Gay & Bisex
La Confessione di Giusy958
13.11.2025 |
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"Il desiderio di una super orgia, di essere usato da molti maschi contemporaneamente, di essere legato e offerto a un branco di uomini che mi riempiano ogni buco di sperma fino a traboccare, è..."
Quella che segue non è una finzione letteraria, ma il resoconto fedele di una vita vera. Tutto è iniziato con un messaggio. Un lettore, che su A69 si firmava Giusy958, mi ha contattato dopo aver apprezzato i miei racconti. Dalle sue parole è nato un dialogo, una sorta di amicizia virtuale costruita su una fiducia inaspettata e profonda. È stato in questo spazio protetto che ha deciso di consegnarmi il suo segreto più oscuro, la confessione di un'esistenza intera. Io mi sono limitato a essere il suo scriba. Questa non è la mia storia, è la sua anima.---
La Confessione di Giusy958
La metamorfosi aveva il suo rito, una liturgia profana celebrata nel silenzio di un anonimo pianerottolo di un condominio senza pretese. Per il mondo, io sono Antonio, sessantasette anni, un ex dipendente pubblico dalla reputazione immacolata, marito devoto e padre di famiglia, un pilastro di incrollabile normalità nella quiete provinciale di Catania. Ma dietro la maschera del quotidiano, dietro il volto segnato da una vita di responsabilità e decoro, si agita da sempre un’altra creatura. Un essere famelico, un desiderio passivo così profondo da essere un abisso, tenuto a bada per cinquant'anni con la frustrazione silenziosa e umida di ortaggi, di oggetti inanimati infilati nel buio della mia solitudine. Ero un uomo spaccato in due, e la parte nascosta era un pozzo senza fondo di vergogna e brama. La pensione non è stata una fine, ma la mia vera, terrificante nascita. È stata la liberazione, il permesso tardivo di andare a cercare chi fossi veramente, o forse, di arrendermi finalmente a ciò che sono sempre stato.
E così, quasi ogni settimana, il vecchio e rispettabile Antonio moriva simbolicamente davanti a quella porta. Indossavo abiti maschili, anonimi, un travestimento per il travestimento, un guscio insospettabile per non attirare sguardi indiscreti. Marco, il mio primo sacerdote in questo culto della carne, lasciava sempre l'ingresso socchiuso. Un passo dentro, e il mondo esterno cessava di esistere. Nell'anticamera, il primo atto della trasformazione si consumava in una fretta febbrile: via i panni dell'uomo qualunque, e sulla pelle la carezza proibita, elettrizzante, della biancheria femminile. Pizzo nero, reggicalze che stringevano le mie cosce non più toniche con una promessa di peccato. Poi i tacchi a spillo, dodici centimetri di instabilità che mi obbligavano a un’andatura precaria, offerta, l'equilibrio di una preda. La parrucca corvina cancellava i miei capelli grigi, vestigia di una vita che ripudiavo, e infine la mascherina, l’ultimo velo di pizzo nero che mi separava da me stesso, concedendomi l’anonimato necessario per precipitare. Non ero più Antonio. Ero una puttana senza nome, una cosa in attesa del suo padrone.
Il ticchettio dei tacchi sul parquet era il metronomo del mio desiderio, un suono fragile e indecente che annunciava il mio arrivo. Ogni passo verso la camera da letto era un passo più a fondo nell’abisso che anelavo. Trovavo Marco sempre nella stessa posa, un'icona pagana sul suo altare: supino sul letto, vestito, un’offerta immobile. Era il mio compito, il mio privilegio, spogliarlo. Le mie mani, che per una vita avevano firmato documenti, stretto altre mani in segno di formale rispetto, accarezzato i capelli di mia moglie con tenerezza bugiarda, ora tremavano di un’anticipazione febbrile mentre sbottonavano la sua camicia, slacciavano la sua cintura. Il mio corpo si muoveva in un balletto di sottomissione istintiva. La mia lingua era il mio strumento di adorazione. Esplorava il suo corpo, assaporando il sale della sua pelle, la ruvidezza dei suoi peli, ogni centimetro di lui era un territorio sacro da conquistare con la mia devozione.
