Gay & Bisex
Un cazzo che non era il mio
26.08.2026 |
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"Non dovetti attendere più di cinque minuti prima di sentire delle mani tastarmi al buio..."
Avevo undici anni quando, negli spogliatoi della palestra, vidi per la prima volta un cazzo che non era il mio.Era di un ragazzo di terza media, ma a me sembrava enorme. Grosso, venato, con la testa rosata che spuntava.
Era davanti a me, si stava cambiando.
Io seduto, lui in piedi, forse a mezzo metro da me.
Rimase così qualche secondo ma l’immagine di quel cazzo rimase impressa a lungo nella mia mente.
Da quel giorno non ho più smesso di guardare. Nei bagni, sotto le docce, nei camerini delle piscine. Nascondevo l’erezione con la maglietta e tornavo a casa a segarmi pensando a quelle cose pesanti, calde, che gli altri tenevano tra le gambe come se non fossero niente di speciale.
Pochi mesi dopo quell'episodio, durante il campo estivo in montagna, la curiosità mi travolse del tutto. Eravamo in una camerata da sei e un pomeriggio, dopo una camminata sotto la pioggia, un ragazzo più grande di me si mise a cambiare le mutande bagnate davanti a tutti.
Gli altri uscirono verso la sala giochi, ma io rimasi piantato vicino al mio letto, fingendo di cercare qualcosa nello zaino. Lo guardai sfilarsi lo slip: il suo cazzo era ancora privo di peli, ma lungo, soffice, che ciondolava flaccido tra le cosce pallide. Lui si accorse del mio sguardo fisso. Invece di coprirsi, accennò un sorriso strano, si avvicinò al mio letto e si sedette accanto a me.
«Vuoi toccarlo?» mi sussurrò, aprendo leggermente le gambe.
Mi tremavano le dita, ma allungai la mano. La pelle era incredibilmente liscia, caldissima, e sotto le mie dita infantili il suo cazzo iniziò a sgranchirsi e a farsi duro, diventando teso e pulsante.
Lo strinsi appena, affascinato dal contrasto tra la morbidezza e quella durezza improvvisa, finché non sentii i passi degli altri che tornavano nel corridoio. Lui si rivestì in fretta e se ne andò, ma quel contatto di pochi secondi segnò il punto di non ritorno.
Negli anni delle superiori le occasioni rimasero sospese in una nebbia di desideri trattenuti e piccole scoperte sotterranee.
A quindici anni, durante i pomeriggi passati a casa del mio migliore amico a fare i compiti, la tensione diventava spesso insopportabile. Ci mettevamo stesi sul suo letto a guardare la TV e capitava sempre che i nostri corpi finissero per sfiorarsi. Un giorno, guardando un film dove una donna si stava insaponando sotto la doccia, facendo finta che fosse un gioco, ci mettemmo le mani sopra i pantaloni della tuta. Sentire la consistenza del suo membro che si induriva sotto la stoffa leggera, sentire il suo respiro farsi pesante mentre gli strofinavo la mano sopra il cavallo, mi faceva tremare la testa.
Ci segavamo così, ognuno sopra i propri pantaloni o sfiorandoci a vicenda sotto la stoffa, fermandoci un secondo prima di venire per la paura di essere scoperti dai suoi.
A diciassette anni, durante una festa in casa di compagni di classe, finii ubriaco sul divano del salotto con un ragazzo più grande che frequentava l'ultimo anno.
La casa si era svuotata e le luci quasi del tutto spente, rimasi da solo con lui al buio. Ancora mezzo addormentato e offuscato dall’alcool lo vidi slacciarsi i pantaloni e tirar fuori un cazzo da adulto, un ciuffo di pelli scuri, la forma perfetta, dritto, nodoso, l’erezione che aveva fatto gonfiare le vene, la cappella in parte coperta.
Mi ricordava quello di mio padre.
Istintivamente allungai la mano.
Ricordo la sensazione della sua pelle nuda, il calore e il velo di umidità in punta. Lui fece lo stesso con me: ci segammo a vicenda a passo lento, nell'ombra del salotto, tenendo gli occhi piantati l'uno nell'altro senza dire una parola, fino a bagnarci le mani e le magliette nella penombra dell'alba.
