allora gli autobus erano pochi. Intanto mi sentivo di scendere dietro a lei.
Ferme, sotto il cartello ‘Fermata a richiesta’, bloccate a guardarci come due statuine.
Ricordo i suoi occhi meravigliosi di un limpido azzurro, dolcissimi e sorridenti.
Finalmente cominciò a camminare verso il principio di un sentiero che entrava nel vicino bosco oltre la strada; la seguii senza titubare, dentro di me un ignoto tumulto, veramente non avevo idea di cosa stessi, anzi stessimo combinando.
Era un pomeriggio di inizio primavera, quando la parabola del sole torna ad alzarsi donando i primi tepori. Un piccolo capanno fra gli alberi, rifugio in caso di piogge o temporali per boscaioli e cacciatori, un tavolaccio, una panchetta e una specie di giaciglio fatto di assi.
E su questo facemmo l’amore: sesso adolescenziale, acerbo, approssimativo ma spontaneo, intenso e indimenticabile. Conoscemmo reciprocamente il sapore delle nostre passerine, la dolcezza del suggere i quasi immaturi capezzoli, il giocare di labbra e lingue.
Fummo svegliate ormai al tramonto dal suo fratello maggiore che aveva intuito dove fosse finita ‘quella mezza matta’. Non disse nulla, nemmeno commentò che fossimo ancora abbracciate.
Papà, accompagnato dalla Perpetua, mi prelevò con il camioncino dell’officina.
Le settimane seguenti e fino agli esami di licenza la incontrai ancora, tutti i giorni, nel torpedone, ma lei mi evitò sempre e decisamente. Una sola volta, in coda dietro me, mi sussurrò: “mi dispiace, mi dispiace tanto.”
Fu Perpetua a spiegarmi tutto: la donna di servizio della famiglia, nota come maligna pettegola, saputo probabilmente dal fratello come eravamo state trovate, aveva messo in giro una voce ‘strana’ che marchiò la giovanetta. Il mio nome invece rimase fortunatamente ignoto o non fu mai fatto.
Sempre la nostra ‘protettrice’, forte ma pure dolce e comprensiva, capì o scoprì che mio fratello era macchiato di questa stessa tara, anche se speculare: da tenere assolutamente segreta, almeno per il pensiero comune di allora.
Fu quindi lei a esortarci a non dire niente a nessuno, meno che meno al prete durante la confessione. Le volevamo bene e ci fidavamo più di lei che non di quel ciccione con la tonaca sempre inzaccherata che spaventava continuamente noi bambini con figure e disegni sull’Inferno.
* * * * * *
Esterno pomeriggio, officina
“Oh Maestra, cosa è capitato oggi alla nostra Ginetta? Oh, Perpetua! E voi cosa ci fate dentro questa scatoletta? Siete quasi due metri, rischiate di rimanerci incastrata! A cosa dobbiamo questa visita straordinaria?”
“Taci, ragazzetta ciarliera, irriflessiva e disattenta! Siamo venute per vedere come state ma non solo. Dov’è l'Amedeo?”
“Sta benissimo, è fuori a provare un’auto con l’ingegnere della Nuova Strada.”
“E il Mattia?”
“Sono qui nella fossa, Perpetua, buon giorno!”
“Buon giorno a te pupetto mio! Rimanici ché noi donne abbiamo da parlare di cose nostre. Adele, abbiamo tempo per un tè su di sopra?”
* * * * * *
Interno pomeriggio, officina
Le due sono andate, devo finire assolutamente entro stasera la ‘Boxer Supersport’ del figlio del fattore di Crocevia Alto. Cosa se ne farà poi, ché prima di marzo non potrà tirarla fuori dal fienile con tutta la neve che è caduta quest’anno. Viziato ma anche furbetto il ragazzo: diventerà sicuramente presidente di qualche ministero.