Il rito esigeva che la mia bocca profanasse il suo anfratto più segreto. Inginocchiato ai piedi del letto, gli divaricavo le natiche e affondavo il viso tra le sue carni, la lingua a tracciare cerchi impudichi sulla sua rosetta tesa, inspirando il suo odore maschio, un afrodisiaco potente che mi annientava la ragione e mi riduceva a puro istinto. Era un battesimo, l’atto che mi consacrava a lui. Solo dopo quella comunione intima potevo dedicarmi al suo cazzo. Mentre la mia bocca lo accoglieva, avida, le sue dita esperte lavoravano sulla mia fica anale, ungendola, preparandola con una saliva densa e sapiente. Sentivo il mio buco rilassarsi, aprirsi sotto il suo tocco, un fiore oscuro che sbocciava per il suo piacere, per la sua invasione imminente.
Quando ero pronto, dilatato e fremente, mi metteva a quattro zampe come un animale. La sua lancia, diciannove centimetri di carne pulsante, mi invadeva con una brutalità calcolata. Alternava il mio culo e la mia bocca, un ritmo primordiale, martellante, che mi svuotava di ogni pensiero, lasciandomi solo con il suono umido della carne contro la carne. Lui conosceva il mio punto debole, il segreto della mia resa più totale: i miei capezzoli, resi gonfi e ipersensibili dalle ventose che applicavo meticolosamente a casa, prima di ogni incontro. Erano due gemme dolenti e turgide, due interruttori del mio sistema nervoso. Mi girava sulla schiena, mi sollevava le gambe fino a poggiarle sulle sue spalle, e mentre mi fotteva il culo con spinte profonde, uterine, la sua bocca si avventava su un capezzolo, succhiando, mordicchiando, mentre le sue dita torturavano l’altro. Era una sinfonia di sensazioni insostenibili. Il cervello andava in cortocircuito, sopraffatto da quel doppio, triplo assalto di piacere e dolore. Il mio piccolo cazzo, rattrappito in un clitoride inutile di appena due centimetri, spruzzava il suo liquido acquoso, un’eiaculazione femminile, umiliante e deliziosa. Lui veniva poco dopo, un fiume caldo sulla mia pancia, il sigillo della sua possessione.
La volta successiva, tutto cambiò. L'aria stessa nella stanza sembrava più densa, carica di un'elettricità sinistra. Il rituale preliminare fu identico, una coreografia rassicurante prima del caos. Ero in ginocchio, intento a lucidargli il cazzo con la gola, mentre lui mi aveva già infilato nel culo un dildo di silicone, freddo e impersonale, un tappo che mi preparava e mi umiliava allo stesso tempo. Fu allora che iniziò a strizzarmi i capezzoli, con una cattiveria nuova, una crudeltà mirata che non avevo mai conosciuto. Il dolore era lancinante, un chiodo rovente piantato nella mia carne. E poi, la sua voce, un sussurro roco e velenoso contro il mio orecchio.
"Troia," sibilò. "Puttana sottomessa."
Ogni insulto era una scudisciata che non feriva la mia anima, ma la infiammava. Un’onda di calore mi inondò il basso ventre, il mio corpo traditore che rispondeva a quella degradazione con un desiderio incontenibile, quasi doloroso. Vedendo il mio stato, il mio ansimare convulso, sogghignò, un suono gutturale di trionfo.
"Per una troia come te non va bene il cazzo finto," mormorò, il suo alito caldo sulla mia pelle sudata. "Ci vorrebbe un altro cazzo. Un cazzo più grosso. Nero."
