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Prime Esperienze

Atti Privati 4 : Il Desiderio di mia Zia


di DeepCpl
11.09.2025    |    1.266    |    5 8.8
"Un ragazzo a cui avrebbe dovuto offrire stabilità, e invece violava la sua intimità e si nutriva delle sue fantasie come un parassita..."
Cari lettori,

con questo nuovo capitolo mi avventuro in un piccolo esperimento narrativo. La storia che segue è un duetto psicologico, un gioco di sguardi non visti e fantasie sussurrate.

Per catturare l'essenza di questo duello silenzioso, ho scelto di alternare due prospettive ben distinte. Entreremo nella testa di Massimiliano attraverso i suoi stessi pensieri, scritti in prima persona e con il linguaggio diretto e a tratti febbrile di un diciottenne la cui vita è stata appena stravolta. Subito dopo, osserveremo la stessa scena attraverso gli occhi di Isabella, in terza persona, con il suo filtro più maturo, analitico e tormentato.

Spero che questo rapido cambio di prospettiva vi permetta di sentire non solo ciò che accade, ma anche l'abisso tra ciò che i personaggi credono e ciò che è reale.

Buona lettura.

Notte. Un silenzio quasi denso avvolge la casa. La porta della camera di Massimiliano è socchiusa, come sempre. Una striscia di luce dal corridoio taglia l'oscurità. È un'abitudine che si porta dietro dall'infanzia: da quando sua madre lo ha abbandonato, sparendo da un giorno all'altro senza una parola, la paura dei mostri notturni lo portava a lasciare la porta aperta, un filo invisibile teso verso la stanza di sua zia Isabella. Un patto silenzioso contro l'oscurità. Ora, quella stessa antica abitudine serve a scopi infinitamente più profani.

È la terza volta, stasera. Porca troia, è un'ossessione. Il mio corpo chiede, ma è la testa che comanda. Sono passati cinque giorni da quella volta sulla spiaggia. I primi due ero come in trance, non capivo più un cazzo, non riuscivo nemmeno a toccarmi. Poi è iniziata. Ogni sera la stessa storia, sembra quasi un compito a casa. Ma fanculo, è il miglior compito che abbia mai avuto. Chiudo gli occhi e rivedo tutto. Rivedo *lei*. Elena. La sua mano sulla mia, il suo odore, la sua voce... "Più forte," "Non aver paura," "Senti la differenza?". Me le ripeto in testa. Il mio cazzo è già di marmo. Prima era solo una sega, due minuti e via. Ora è diverso. È allenamento.

Mi siedo sul bordo del letto. La luce del corridoio disegna un rettangolo sul pavimento. Guardo la fessura. Lo spiraglio di sicurezza di quando ero un ragazzino. Chissà se la zia se la ricorda quella menata dei mostri. E se si ricorda l'altra sera, quando le ho raccontato tutto e le ho fatto... sentire. Ora di mostri non ho più paura, ho solo paura di dimenticare.

Isabella si mosse nell'ombra del corridoio, posizionandosi nel suo consueto punto di osservazione. Puntuale. Il suo appuntamento segreto. La logica le diceva che era un atto patetico, ma il fremito che le percorreva le gambe era una verità più antica e potente. Doveva vedere. Devo comprendere la grammatica del piacere che *gli hanno* insegnato, pensò, l'anatomia di questa sua nuova, sconcertante sicurezza.

Immagino le mani di Elena sulle mie, poi sulle sue tette. Madò, che tette. Pesanti, morbide. Sento ancora il capezzolo che diventa duro di colpo sotto il dito. Poi più giù. Le sue labbra bagnate, la sua fica... con quel triangolino di peli scuri, disegnato col righello. Sembrava una freccia. Diceva tipo: "il tesoro è qui, coglione". Un'opera d'arte. Così diversa...

Isabella guardò la figura del ragazzo assorto nei suoi pensieri. Era immobile. Poi, lentamente, lo vide muoversi. Si alzò. E la scena prese vita.

Vado in bagno. Acqua sulle mani, una goccia di sapone. Mi preparo come si deve. Quando torno in camera, il profumo neutro mi spara di nuovo sulla spiaggia. Adesso, mi metto davanti allo specchio. Sì, qui. Non è solo per vedermi, è diverso. Quando lei mi guardava sulla spiaggia, non mi sentivo solo... guardato. Mi sentivo *visto*. Studiato. Il modo in cui mi osservava, il modo in cui mi correggeva... voglio rivedere quello sguardo. Voglio vedere che cosa vedeva lei. Voglio capire che faccia ho quando mi arrapo così tanto, quando perdo il controllo. Devo vedere se sembro un ragazzino o... qualcosa di più.

