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Corpo a Noleggio 3: La Spettatrice


di DeepCpl
05.11.2025    |    1.955    |    3 9.6
"Amelia apparve sulla soglia del suo nascondiglio, ma non era la donna composta e triste del pomeriggio..."
Il sesso a tre non era stata una semplice esperienza, era stata un'epifania. Giovanna aveva scoperto una nuova legge fondamentale del suo universo perverso: il piacere più intenso non nasceva dalla sottomissione del suo corpo a un uomo, ma dall'essere lo strumento che frantumava l'anima di un altro. Dopo quella notte, la ricerca solitaria della propria degradazione le sembrava un gioco infantile, quasi narcisistico. La vera vertigine era assistere, e provocare, la caduta altrui.

Tornò nel silenzio asettico della sua vita, ma era un silenzio diverso, ora popolato da echi e possibilità. Si sentiva come un chimico che ha scoperto una nuova, instabile molecola. La fame che provava non era più per il tocco rozzo di un operaio, ma per la complessa alchimia di un disastro psicologico.

Fu in questo stato di quieta attesa che, una settimana dopo, ricevette un messaggio sul forum. Non era la solita richiesta sgrammaticata e diretta. Era scritto in un italiano impeccabile, esitante, quasi lirico.

“Gentile Signora, non so nemmeno perché scrivo, né se questo sia il luogo adatto. Ho letto il suo profilo. Lei parla di 'obbedienza' e di 'uso', ma io non cerco questo. O forse sì, ma non per me. Sono una donna, sposata da quindici anni con un uomo che amo, ma che non mi tocca più da cinque. Dormiamo in stanze separate. Lui è un uomo buono, rispettabile, ma il desiderio tra noi è morto. Mi scusi lo sfogo. Forse quello di cui avrei bisogno... è che una donna come lei risvegliasse in lui qualcosa. Qualunque cosa.”

La firma era solo uno pseudonimo: “Desdemona”.

Giovanna sentì una scossa che non era puramente sessuale. Era un brivido di riconoscimento, la eco della propria prigione dorata. Quella donna, dall'altra parte dello schermo, parlava la sua stessa lingua segreta. Rispose con una freddezza calcolata, chiedendo solo il nome del marito e il suo numero di telefono.

“Si chiama Riccardo. Ma La prego, non si offenderà se La rifiuta? È un uomo molto formale.”
“Non si offenderà,” rispose Giovanna.

La sera stessa, aprì WhatsApp e compose il messaggio. Era un'opera di precisione, un amo perfetto.

[21:15] Giovanna: Buonasera. Un amico comune mi ha dato il suo numero. Mi ha detto che è un uomo di gusti raffinati, aperto a esperienze non convenzionali. Sarei a Bolzano domani sera. Se l'idea di una conversazione, e forse di altro, con una sconosciuta la intriga, mi faccia sapere.

La risposta arrivò quasi subito.

[21:17] Riccardo: Buonasera. Temo ci sia un errore. Lei deve aver sbagliato numero. Non conosco nessuno che potrebbe averle dato il mio contatto per simili finalità. Le auguro una buona serata.

Perfetto. Educato, distante, la negazione di un uomo che sa di mentire. Giovanna attese un'ora, lasciandolo cuocere nella sua curiosità.

[22:20] Giovanna: Le chiedo scusa per il disturbo. La prego di perdonare la mia audacia e quella del nostro 'amico'. Ho certamente frainteso. D'altronde, un uomo nella sua posizione non si abbasserebbe mai a certe... distrazioni. Buona notte.

Le parole chiave erano state lanciate: "la sua posizione", "abbassarsi". Aveva ferito il suo orgoglio e solleticato la sua vanità. Passarono venti minuti di silenzio carico. Poi il cellulare vibrò.

[22:41] Riccardo: Solo per curiosità... che genere di 'distrazioni'?

Era l'inizio della fine della sua facciata. Iniziò un gioco sottile, un dialogo notturno fatto di allusioni e mezze verità. Giovanna non era mai volgare. Dipingeva quadri di sottomissione intellettuale, di obbedienza come forma d'arte. Parlava di sé come di un oggetto di lusso, un'esperienza esclusiva. Riccardo, dapprima cauto, si lasciò irretire. Le sue domande divennero più specifiche, più intime. Si capiva che stava scrivendo da una stanza buia, solo, divorato da un desiderio che credeva morto.

[00:15] Riccardo: E un'esperienza simile... avrebbe un costo?

Ecco la parola magica. Il momento in cui la fantasia si scontra con la realtà della transazione. Quella parola lo rendeva un cliente, e lei una prostituta. E per entrambi, era esattamente ciò che serviva.