La parola "nero" cadde nel silenzio della stanza come una pietra in uno stagno, creando cerchi concentrici di paura e di un'oscura, perversa curiosità. Nella mia vita ordinata, avevo sempre evitato gli uomini di colore, non per un razzismo becero, ma per una sorta di timore reverenziale, per l'aura di mascolinità primordiale, quasi ferina, che la pornografia e i pregiudizi popolari avevano costruito attorno a loro. Erano un tabù dentro il tabù. Ma in quel momento, perso nel delirio del dolore e del piacere, con il cervello in fiamme e il cazzo di Marco in gola, riuscii solo a mormorare una risposta attraverso un gemito.
"Sììì..."
Fu come pronunciare una formula magica, un consenso sussurrato che aprì le porte dell'inferno. O del paradiso.
All'improvviso, sentii il dildo di silicone essere estratto con un unico, rapido strattone. Un vuoto freddo e innaturale per un istante, e poi l'invasione. Un solo, brutale affondo. Qualcosa di enorme, di rovente, di vivo, squarciò le mie carni, cancellando i confini del mio corpo. La sensazione fu così totalizzante, un fulmine di dolore e di inaudita pienezza, che per lo shock lasciai andare il suo cazzo. La mia testa si sollevò di scatto, un grido soffocato in gola.
E fu allora che lo vidi.
Di fronte a me, sulla parete, c’era un grande specchio a figura intera. E nello specchio, la scena era chiara, crudele, surreale. C’ero io, in ginocchio, una patetica bambola del sesso, la parrucca scarmigliata, il trucco sbavato sotto la mascherina. C'era Marco, in piedi di fronte a me, con un sorriso trionfante dipinto sul volto. E dietro di me, una figura imponente, una statua d'ebano animata. Un uomo di colore, alto, con una schiena vasta e muscolosa, il volto una maschera impenetrabile di concentrazione. Il suo cazzo, una colonna scura, spessa e lunga, era affondato fino alla base nella mia fica anale, senza protezione, senza preamboli. Era dentro di me, una parte di me.
Le mie proteste furono suoni senza voce, rantoli di sorpresa e di un terrore che già si stava liquefacendo in qualcos'altro. Loro non se ne curarono. Iniziarono a scoparmi, in un duetto spietato e magnifico. Uno mi possedeva da dietro, riempiendomi, stirandomi fino al limite della sopportazione, l'altro mi costringeva ad aprire la bocca per accogliere il suo, in un alternarsi che mi annichiliva. Culo e gola, due buchi da riempire, due orifizi al servizio del loro piacere congiunto. Ero un ponte di carne tra due maschi.
Avevo sempre avuto paura, o forse soggezione, del sesso con un nero. Ma in quel momento, ogni preconcetto fu spazzato via dalla realtà fisica, prepotente. Trovai il sapore del cazzo nero stranamente piacevole, muschiato, un gusto di terra e di potenza. E la sensazione di averlo dentro… era un’apertura totale, una resa incondizionata. I suoi ventidue centimetri non mi stavano solo penetrando, mi stavano ridefinendo, scavando un nuovo centro in me.
Ero diventato un puro ricettacolo di sensazioni. L'impatto delle loro spinte, i loro odori mischiati al mio sudore, gli schiaffi delle loro palle contro la mia pelle, le loro voci che mi chiamavano troia, puttana. Ero al centro di un uragano di carne e desiderio, e mi sentivo gloriosamente perso. L'eccitazione divenne così intensa, così travolgente, che il mio corpo non mi apparteneva più. Quando sentii i loro corpi tendersi, i loro ritmi farsi più frenetici, mi dissero all'orecchio, le loro voci sovrapposte:
"Adesso ti riempiamo, puttana. Sborriamo dentro."
E io, perduto, annientato, senza più volontà, riuscii solo a rispondere con l’unica parola che mi era rimasta, il mio mantra, la mia condanna, la mia salvezza.
"Sì."
