tradimenti
La professoressa
29.07.2026 |
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"Una sera, dopo l’ennesima scopata frenetica, lei gli accarezzò i capelli e disse:
«Ultimamente sei… diverso..."
Da undici anni condividevano lo stesso letto, le stesse abitudini, lo stesso silenzio comodo dopo cena.Lui, quarantacinque anni, un lavoro solido che gli permetteva di tornare a casa senza l’ansia del mese successivo.
Lei, trentaquattro, professoressa di lettere al liceo, con la voce calma che usava anche con lui quando discutessero di bollette o di dove andare in vacanza.
Una vita soddisfacente.
Nessuno dei due l’avrebbe definita diversa.
Poi lesse l’articolo.
Il quaranta per cento degli italiani dichiarava di aver tradito almeno una volta.
La cifra gli restò stampata in mente.
Da quel giorno ogni gesto di lei diventò un indizio, ogni assenza, ogni sorriso. E ogni indizio, nella sua testa, si trasformava in una scena erotica che non riusciva più a scacciare.
Una sera, mentre guardavano la televisione, il telefono di lei vibrò sul tavolo della cucina. Un messaggio. Lei non si voltò subito. Continuò a guardare la tv, poi lo prese.
Sorrise.
Solo un sorriso breve, quasi impercettibile.
Lui, immaginò.
Immaginò che il messaggio fosse di un collega più giovane, uno di quelli che lei aveva menzionato una volta di passaggio. Immaginò che quel collega le avesse scritto: «Stasera non riesco a non pensare a come ti muovi quando spieghi Manzoni». Immaginò lei che rispondesse con un emoji, poi che andasse in bagno, chiudesse la porta e si sedesse sul bordo della vasca. Le dita che scendevano sotto la gonna, il tessuto della mutandina già umido. Due dita dentro, lente, mentre rileggeva il messaggio. Il respiro che si faceva più corto. Il polpastrello sul clitoride, circoli stretti, finché non si mordeva il labbro per non gemere. Poi si alzava, si sistemava la gonna, tornava in cucina e diceva: «Era solo la segreteria della scuola».
Lui si avvicinò. La baciò sulla nuca, più forte del solito. Lei rise. «Che c’è?»
«Niente», rispose. Ma mentre la baciava, nella sua testa lei stava ancora venendo sul bordo di quella vasca.
Un giovedì tornò a casa venti minuti più tardi del solito. Disse che aveva dovuto correggere dei compiti. Lui annuì. Poi, mentre lei si cambiava in camera, immaginò il resto.
Immaginò l’aula vuota dopo l’ultima ora. Un collega che chiudeva la porta a chiave. Lei che restava seduta sulla cattedra, le gambe leggermente divaricate. Lui che le sollevava la gonna fino alle cosce, le abbassava le mutandine appena abbastanza da entrare. Spinte brevi, urgenti, mentre lei teneva gli occhi fissi sulla porta per paura che qualcuno bussasse. Il suono umido, il tavolo che scricchiolava. Lei che veniva in silenzio, stringendo le cosce intorno ai fianchi di lui. Poi si sistemavano i vestiti, si salutavano con un cenno del capo e lei tornava a casa con i compiti da correggere ancora nella borsa.
Quella notte lui la prese da dietro, senza troppe preliminari.
Lei gemette sorpresa, poi si abbandonò. Lui chiuse gli occhi e vide l’aula, la cattedra, le cosce di lei intorno a un altro uomo.
Venne pensando a quello.
Un sabato pomeriggio notò che il rossetto sul comodino era di una tonalità che non le aveva mai visto addosso. Un rosso più scuro, quasi bordeaux. Lei lo aveva comprato di recente, disse. Solo per cambiare.
Lui immaginò.
Immaginò lei che lo applicava nello specchio del bagno di un albergo a ore. Le labbra già gonfie per i baci precedenti. Poi si voltava, si inginocchiava e prendeva in bocca il cazzo di qualcuno che non era lui. Il rossetto lasciava aloni scuri sulla pelle. Lei succhiava lentamente, guardandolo negli occhi, mentre le mani dell’altro le tenevano i capelli. Quando lui veniva, parte del liquido le restava sulle labbra. Lei se lo asciugava con il dorso della mano, si rimetteva il rossetto e tornava a casa.