[00:17] Giovanna: Tutto ha un costo. La cifra non serve a pagare il mio corpo, ma a comprare la sua libertà di usare il mio senza conseguenze e senza sensi di colpa. 500 euro. Domani sera, ore 21, Hotel Greif. Prenoti una suite a mio nome: Signora Belli.

[00:20] Riccardo: Va bene.

Il giorno dopo, Giovanna incontrò la moglie, Amelia, in un caffè appartato del centro. Era una donna elegante, sulla quarantina, con occhi intelligenti ma velati da una tristezza cronica. Teneva la tazza di porcellana con mani che tremavano leggermente.
“Ha accettato,” disse Giovanna, senza preamboli.
Amelia chiuse gli occhi per un istante. “Lo sapevo,” sussurrò. “Lo sentivo che lo avrebbe fatto.” Poi lo guardò con un'intensità febbrile. “Ora devo chiederle l'inconcepibile. Non mi basta sapere. Io... io devo vedere.”
Giovanna la studiò. Non era una richiesta di una voyeur. Era il bisogno disperato di una scienziata di assistere all'esperimento che avrebbe confermato o distrutto ogni sua teoria sul marito, sul suo matrimonio, su sé stessa.
“Voglio vedere il suo viso mentre è con un'altra. Voglio vedere se il suo desiderio esiste ancora, anche se non è per me. Voglio vedere che uomo è quando crede di non essere visto da me.”

Il piano era folle, pericoloso, e per questo incredibilmente eccitante. Giovanna avrebbe prenotato la suite un'ora prima. Amelia sarebbe entrata con lei, e si sarebbe nascosta.
“Dove?” chiese Giovanna, affascinata dalla logistica di quella perversione.
“C'è sempre un armadio a muro nelle suite,” rispose Amelia con una precisione quasi macabra. “Lascerò l'anta socchiusa. Non farò il minimo rumore. Giuro. Sarò un fantasma.”

Alle otto di sera, la suite all'ultimo piano dell'Hotel Greif era immersa in una luce dorata e soffusa. L'aria sapeva di lavanda industriale e di tensione. Le due donne non parlavano. Amelia era pallidissima. Indossava un semplice abito nero. Giovanna la guardò avvicinarsi all'enorme armadio a muro in legno scuro.
“Sei sicura?” le chiese, per un ultimo istante.
Amelia annuì, gli occhi lucidi. “È l'unica cosa di cui sono sicura da anni.”
Entrò nell'armadio, tirandosi dietro l'anta, che lasciò una fessura di un centimetro di buio.

Giovanna rimase sola. L'atmosfera nella stanza cambiò istantaneamente. Non era più solo una camera d'albergo, era un palcoscenico. Ogni suo gesto, da quel momento, sarebbe stato uno spettacolo per un pubblico di una sola, disperata spettatrice. Questa consapevolezza la investì con un'ondata di potere e di eccitazione quasi insopportabile. Si svestì lentamente, indossando solo un negligé di seta nera, un'armatura erotica. Si versò un bicchiere di champagne dal minibar. Attese, sentendo il proprio cuore battere all'unisono con il silenzio carico di attesa che proveniva dall'armadio.

Alle nove precise, bussò.

Riccardo era esattamente come se l'era immaginato. Alto, distinto, indossava un abito su misura che non riusciva a nascondere una certa rigidità. Aveva il viso di un uomo che non sorrideva spesso.
La guardò, il suo sguardo che scivolava sul negligé di seta. Non c'era desiderio aperto nei suoi occhi, ma una curiosità intensa, quasi accademica.
“Signora Belli,” disse, la sua voce un po' più bassa che in chat.
“Entri, Riccardo.”
Posò la sua valigetta 24 ore su una poltrona, poi tirò fuori una busta. La posò sul tavolino, con un gesto secco. Il rito della transazione.
“Si tolga la giacca. Si metta comodo.”

La sua voce era calma, autoritaria. Lei non era lì per sedurlo, ma per dirigerlo. Lui obbedì, quasi con gratitudine. Si sedette sul bordo del letto.
“Cosa devo fare?” chiese. Era la domanda di un uomo abituato a comandare, che trovava un piacere immenso nell'obbedire.
Giovanna si avvicinò lentamente a lui. Si inginocchiò.
“Per cominciare,” sussurrò, “lei starà fermo. E guarderà cosa sono capace di fare.”
Senza attendere risposta, gli slacciò i pantaloni e lo liberò. Era un uomo magnifico, e il suo desiderio era palese, quasi doloroso nella sua urgenza. Lei lo prese in bocca con una perizia che non era volgare, ma quasi artistica. Era un atto di adorazione, una liturgia profana celebrata per la spettatrice nascosta. Chiuse gli occhi, ma non pensava a Riccardo. Pensava ad Amelia, al buio, che guardava suo marito, il suo corpo estraneo, finalmente desiderato da un'altra. Sentì le mani di Riccardo afferrarle i capelli, un gesto involontario, un inizio di perdita di controllo. E in quel gesto, Giovanna godette.