L’orgasmo fu un’esplosione simultanea, un big bang carnale. Sentii il getto caldo e denso di Marco inondarmi il culo, una colata lavica che sembrava volermi marchiare dall'interno. Nello stesso istante, la diga si ruppe anche nella mia bocca. La sborra del nero era un fiume, un torrente rovente che mi riempì la gola fino a soffocarmi. Fui costretto a ingoiare, ancora e ancora. Era la prima volta. Non avevo mai assaggiato lo sperma, se non il mio, insapore e deludente. Ma quello... quello era caldissimo, cremoso, quasi dolce. Un sapore alieno e celestiale. Quando ebbero finito, rimasi lì, tremante, una pozza di umiliazione e beatitudine. Poi, obbedendo a un istinto antico come il mondo, leccai entrambi i cazzi, pulendoli da ogni residuo, assaporando fino all'ultima goccia del mio degrado, grato.
Gli incontri, da quel giorno, non furono più gli stessi. Erano diventati un appuntamento fisso, settimanale, con i miei due padroni. Ogni volta, la trasgressione si spingeva un po' più in là, abbattendo un altro muro dentro di me. Ero diventato la loro bambola, la loro troia, l'oggetto su cui sperimentare ogni fantasia, il loro gabinetto vivente. Ricordo la seconda volta, con una chiarezza che ancora mi fa tremare. Il rito iniziale si era consolidato: la scopata a tre, l'alternarsi tra culo e bocca. Ma quando ero al culmine, sull'orlo di un orgasmo che già sentivo montare, avvenne qualcosa di nuovo. Il nero si sdraiò supino sul letto, il suo cazzo un obelisco scuro puntato al soffitto. Mi prese per i fianchi e mi fece salire su di lui, impalandomi con una lentezza torturante. La posizione era devastante. Sentivo ogni centimetro della sua asta premere contro le mie viscere. Iniziò a muoversi lentamente, un movimento ondulatorio che mi faceva sentire posseduto fino all'anima. Mi abbassò su di lui, il mio petto contro il suo, le mie labbra vicino al suo orecchio. Mentre ansimavo, Marco, che era in piedi dietro di noi a godersi lo spettacolo, diede l'ordine.
"Strizzale forte i capezzoli. Falla impazzire."
La mano del nero, grande e forte, si chiuse a tenaglia sul mio capezzolo destro. Il cervello mi andò in tilt. La combinazione del cazzo che mi scardinava da dentro e quella tortura precisa, scientifica, mi mandò in un'altra dimensione. Stavo per venire, sentivo l'onda montare, inarrestabile. Fu in quel preciso istante che avvertii una pressione familiare, insistente, contro la mia rosetta già brutalmente occupata. Il cazzo di Marco.
Gridai. Non di piacere, ma di dolore puro. Mi penetrò con una forza inaudita, mentre ero già impalato sull'altro. Due cazzi, dentro lo stesso buco. Impossibile. Il mio corpo si lacerava. Urlai le mie proteste, ma loro, in risposta, ridevano. Mi chiamavano puttana, troia. Uno di loro mi sputò in faccia, la saliva calda che mi colava sulla guancia. E accadde il paradosso, la mia perversa alchimia. L'umiliazione, il dolore estremo, gli insulti... anziché respingermi, mi diedero il colpo di grazia. Diventarono il carburante per un'eccitazione mostruosa, disumana. Iniziarono a scoparmi insieme, un ritmo infernale, il mio corpo un semplice involucro martoriato. E venni. Venni dal mio piccolo, insignificante clitoride, un'esplosione che mi scosse dalle fondamenta, mentre urlavo e piangevo e ridevo tutto insieme. Soddisfatti, sfilarono i loro cazzi dalla mia fica anale, dolorante, offesa. E poi, come ricompensa finale, mi sborrarono di nuovo tutto in bocca. E io, ancora una volta, ingoiai tutto, la mia saliva che si mischiava al loro seme, grato per la mia stessa distruzione.