Preparo la mano, calda e scivolosa. Altro che sega normale. Questa è la tecnica di Luca. Cristo. La prima stretta sulla cappella è una scossa. Guardo la mia faccia nel riflesso. Occhi mezzi chiusi, bocca aperta. Sembro uno scemo, ma chi se ne fotte. La mano si muove a scatti, corta, veloce. Non stringo il cazzo, lo premo. Lo schiaccio contro il palmo, quella frizione bagnata solo sulla punta mi manda fuori di testa. Immagino che lei mi guardi.

Fu in quel momento, vedendo il suo membro teso e lucido saettare nella sua mano, che Isabella sentì l'eccitazione colpirla con forza. La sua mano scese tra le gambe, quasi per istinto. Trovò le sue mutandine già umide. Mentre lui continuava, lei iniziò a sfregare il clitoride attraverso la stoffa, un movimento lento, circolare.

Ma stasera... c'è un'altra immagine. La zia Isabella. Quello di ieri... quando si è piegata in cucina. Niente peli. Cazzo. Liscia. Come una bambola. Non il disegno perfetto di Elena. Qui, zero. Deserto. E non riesco a togliermi quella visione dalla testa. La fantasia cambia. Non è più allenamento, ora è... una roba proibita.

La voce di lui, un sussurro, arrivò a Isabella nel corridoio. "...e tu, zia? Ti piacerebbe così? Liscia... tutta liscia, come te..."
Isabella trattenne il fiato. Le parole le colpirono con la forza di una dichiarazione. Ha cambiato fantasia. L'oggetto del suo rito ora era lei. L'eccitazione la travolse, non più solo fisica, ma un trionfo. Era riuscita a intrufolarsi nel suo teatro privato. Le sue dita scostarono il tessuto delle mutandine, cercando il contatto diretto con la pelle bagnata.

Sì, lei. Adesso vedo lei nella mia testa. E se fosse qui? Se stesse guardando dalla fessura? L'idea è una bomba. Il desiderio che sia davvero lì a guardarmi diventa così forte, così reale, che è quasi come se la sentissi respirare. La fantasia mi prende a schiaffi, e io ci sto. Voglio vedere che faccia faccio se parlo sporco. Guardo la mia faccia da cazzo nello specchio e ci provo, per gioco. Un esperimento. Parlo al mio riflesso, ma le parole sono per lei.
"Ti piace, Isa? Guardarmi mentre mi tiro una sega pensando alla tua figa? Sì, la tua figa liscia... mi manda fuori di testa. Vorrei che fossi qui... te le metteresti in ginocchio? Per succhiarmelo? Dimmi di sì... ti piacerebbe un sacco succhiare il mio cazzo, zia..."

Fu come una detonazione. Un'esplosione silenziosa nella sua testa, un corto circuito che fuse la vergogna bruciante di essere stata scoperta con un'ondata di eccitazione così potente da farle mancare il respiro. L'aveva vista. L'aveva chiamata. E non si era fermato, anzi, aveva alzato la posta, recitando per lei, solo per lei. Quelle parole oscene, meravigliose, non erano più un dubbio, erano una certezza. Questo rituale non era mai stato un caso. Era uno spettacolo per lei. Un invito. L'impudenza di questo ragazzo... la fece venire. Un'onda la travolse. Le ginocchia le cedettero. Strinse le cosce, soffocando l'orgasmo contro la sua mano. "Non posso scappare ora," si disse, "non ora che mi ha chiamata." Voleva aprire quella porta e dire: "Sì, mi piace. Ora vieni qui e fammelo vedere da vicino."

Proprio mentre la sua mano si muoveva verso la maniglia, lo sentì di nuovo. La voce di lui, ma il tono era diverso. Frustrato.
"Cazzo, sembro un deficiente," dice, al suo riflesso. "A parlare da solo. Come se mi potesse sentire davvero..."

Un pugno. L'impatto fu devastante per Isabella, un risveglio brutale.
*Non lo sa.*
Non l'aveva mai vista. Tutta la sua certezza, la sua eccitazione trionfante... era un'allucinazione. Un monologo che aveva scambiato per un dialogo. Lo shock spense il desiderio all'istante, lasciando al suo posto un'umiliazione gelida e una profonda delusione. Credeva di essere la co-protagonista di un gioco perverso, e invece ero solo una spettatrice non invitata.

Scivolò via dall'ombra, silenziosa. Si chiuse in camera, il cuore pesante. Il figlio di mia sorella. La frase le risuonò in testa. Un ragazzo a cui avrebbe dovuto offrire stabilità, e invece violava la sua intimità e si nutriva delle sue fantasie come un parassita. La vergogna tentò di affiorare, ma fu sommersa dalla rabbia. Rabbia verso di lui, per non essersi accorto di lei. E rabbia verso se stessa, per essersi lasciata trascinare così a fondo.

Andò verso il suo letto. Ma prima, si fermò. Tornò alla porta. Lentamente, la aprì, lasciando una fessura di un centimetro. Uno spiraglio di buio aperto sul corridoio. Un gesto folle. Ma una speranza. Una speranza perversa che la storia, stanotte, potesse ripetersi a ruoli invertiti.
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