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SONO MAGGIORENNE ESCI
Prime Esperienze

Il pollo


di ilGioco2
29.07.2026    |    2.126    |    6 9.1
"» E allora, mentre l’odore leggero di rosmarino cominciava a filtrare nell’aria, a Carlo venne in mente sua madre..."
Carlo è ragazzo normale, 32 anni, etero, single. Non particolarmente bello, un lavoro noioso, con pochi colleghi di lavoro. Non molto amici, quei due tre con cui ogni tanto esce a rimorchiare o a bere solo una birra.

Il sesso gli piace, come a tutti, ha avuto le sue esperienze senza riuscire mai ad avere un rapporto che durasse più di sei mesi. Forse si era innamorato di Anna, tempo fa. L’unica che lo faceva stare bene anche solo per vedere un film.

Annoiato decide di mettere un annuncio per incontrare altre donne, una coppia magari, su uno di quei siti dove sembra che fare sesso sia più semplice che fare amicizia. Si fa qualche foto, ma è troppo ingenuo per capire che forse in bagno no e non con quelle mutande calate.
Come tutti pensa che il suo cazzo sia il più bello, il più grosso, il più duraturo. Dalle foto non si direbbe ma lui non lo sa.
Scrive due righe, che non invoglierebbero nemmeno la più disperata tra le donne.

Passano mesi durante i quali riceve decine di cazzi e proposte di prenderglielo in bocca, spudorate come solo gli uomini sanno essere.
Un giorno arriva un messaggio da una coppia, sono più grandi di lui, hanno poche foto, nessuna esperienza a quanto dicono.
Per di più sono simpatici. O almeno lo è lo sconosciuto con cui si scrive.
Quella sera è particolarmente eccitato e non sbaglia un messaggio. Dopo una mezz’ora di chiacchiere arriva la proposta.
“Ci vediamo per un aperitivo da noi?”

Panico.

“Sul serio?” Pensa tra se e se
Rilegge più volte.
Non abitano lontani, potrebbe andare anche a piedi.
“Magari mi faccio una sega ma non vado, non mi fido, magari è solo un uomo…”

“Tra mezz’ora sono da voi.”
Si trova a rispondere quasi inconsciamente.

Si fa una doccia veloce, si veste.
Per fortuna in frigo ha una bottiglia di prosecco, qualcuno deve averla portata a cena e poi non è stata aperta, meglio così.
Un po’ del profumo regalato dalla mamma a Natale ed è pronto.
Prima di uscire controlla il cellulare, non ha messaggi, nessuna disdetta.

“Ma dove vado? E se è uno scherzo? Il solito coglione che si masturba scrivendo e inventando mogli inesistenti, sicuro che andrà così. Sono io il coglione che sta uscendo di casa pensando a chissà che avventura…”
Non sarebbe stata la prima delusione della sua vita, non sarebbe stata nemmeno l’ultima.
Tanto vale provarci.

Uscì di casa, salutò il vicino che portava giù il cane.
Abitavano a poco più di un chilometro da casa sua, andò a piedi anche per smaltire la tensione.

Arrivò al palazzo.
Citofono già pensando a cosa rispondere.
“Chi era? E… sono quello che si vorrebbe scopare sua moglie… e… sono quello che no… no la prego si fermi… in culo no!” Pensò mentre aspettava.
“Secondo piano” disse solo la voce dal citofono.

L’ascensore era rotto.
Salì le scale due alla volta. Il cuore gli batteva così forte che temeva lo sentissero dall’altro lato della porta.
Quando questa si aprì, la donna lo fissò un istante di troppo. Capelli scuri, vestito nero aderente, sorriso che non sapeva se fosse timido o consapevole. Un corpo morbido, seno generoso. Dietro di lei l’uomo, più alto, più calmo, con quegli occhi chiari che conosceva già dai messaggi.

Entrò. La porta si chiuse alle sue spalle con un clic quasi troppo netto.
La casa era semplice ma curata, in ordine, piccoli oggetti in posti ben studiati, un bel divano dallo stile un po’ datato davanti ad un grande televisore.

