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Lui & Lei

Il Piano C (Lato B)


di DeepCpl
21.10.2025    |    1.869    |    4 9.5
"E in questo mondo di merda, l'onestà è l'unica cosa per cui vale ancora la pena spogliarsi..."
Nota dell'Autore

La scrittura, nella sua essenza più pura, è un atto di ascolto. Talvolta, le voci più inattese provengono non dalla pagina, ma da chi la osserva. Così è stato per due lettori, un Sexexplorer e un audace Trombone69, i quali, con acume, hanno scorto nel mio recente esperimento narrativo non una conclusione, ma un'apertura.

La loro sfida: abbandonare la prospettiva maschile, così brutalmente assertiva, e adottare quella femminile. Non per contraddirla, ma per completarne il dittico, per esplorare se anche al di là dello specchio esistesse la stessa lucida disillusione. È una richiesta non banale: implica la rinuncia alla mia voce per indossarne un'altra, potenzialmente più complessa e affilata.

Accolgo la provocazione. Tenterò di narrare la stessa notte, ma attraverso occhi diversi. Vedremo se l'onestà, cambiando genere, muti anche sostanza, o se, in fondo, la commedia della nostra animalità preveda per tutti lo stesso, identico copione.

buona lettura


Voi donne pensate che il sesso sia un'arma. Un modo per ottenere cose. L'amore, la sicurezza, una borsa nuova. Vi hanno insegnato che il vostro corpo è una valuta di scambio, e che per incassare bisogna recitare. Bisogna fare le preziose, le difficili, quelle che "non la danno alla prima sera". Cazzate. La verità è che il sesso è l'unica cosa che non ha prezzo, perché è un bisogno. Come mangiare o dormire. E io ho fame. E sono stanca.

Tutto il resto è una commedia patetica. L'uomo che ti offre da bere e ti guarda come se si aspettasse una medaglia. Quello che ti parla per due ore dei suoi “progetti” e intanto ti sta spogliando con gli occhi. Patetici. Sono tutti lì a recitare il loro Piano A: il bravo ragazzo, il tenebroso, l'artista maledetto. Tutte maschere per arrivare a una cosa sola. E pretendono che tu stia al gioco. Che tu faccia la parte della preda da conquistare.

Il mio Piano B? Fanculo il gioco. Se voglio una cosa, me la prendo. Senza chiedere il permesso, senza aspettare che un idiota mi apra la portiera. La vita è già una merda, non ho tempo da perdere con i corteggiamenti.

E poi c’è il Piano C. Il Piano C è quando vedi uno dall'altra parte del campo di battaglia e capisci che sta combattendo la tua stessa guerra. E allora smetti di sparare. E inizi a scopare.

L'altra sera ero in un bar. Uno di quei buchi dove l'alcol è onesto e gli sguardi sono pesanti. Stavo bevendo un gin tonic, cercando di annegare il sapore dell'ennesima giornata di merda passata a sorridere a gente che odiavo. Ed è allora che lo vedo. Seduto da solo, con una birra in mano. Non era bello. I belli mi fanno pena. Sono così abituati a ricevere che non sanno più dare. Lui no. Lui aveva la faccia di uno che dalla vita ha preso solo calci in culo, e ha imparato a restituirli. Aveva uno sguardo che non chiedeva niente. E per questo, voleva tutto. Uno sguardo da Piano B.

Si alza, viene verso il mio tavolo. Non chiede il permesso. Si siede. Finalmente un uomo che non ha paura.

Alzo un sopracciglio. Aspetto.

“Sei stufa quanto me?” mi chiede.
“Anche di più,” rispondo. La mia voce è un rottame, il risultato di troppe sigarette e troppe discussioni inutili.
“Bene,” dice lui. “Allora sai già perché sono qui.”
Sorrido. Ma è un sorriso che non supera le labbra. Un sorriso di chi ha capito tutto. “So che non sei qui per un dibattito sulla crisi climatica.”
“Il clima è una merda. Come te. E come me,” conferma lui. “A casa mia o a casa tua?”
Finisco il mio gin. Il ghiaccio mi urta i denti. “Casa tua. La mia è un casino.”
“Anche la mia,” dice. “Perfetto.”