Lo portò sull'orlo del piacere, poi si fermò. Lo fece sdraiare sul letto, poi si mise sopra di lui. Guidava lei il ritmo. Lento, profondo. I loro corpi si muovevano in una danza silenziosa. Lei lo guardava negli occhi. Vedeva la sua maschera di controllo sgretolarsi, sostituita da un'espressione di puro, quasi infantile, bisogno. Ansimava, diceva il suo nome, “Giovanna...”, e ogni volta che lo faceva, era una stilettata di piacere per lei, e immaginava, per la donna nell'armadio.
Stava per raggiungere il culmine. Il suo corpo era un arco teso, il suo viso contratto in una smorfia di estasi.

Fu in quel momento che l'anta dell'armadio si spalancò con uno schianto secco.

Amelia apparve sulla soglia del suo nascondiglio, ma non era la donna composta e triste del pomeriggio. Era una creatura trasfigurata. I capelli scarmigliati, gli occhi sbarrati, il viso contratto in una maschera di rabbia e desiderio furibondi. Una Furia.
Riccardo urlò, un suono strozzato a metà tra lo spavento e l'orgasmo interrotto. Si ritrasse da Giovanna, cercando di coprirsi, balbettando: “Amelia! Cosa... come...?”
Ma Amelia non guardava lui. Guardava Giovanna, ancora a cavalcioni sul corpo nudo di suo marito. Poi il suo sguardo si spostò su Riccardo, e i suoi occhi si riempirono di un disprezzo incandescente.
“Allora esisti!” sibilò, la voce roca, irriconoscibile. “Allora sai ancora fottere! Solo non me! Non tua moglie!”
Si lanciò verso il letto, ma non verso Giovanna. Si avventò su Riccardo. Non lo colpì con schiaffi, ma con graffi. Le sue unghie laccate di rosso lasciarono strisce scarlatte sul suo petto e sulle sue spalle. Lo afferrò per i capelli, urlandogli in faccia.
“Brutto porco! Traditore! Ti fai scopare da una puttana mentre io aspetto per anni!”

Riccardo era paralizzato, incapace di reagire, schiacciato dalla vergogna, dallo shock e dalla violenza di quella rivelazione.
E poi, accadde la cosa più perversa di tutte. La furia di Amelia cambiò natura. Le sue mani, che un attimo prima graffiavano, ora stringevano. Le sue labbra, che urlavano insulti, ora cercavano la sua bocca in un bacio rabbioso, quasi un morso.
“Sei mio, capito? Sei un porco, ma sei mio!” gridò. Poi, senza smettere di tenerlo, si girò verso Giovanna.
Lei era rimasta immobile, una spettatrice a sua volta, investita da un'ondata di eccitazione così potente da farle girare la testa.
“Tu!” le ordinò Amelia, il respiro affannoso. “Non hai finito il tuo lavoro. Fallo venire. Adesso! Voglio guardare!”

Non era più una voyeur nascosta. Era la regista impazzita dello spettacolo. Riccardo, tra le due donne, era completamente distrutto, un burattino in balia delle loro volontà contrapposte e convergenti.
Giovanna sorrise. Un sorriso lento, oscuro. Obbedì.
Si rimise a cavalcioni su di lui, riprendendo il suo ritmo, ma questa volta lo fece guardando Amelia. Riccardo era nel mezzo, il suo corpo conteso, il suo piacere ordinato da sua moglie e dato da un'altra. La sua umiliazione era totale, la sua eccitazione insostenibile. L'aria era satura della rabbia di Amelia, del piacere di Giovanna e della vergogna di Riccardo. Era una miscela tossica e inebriante.
Quando Riccardo finalmente venne, con un grido che era un lamento di liberazione e di dannazione, Amelia non distolse lo sguardo. Anzi, si avvicinò e leccò il sudore dal viso di suo marito, un gesto di possesso quasi animalesco.

Poi si alzò in piedi. Si sistemò l'abito. Tornò ad essere, quasi, la donna del pomeriggio. Guardò Giovanna.
“Quanto le devo per... gli straordinari?” chiese, la sua voce ora fredda come il ghiaccio.

La notte era finita. L'esperimento era concluso. Ma non c'era nessuna verità scientifica da constatare. Solo le macerie di un matrimonio, e la scoperta, per Giovanna, di un nuovo, terrificante livello di potere: quello di non essere solo un oggetto, ma la sacerdotessa che officiava la distruzione degli altri, trovando in essa la propria, definitiva, estasi.
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