Poi voglio proprio prepararmi bene per la cena di stasera a casa della Maestrina! Solo donne, la Perpetua ci ha promesso una sorpresa incredibile, oltre al suo inarrivabile polletto arrosto con patate bollite al prezzemolo. Ricetta del ‘700, dice. Sarà vero? Se anche non lo fosse, una prelibatezza unica.
Sì, potrò stare almeno vicina, parlare un po’ più a lungo invece delle solite frasi di circostanza con il mio amore impossibile: la rossa, riccioluta, Maestrina.
Me lo farò bastare, dovrò piuttosto fare attenzione a non scoprirmi, a non farle capire che bacerei con delicatezza e passione quelle sue rosee labbra disegnate da matita celeste, carezzerei le spalle delicate, le tonde, consistenti, generose mammelle, suggerei le sue piccole dure noci, intraviste più volte sotto i larghi vestitini immancabilmente a fiori, contenute in aderenti tessuti di magliette fini, durante le numerose riparazioni artefatte, non-guasti evidenti per attirare l’attenzione del capo, «l’Amedeo con l’occhio triste ma il fuoco dentro», come ripete spesso Perpetua.
Ma ho idea che stavolta non ci abbia visto giusto: in questa quasi crudele catena d’amori irrealizzabili, lui il suo ‘fuoco’ non lo ha – ancora – mostrato. Neppure la corte evidente e serrata della Maestrina lo ha smosso. Non sarà che… Quell’ingegnere ha dormito qui stanotte e oggi sono stati tutto il giorno assieme.
Però, ora che ci penso: l’Amedeo verso Mattia ha sempre un occhio di riguardo, una parola di lode in più. Mah, sarà perché mio fratello ha sempre quell’aria triste.
* * * * * *
Interno sera, appartamento Maestrina
“Ragazze scusate ma non mi sento bene, devo aver bevuto troppo, mi gira la testa. Continuate voi due la festicciola …e comportatevi bene!”
“Cosa vuole che succeda, Perpetua? Ha, ha, ha! Speravamo che la sorpresa di questa cena fra donne libere fossero due o tre robusti boscaioli ancora sfitti, invece siamo rimaste noi due zitelle ormai quasi decrepite!”
“Va’ là, va’ la, Adele, che siete due meraviglie della Natura! Forse un po’ ‘storte’ ma per il resto posso assicurarvi che più di uno scapolo – e non solo loro – vi guarda dietro le gonne alla messa della Domenica! Poi, ogni tanto, il curato qualche cosetta me la racconta pure, eh, eh! Divertitevi senza badare a questo paesello di poveri bigotti, pensate alla vostra felicità: non dovete certo sbandierarla.”
Se fino a pochi minuti fa tre donne ormai piuttosto alticce e pure accaldate per un vinellino traditore si scambiavano allegri e rumorosi pettegolezzi e chiacchiere, improvvisamente Lei se ne va, mi lascia qui, sola con la Maestrina.
Cala il silenzio, mi tremano le gambe, fortuna che sono seduta.
Impaccio, timidezza, paura. Sì, paura; paura che si accorga della mia emozione per averla vicina ma anche di quanto quella maglietta azzurra di poliestere, apparsa ormai praticamente del tutto sotto la camicia man mano sbottonatasi durante le baldoria, tesa sulle poppe, sotto niente reggiseno, provocante quasi volgare. E ora le sono pure spuntati i capezzoli! Mi sta attirando in un modo che io stessa non avrei mai nemmeno immaginato. E sotto, da me… umidità.
Ma è pure bellissima, si è anche truccata decisamente più del solito perché: “eh, una maestra non può sembrare una donnaccia di malaffare”, dice il prete -, i lunghi capelli ricci e vaporosi, cosparsi di polvere di ruggine, quel visetto ovale e attorno agli occhi azzurri, vividi, profondi, degni gioielli e compagni di quel nasino perfetto che tanto ho sognato di baciare fino a stringerlo fra i denti.
I nostri sguardi, finora fugaci, sembrano ora quasi volersi evitare.
È lei a rompere questa tregua.