Aprirono il prosecco, accompagnandolo a cose semplici, patatine, olive, piccole bruschette. Parlarono di cose inutili mentre l’aria diventava più densa. Ogni tanto la gamba di lei sfiorava la sua sotto il tavolino, restando lì un secondo di troppo. Ogni tanto lo sguardo dell’uomo si posava su di lui e non si spostava. Carlo sentiva il sangue ritirarsi dal cervello e scendere, lento, caldo, inesorabile.
Quando la bottiglia fu vuota, lei si alzò per prima. Gli tese la mano senza una parola e lo guidò verso il divano in penombra. L’uomo li seguì e si sedette sulla poltrona di fronte, le gambe divaricate, lo sguardo fisso.
Lei, senza indugiare, gli si mise in ginocchio tra le cosce. Le dita le sbottonarono i jeans con una calma quasi crudele. Un antico rito di cui era la sacerdotessa.
Carlo trattenne il respiro mentre il tessuto scendeva e il suo cazzo, già duro, ne usciva.
L’uomo non si mosse.
Guardava.

Lei lo prese in mano, lo sentì pulsare, e per un attimo alzò gli occhi verso il marito, come a chiedere un’approvazione silenziosa. Poi abbassò la testa.
Il calore umido della bocca lo avvolse tutto d’un tratto. Un brivido gli salì lungo la schiena fino alla nuca. Lei andava lenta, profonda, consapevole di ogni reazione. La lingua gli girava intorno alla punta, poi scendeva fino in fondo, poi risaliva lasciandolo lucido e teso.
Carlo gemette. Le mani cercarono i capelli di lei, ma non osò spingere.
Di fronte a loro l’uomo non distoglieva lo sguardo.
Respirava più pesante, una mano posata sulla coscia, le dita che si muovevano appena.
Non parlava. Non interveniva. Guardava soltanto la bocca di sua moglie che saliva e scendeva sul cazzo di un estraneo.
Il respiro di Carlo si spezzò.
Le gambe gli tremavano. Sentiva di stare per perdere il controllo, di stare per cedere del tutto sotto quello sguardo silenzioso e intenso.
Lei accelerò. Le labbra si strinsero di più. Un suono umido riempì la stanza. L’uomo inclinò appena la testa, come per vedere meglio.

Poi, all’improvviso, lei si staccò.
Si alzò in piedi.
Labbra lucide.
Petto che saliva e scendeva.
Guardò l’orologio sul muro.
Carlo rimase lì, nudo, duro, con il respiro spezzato e il sangue che gli ronzava nelle tempie.
L’uomo era ancora seduto, lo sguardo ormai rivolto a lei, paziente.
Silenzio.
Un secondo. Due. Tre.
Lei si passò una mano tra i capelli, si voltò verso di loro e disse con la voce più ordinaria del mondo:

«Scusate. Devo togliere il pollo dal forno, altrimenti si secca.»

E allora, mentre l’odore leggero di rosmarino cominciava a filtrare nell’aria, a Carlo venne in mente sua madre.
Domenica sera, anni fa. Lui ancora al liceo, seduto al tavolo della cucina con i compiti aperti. Lei che apriva lo sportello del forno, il calore che gli investiva il viso, il pollo dorato che scricchiolava appena, il profumo di rosmarino e aglio che riempiva tutta la casa.
«Non toccarlo, è bollente», diceva sempre. Poi gli metteva il piatto davanti e gli accarezzava i capelli con quella mano un po’ ruvida di chi ha cucinato tutto il pomeriggio.
Ora era nudo sul divano di due sconosciuti, il cazzo ancora duro e lucido della saliva di una donna che non conosceva, mentre lo stesso odore di rosmarino gli arrivava dalle narici.

«Vuoi restare a cena? Dopo… eventualmente… riprendiamo. O se preferisci c’è il secondo tempo della partita.»

Carlo guardò il soffitto. Poi il proprio corpo ancora in attesa. Poi la porta della cucina da cui usciva quel profumo che gli aveva sempre significato casa, sicurezza, la voce di sua madre che diceva «mangia, che poi si raffredda».
Sorrise, sconfitto, confuso, e ancora duro.

«D’accordo. Ma se è come quello di mia madre, vi avverto: potrei venire di nuovo.»
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