Col passare degli anni, però, quella dolcezza a metà non mi bastava più. La voglia non è diminuita: è diventata più precisa, più sporca. A diciannove anni avevo finto con le ragazze, avevo anche scopato un paio di volte, ma quando chiudevo gli occhi pensavo sempre a un cazzo duro premuto contro la mia faccia.
Quando erano lì con il mio cazzo in bocca, mi chiedevo com’era il sapore, com’era la sensazione di sentirne uno caldo in gola. Quando le stavo scopando immaginavo com’era farsi aprire il culo. Quella curiosità mi rosicchiava da dentro.
Quella sera di agosto l’aria era afosa e puzzava di asfalto caldo. Avevo bevuto troppa birra con la squadra, in un bar vicino alla stazione dopo aver perso l’ennesima partita a basket. Sono uscito per prendere una boccata d’aria e mi sono ritrovato nel sottopassaggio dei binari. Lì, sotto le luci al neon giallastre, c’era un uomo di forse quarant’anni. Magro, vestito di scuro, con un’espressione stanca e un pacco evidente nei pantaloni. Mi guardava.
«Cerchi qualcosa?» chiese con voce roca.
Non risposi. Il cuore mi batteva in gola. Lo seguii verso il fondo del sottopassaggio, dove l’odore di urina e di fumo era più forte. Lui si fermò, si sbottonò i jeans e tirò fuori un cazzo già mezzo duro. Non era bellissimo: piuttosto lungo, scuro, con le palle basse e pelose. Ma a me tremarono le ginocchia.
Ecco, pensai. Finalmente.
Dopo tutti quegli anni di seghe e di sguardi furtivi, eccolo lì, a pochi centimetri dal mio viso.
«Inginocchiati», ordinò senza premura.
Obbedii. Il cemento era freddo e umido sotto le ginocchia. L’odore di cazzo e di sudore mi salì alle narici e mi fece girare la testa. Aprii la bocca. Lui infilò dentro il cazzo senza tante cerimonie. Era caldo, salato, un po’ amaro.
Soffocai, gli occhi mi si riempirono di lacrime, ma non mi tirai indietro.
Questo è quello che volevo, mi ripetevo mentre succhiavo goffo, impacciato, con la saliva che mi colava dal mento.
Questo sapore, questa pesantezza sulla lingua.
«Più a fondo», borbottò lui, tenendomi la testa con una mano. «Così. Bravo.»
Sentii il cazzo toccarmi la gola e tossii, ma lui non si fermò. Continuò a scoparmi la bocca con movimenti brevi e secchi. A un certo punto lo tirò fuori, si sputò in mano e si stese la bava sulla lunghezza.
«Girati. Abbassa i pantaloni.»
Il cuore mi batteva così forte che mi faceva male. Mi alzai, mi abbassai i jeans e le mutande fino a metà coscia. Mi piegai in avanti, le mani contro il muro sporco di scritte e di sputi. Lui mi aprì le chiappe con le dita, mi sputò sul buco e ci premette il pollice. Gemetti, mezzo di dolore, mezzo di qualcosa di più oscuro. Sta per entrare, pensai. Dopo tutti questi anni sta per entrare.
Poi sentii la testa del cazzo premere. Lui spingeva piano, ma non abbastanza piano. Il dolore fu acuto, bruciante. Chiusi gli occhi e digrignai i denti. Entrò centimetro dopo centimetro, fino a che le palle mi toccarono il culo. Mi ritrovai con la bocca spalancata. Rimase fermo un secondo, poi iniziò a muoversi.
Ogni spinta era secca, senza tenerezza. Il suono era umido, osceno. Sentivo il cazzo che mi apriva le viscere, che mi toglieva il respiro. Mi toccai il mio, che era duro come non mai, e mi segai mentre venivo scopato contro il muro di un sottopassaggio puzzolente.
Mi sta scopando, pensavo.
Mi sta davvero scopando.
E mi piace, mi piace anche se fa male.
Lui accelerò. «Sto per venire… dentro o fuori?»
Non risposi. Non riuscivo a parlare.
Lui decise da solo.
Si piantò fino in fondo e si svuotò. Sentii il calore denso, a ondate, che mi riempiva il culo. Poi uscì, lasciando colare lo sperma caldo lungo le cosce.