“Certo che è proprio strana la Perpetua ogni tanto, vero Adele? Cosa avrà voluto dire con ‘storte’?”
Questo suo avvampare del viso, un fremito del tronco che si riverbera sul petto. Probabilmente non sa come proseguire la serata, in fondo non siamo amiche e ci hanno quasi costrette a questo incontro, anche se io rimarrei tutta la notte.
E un intenso colare fra le mie cosce strette.
“Rosina, non saprei, però forse è meglio che io vada, si sta facendo tardi.”
“No, no! Non vada via, no! Oh, mi scusi, mi scusi, non volevo ma io… io… mi sento bene con lei. La prego, rimanga ancora un po’ ...Adele!”
Finalmente le nostre pupille si allineano, si compenetrano, una luce – come quelle che su certi dipinti in chiesa attirano i santi in cielo – avvicina irresistibilmente i nostri visi, le nostre bocche.
Sfiorarsi di labbra, un contatto casto. Non basta, sappiamo entrambe di buono - ma non è il polletto della Perpetua -, ci vogliamo assaggiare di più, di più; le prendo la testa fra le mani e… in un istante finalmente un vero bacio di passione, di voluttà, di desiderio reciproco. Anche carnale, sì! Al diavolo convenzioni, divieti e pregiudizi: siamo due donne ma ci amiamo da tanto senza mai avere avuto il coraggio di manifestarcelo.
Trambusto di sedie, caduta sul piccolo letto stile francescano, mani che si cercano, braccia che si stringono, gambe che avvinghiano.
Poi il coraggio erompe: lingue veloci, salive dipingenti, dita malandrine, mungiture di seni (non il mio, sono piatta!), clitoridi in fiamme, misture di umori.
Ansimi, mugolii, gemiti, orgasmi e sempre quella parola sussurrate ma come fosse urlata: “amore, amore, amore mio!”
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Interno alba, appartamento Maestrina
“Che ruffiana quella Perpetua però.”
“Ruffiana, perché?”
“Perché credi avesse organizzato tutta questa cena per poi andarsene e lasciarci sole noi due.”
“Cosa intendi, aveva capito che tu e io, sì insomma, ci appartenevamo senza saperlo?”
“Senza saperlo no: io le avevo confidato di essere innamorata di te, Adele! Ha architettato il nostro incontro fino nei minimi particolari. Le ho raccontato tutto di me, di quando venivo da voi in officina, attratta da te, la tua aria un po’ rude ma anche dolcemente femminile, anche tanta vergogna e timore di essere scoperta per cui fingevo di interessarmi a Amedeo. Poi, l’impressione che tu mi guardassi con occhio particolare, quasi da maschio, cominciare a lasciare un po’ aperta la scollatura di quei vestitini da maestrina ma con sotto…”
“Zitta, porcellina tentatrice! Ero anche io innamorata di te ma quella maglietta fina, tanto stretta al punto che mi immaginavo tutto mi ha fatto scoppiare! E al contempo quell’aria da bambina che non sono mai riuscita a dirtelo ma ci andavo matta!”
“Alziamoci, è tardi, tu hai i due capi che ti aspettano in officina e io devo correggere i compiti dei bambini. Fortuna che oggi ho il turno del pomeriggio. Chissà quando finirà questa ondata di nascite: dover usare le aule due volte al giorno e gli orari incrociati è deleterio per gli alunni. E faticoso per noi insegnanti.”
“Un giorno, quando diventeremo tutti ricchi non ne faremo più, vedrai.”
* * * * * *
Esterno giorno, canonica
“Perpetua, ehi, Perpetua!”
“Cosa c’è, Rosina?”
“Sono incinta!”
“E cos’è, un miracolo di Nostro Signore? Non contento, rende fertili anche le donne fra loro?”
“No, è stato l’Amedeo!”
“O figliola scostumata! Tutta speciale sei: non ti bastava fare le cose zozze con un'altra femmina, pure il maschietto finocchio ti sei trombata!”