Quella sera, mentre facevano l’amore, lui le chiese di tenerlo in bocca più a lungo del solito. Lei obbedì, curiosa. Lui guardava le sue labbra intorno a sé e vedeva il rossetto bordeaux, gli aloni, un altro uomo. Venne in gola, e lei deglutì senza protestare.
Una sera lei dovette restare a scuola per una riunione. Tornò dopo le undici. I capelli un po’ spettinati, disse che c’era stato vento. Lui immaginò altro.
Immaginò l’aula dei professori vuota. Un genitore, uno di quelli che restavano sempre un po’ troppo a parlare. Lei che diceva «aspetti un attimo», chiudeva la porta e si lasciava spingere contro la lavagna. La gonna alzata, le mutandine spostate di lato. Lui che la scopava in piedi, una mano sulla bocca di lei per farla stare zitta. Lei che veniva tremandogli contro, le unghie nella schiena della camicia. Poi si sistemavano, lei si pettinava rapidamente e usciva con il sorriso professionale di sempre.
Quando rientrò, lui era già a letto. La prese subito, senza parlare. La fece girare a quattro zampe e la penetrò forte. Lei gemette il suo nome. Lui pensò a un altro nome e venne dentro di lei con un suono gutturale.
Una domenica tardo pomeriggio, mentre lei era sotto la doccia dopo essere tornata dal centro commerciale con la sorella, lui aprì il cesto della biancheria.
Tra le magliette trovò un paio di mutandine nere di pizzo, quelle che lei metteva solo nelle giornate “speciali”. Erano leggermente macchiate, con un odore intenso e dolce di lei.
Le prese. Le portò al viso. Inspirò a fondo.
Immaginò.
Immaginò che non fossero state indossate solo per lui. Immaginò lei che le aveva messe la mattina, sapendo che qualcuno le avrebbe viste. Un collega, forse. O quel ragazzo più giovane che ogni tanto le scriveva.
O uno sconosciuto.
Lei che durante la giornata sentiva il tessuto bagnarsi piano piano, ogni volta che pensava a cosa sarebbe successo.
Lui le portò ancora al naso. L’odore era forte, familiare e allo stesso tempo proibito. Si sedette sul letto, le mutandine contro il viso, e si toccò. Immaginò lei in camerino a provarsi un vestito, nel camerino di fronte un uomo, quelle stesse mutandine spostate di lato, la bocca piena, gli occhi chiusi. Immaginò le dita di qualcuno che le entravano dentro mentre lei gemeva.
Immaginò lei che tornava a casa con quel sapore ancora in bocca.
Quando lei uscì dalla doccia, lo trovò lì, le mutandine ancora in mano.
Lo guardò un attimo, poi sorrise.
«Ti piacciono, eh?»
Lui non rispose. La spinse sul letto ancora bagnata, le aprì le gambe e le leccò a lungo, annusando e assaporando, mentre nella sua testa quelle mutandine erano state indossate per qualcun altro.
Venne masturbandosi pensando a quello.
I giorni passarono. L’ossessione non diminuì. Ogni volta che lei rideva al telefono, ogni volta che restava un quarto d’ora in più a scuola, ogni volta che comprava qualcosa di nuovo per il corpo, lui costruiva una scena. E ogni scena diventava carburante per il letto.
Lei notava che lui la voleva di più. Che la guardava in un modo nuovo, più intenso, quasi affamato. Non sapeva perché. A volte gli chiedeva se stesse bene. Lui rispondeva di sì, e poi la spingeva contro il muro del corridoio, le alzava la gonna e la prendeva in piedi, pensando a un collega, a un genitore, a un uomo senza nome.
Una sera, dopo l’ennesima scopata frenetica, lei gli accarezzò i capelli e disse:
«Ultimamente sei… diverso. Mi piace. Ma c’è qualcosa che non mi dici?»
Lui restò in silenzio per un lungo momento. Poi scosse la testa.
«Niente», mentì. «Solo che ti desidero sempre di più».
E mentre lo diceva, nella sua mente lei lo stava già tradendo di nuovo. E lui, ancora una volta, stava venendo dentro di lei pensando ad un altro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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