Divenni la loro discarica. La loro latrina. Infilavano di tutto nella mia bocca e nel mio culo. Una volta, mi urinarono in bocca. Il sapore acre, caldo, salato del piscio fu uno shock, ma obbedii, inghiottendo anche quello come se fosse nettare. Poi mi fecero mettere a quattro zampe e mi urinarono nel culo, il getto caldo che si mescolava al lubrificante e alla mia stessa eccitazione. Ero la loro troia totale. Potevano fare di me qualsiasi cosa, e io avrei solo chiesto di più. In quei momenti, Antonio non esisteva. Non c'era un marito, non c'era un padre, non c'era un passato. C'era solo un buco, un desiderio infinito di essere usato, riempito, cancellato.
Poi arrivò il lockdown, la pandemia. Un muro invisibile, insormontabile, che ci separò. Fu un periodo di astinenza forzata, un deserto arido dopo l'opulenza del peccato. Vivere la mia vita normale divenne una tortura. Il tocco di mia moglie era come carta vetrata, i discorsi dei miei figli un rumore bianco insopportabile. Il mostro dentro di me, privato del suo nutrimento, si contorceva, affamato.
Appena la situazione si normalizzò, tornai a cercare. Incontrai altri uomini, anche di colore, ma nessuno era come loro. Nessuno aveva quella chimica perfetta di crudeltà e complicità, quella genialità perversa nell'orchestrare la mia disintegrazione.
Da qualche anno ho un accordo diverso, una perversione più borghese ma non meno eccitante. Frequento un uomo, un professionista, nel suo posto di lavoro. Ci vediamo durante la sua pausa pranzo. Mi scopa sulla sua scrivania di mogano, sul pavimento del suo ufficio, mentre i suoi colleghi e il suo datore di lavoro sono a pranzo, a pochi metri da noi, ignari di tutto. L'adrenalina di poter essere scoperti, l'idea di profanare quel luogo di potere e rispettabilità, è un afrodisiaco potentissimo. Lui è orgoglioso di me. "Sei peggio di una troia," mi dice ansimando mentre mi scopa. "Con te posso fare di tutto." Mi riempie la bocca con la sua sborra e io gli pulisco il cazzo con la lingua, ma c'è un limite che non riesce ancora a superare: non riesce a donarmi il suo piscio. È il suo tabù, l'ultimo velo di normalità che non vuole strappare.
Ma dentro di me, il mostro che loro due hanno creato continua a crescere, è diventato insaziabile. Il desiderio di una super orgia, di essere usato da molti maschi contemporaneamente, di essere legato e offerto a un branco di uomini che mi riempiano ogni buco di sperma fino a traboccare, è diventato un'ossessione. A volte, la notte, me lo immagino: il caos dei corpi, l'odore di sudore e sesso, io al centro, non più una persona ma solo una funzione, un ricettacolo.
Ed è emersa un'altra fantasia, la più oscura, la più inconfessabile. Un desiderio che va oltre l'umano, che mi spaventa e mi eccita in egual misura. Penso ai quadrupedi. Ai cavalli, ai cani. Ho già fatto un pompino a un cane. Un bellissimo pastore tedesco, nel giardino di un conoscente, in un momento di folle, disperata solitudine. Ho goduto come non credevo possibile, sentendo il suo nodo gonfiarsi nella mia gola, facendomi sborrare in bocca il suo seme denso e dal sapore animale. Ho goduto, e mi sono fatto schifo. E ho desiderato di più. Desidero la forza bruta e irragionevole di un cavallo, la sua potenza indifferente che mi possiede e mi annienta.
Ecco, ora sai tutto. Questa è la mia storia. La confessione di un uomo che per cinquant'anni ha indossato la maschera della normalità, per poi scoprire di essere solo un buco in attesa di essere riempito. Un buco che desidera l'estremo, che sogna di essere fottuto da un branco, che sia di uomini o di bestie non fa più differenza. Voglio solo annullarmi. Essere solo una troia. Senza nome, senza storia, senza anima. Solo un buco.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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