In quel momento venni anche io.
Si riabbottonò i jeans, mi diede una pacca sul culo e se ne andò senza dire altro.
Rimasi lì qualche secondo, pantaloni ancora abbassati, il buco che pulsava e perdeva liquido bianco sul cemento. Il mio cazzo che gocciava.
Mi pulii alla meglio con la maglietta, mi rialzai i jeans e camminai verso casa con le gambe tremanti. Ogni passo mi faceva sentire lo sperma che scivolava più in basso, caldo e denso, lungo l’interno delle cosce.
Arrivai a casa.
I miei genitori erano ancora svegli, in salotto, la televisione accesa a volume basso.
Entrai in punta di piedi, salutai di sfuggita e salii di corsa in bagno.
Chiusi la porta a chiave. Mi tolsi i vestiti e mi misi sotto la doccia senza aspettare che l’acqua diventasse calda.
Lo sperma mi colava ancora sulle gambe, bianco e vischioso, e mentre l’acqua fredda mi batteva sulla schiena lo guardai scendere verso i piedi, mescolarsi all’acqua e sparire nello scarico. Mi passai le dita tra le chiappe, sentii il buco ancora aperto e sensibile, e un altro filo di liquido caldo mi scivolò fuori.
Istintivamente mi passai le dita sulla lingua, le succhiai e quel liquido viscoso dal sapore acre, pervase la mia bocca.
Mi appoggiai al muro della doccia, gli occhi chiusi, e restai lì finché l’acqua non diventò tiepida, pensando a quello che mi era appena successo e a quanto, nonostante tutto, avessi già voglia di rifarlo.
Nei giorni successivi quel bruciore non se ne andò mai davvero. Era come un marchio. A lezione all'università mi sedevo sulla sedia di legno e il piccolo dolore tra le natiche mi faceva salire una scarica di calore al tronco. Non riuscivo più a guardare gli uomini nello stesso modo: per strada, in autobus, al bar, le mie occhiate si posavano sui bacini, sulle forme dei jeans, immaginando cosa ci fosse sotto. La barriera era crollata e non c'era più alcun freno.
La settimana seguente dopo gli allenamenti andai oltre. Quel cinema a luci rosse in periferia, un posto sotterraneo che odorava di candeggina e moquette vecchia, mi aveva sempre attratto. Quando mi capitava di passarci davanti vedevo gruppetti di uomini fuori a parlare, quasi sempre gli stessi. Me li immaginavo poco dopo con il cazzo di fuori a masturbarsi per la bella di turno, con la fica pelosa sfondata da cazzi fuori misura.
Immaginavo l’odore di maschio e di sperma nella sala e questo mi eccitava da morire.
Quella sera entrai.
Il buio della sala era rotto solo dal bagliore dello schermo. Mi sedetti nelle ultime file. Non dovetti attendere più di cinque minuti prima di sentire delle mani tastarmi al buio. Ce n'erano due, poi tre.
Ero il nuovo arrivato.
Quindi quei maschi virili che vedevo fuori non erano qui solo per segarsi.
Anche a quei maschi piaceva il cazzo.
Quel benvenuto era toccato a tutti.
Così mi trovai in ginocchio tra le poltrone consumate, con un cazzo in bocca e un altro che mi premeva contro la guancia, bagnato della mia stessa saliva. Mi lasciai usare da sconosciuti senza volto, passati l'uno dopo l'altro nel silenzio spezzato solo dai gemiti e dai rumori del film. Uno mi prese da dietro restando in piedi nel corridoio, tenendomi per i fianchi mentre mi spingeva contro il retro di una poltrona, finché non fui completamente pieno, sporco e appagato da quella degradante, bellissima oscurità.
Svuotai il mio cazzo duro, nella bocca di un vecchio che era lì a ripulire tutti.
Fu quasi un momento tenero.
Tornando a casa, camminando al buio con il passo incerto e quella liquida pesantezza che scivolava lentamente lungo le cosce, sapevo di non poter più tornare indietro. La mia vera vita non era quella alla luce del sole; era ciò che succedeva quando mi piegavo nell'ombra, accettando tutto quello che gli sconosciuti decidevano di spingere dentro di me.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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