“Perpetua, è stato un incidente, volevo provare a me stessa che mi piacevano i maschi e che potevo cercare di dimenticare l’Adele. Il peggio è che lo abbiamo pure fatto male: due volte appena infilato è andato giù, alla terza anche ma ha pure schizzato! È stato il giorno prima di quando le ho raccontato di quanto mi piaceva l’Adele.”
“Qui non ci rimane che trovare una scappatoia!”
“Ma io voglio tenerlo, Perpetua!”
“Sì, brava così fai la mia fine: serva di un prete che gli devi lavare tutto e ogni tanto pure qualcos’altro. E non è detto che voglia il ragazzetto in canonica! No, no, ho un’idea, salviamo capra, cavoli e ti metto pure nel letto della tua Adele!”
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Interno sera, canonica
“Bel matrimonio, si vede che quei due si vogliono proprio bene! Era ora che l’Amedeo si sistemasse, eh Perpetua? Con la maestrina poi, coppia perfetta. Fra poco arriveranno pure i due gemellini così sarà una famigliola felice. Hanno pure già due zii pronti al piano di sopra: il Mattia e l’Adele. Peccato per loro che ancora non hanno trovato. Ma qualcuno provvederà, se Lui vuole.”
“Certo reverendo, certo. Il destino è imperscrutabile, anzi spesso sta nascosto fra le lenzuola.”
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Interno sera, appartamento superiore officina
“Rosina dai, vieni a letto, oggi voglio farti impazzire, sono in astinenza di te!”
“Ma se mi hai devastato la patatina solo l’altra notte! Mmmmhhh, però oggi lo facciamo incrociate, mi dai anche la tua che ti mordo il bottoncino fino a farti ululare!”
“Sì, così svegli i bambini. Dai, vieni, sai che senza una ciucciatina alle tue bocce non mi addormento!”
“Mi chiedo come faremo quando saranno più grandi: la mamma che dorme con la zia e lo zio con il papà.”
“Non ci pensare, forse nel frattempo cambieranno i tempi oppure, non so. Intanto vai a metterti quella maglietta fina, tanto stretta al punto che mi immagino tutto, mmmhhhh!”
* * * * * *
Come è andata a finire?
Che in quella casa siamo cresciuti felici e contenti, con un papà che dormiva con lo zio e la zia con la mamma. Senza però dirlo mai a nessuno tranne la Perpetua che sapeva tutto perché il pasticcio, anzi il rimedio lo aveva combinato lei, perché potessimo volerci tutti tanto, tanto bene. E così è stato.
Poi un giorno arrivò l‘ingegnere, quello della berlinona Diesel con i disegni porno nel bagagliaio, per offrire a papà Amedeo la direzione di una grande officina e concessionaria proprio della marca che piaceva a papà. Dovemmo traslocare in città ma per noi ragazzi fu un bene perché potemmo comodamente frequentare il liceo.
Ora che il confine di fatto è solo un cartello stradale possiamo studiare all’università ‘all’estero’, una trentina di chilometri oltre il Passo: io farò l’ingegnere e mia sorella diventerà medico pediatra.
Siamo entrambi fidanzati: io con una adorabile bionda un po’ secca ma brava a scopare, mia sorella con un antipatico pel di carota che però non la soddisfa; lo lascerà presto, ha dichiarato.
In città non interessa a nessuno che nostro papà Amedeo dorma con lo zio Mattia e la zia Adele con mamma Rosina. I ‘nonni’ - genitori degli zii - all’inizio hanno mugugnato un po’ ma alla fine hanno capito che siamo felici, per cui verranno volentieri alla festa dei venti anni di matrimonio e del nostro compleanno.
A loro continua a non piacere quel grande ritratto a carboncino che abbiamo in soggiorno: ritrae un uomo e una donna nudi da dietro. Papà e mamma erano proprio belli, da giovani.
La casa in montagna è ancora nostra: ci andiamo per le vacanze e nell’officina papà ci tiene la sua collezione di auto: tutte Diesel.
Luglio 2025
100% AI free
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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