Non ci siamo chiesti i nomi. I nomi sono etichette. Servono per catalogare le persone, per metterle in una scatola. Noi eravamo già fuori da tutte le scatole. Usciamo. L'aria della notte è fredda. Il silenzio tra di noi è caldo. È un silenzio pieno di cose non dette, perché non c'era bisogno di dirle. "Che lavoro fai?" "Hai fratelli o sorelle?". Stronzate. In quel momento, il nostro lavoro era quello. Eravamo figli unici del nostro cinismo.

Casa sua è un bilocale che puzza di solitudine e birra versata. È onesta. Non c'è un cuscino messo bene, non c'è una candela profumata. C'è la vita, nuda e cruda. Mi tolgo le scarpe. Le lascio vicino alla porta, come a dire: "Questa sono io, senza difese".
“Vuoi bere?” mi chiede.
“No.” Sono già ubriaca di realtà.

Si ferma a un metro da me. L'aria crepita. È la tensione di due animali che si studiano prima di azzannarsi.
“Allora,” dico, con la voce più ferma che ho. “Finiamo questa farsa.”

Si toglie la maglietta. Lo guardo. Non è un adone. È un uomo. Con un corpo che ha combattuto delle battaglie. Lo apprezzo. Mi sfilo il vestito. Sotto, solo lingerie nera. La mia uniforme da battaglia. Il mio corpo non è perfetto. È mio. È l'unica cosa che nessuno mi potrà mai portare via.

Mi si avvicina. Sento il suo odore. Sa di birra e di disprezzo per il mondo. Un profumo che conosco bene.
Non ci baciamo. Il bacio è un acconto su una promessa che nessuno dei due ha intenzione di mantenere. È roba da Piano A. Noi siamo oltre.

Le mie mani gli afferrano i fianchi. Le sue mi stringono il culo. È una presa decisa, non una carezza. Mi piace.
Mi sbatte contro il muro. Il colpo mi toglie il fiato per un secondo. Poi un gemito. Di pura, fottuta approvazione.

“Ecco,” sussurro. “Al punto.”

Mi libera dal reggiseno. Le mie tette sono libere. Non sono finte. Sono vere. Le prende, le stringe. Gli offro il collo. Lui lo morde. Lascia un marchio. Bene. Territorio conquistato.

Mi sfila le mutandine con una lentezza quasi brutale. La mia fica pulsa. È già pronta. Il mio corpo è più onesto della mia mente. Mi inginocchio. Gli apro le gambe. L'odore del sesso è l'unico profumo sincero. È l'odore della vita senza filtri. E io ho una sete fottuta.
La mia lingua lo trova. Lo assaggia. Salato, acido. Umano. Lui si aggrappa ai miei capelli. Gode quasi subito. Urla il mio nome. No, non lo urla, perché non lo sa. Urla e basta. E va bene così.

Mi tira su. I suoi occhi sono scuri di desiderio.
“Il tuo turno,” dico, con la voce impastata.

Mi butta sul suo letto sfatto. Il santuario della sua solitudine. Si inginocchia, mi libera dai jeans. Il suo cazzo è un insulto al mondo, un dito medio eretto contro ogni cosa. È magnifico.
Lo guardo, lo valuto. Poi lo prendo in bocca.
Sono affamata. Lo divoro. È una lotta, non un atto di sottomissione. La mia bocca è il mio territorio. Gemo, stringo le lenzuola. Cerca di resistere. Patetico. Come tutti gli uomini.

Lo fermo. Lo voglio dentro di me. Adesso. Mi metto a quattro zampe. Gli offro il mio culo. È un invito e una sfida.
Lui non esita. Entra. Con una spinta che mi fa urlare. È dentro. Completamente. Caldo, duro, reale.
Iniziamo a muoverci. Un ritmo selvaggio, primordiale. Ogni spinta è una parola che non diciamo. Ogni gemito è una verità che non nascondiamo. Questo è il nostro dialogo.

Mi prende per i capelli, mi costringe a guardarmi nello specchio sporco. Vedo la mia faccia: una maschera di piacere e rabbia. Vedo la sua: concentrazione pura.
“Di chi sei?” mi chiede. La solita, stupida domanda da maschio.
“Di nessuno,” ansimo. “E tu sei mio.”
Risposta perfetta. La mia.

Accelera. Lo sento che sta per venire. Mi inarco, lo prendo tutto.
“Dentro,” urlo. “Svuotati dentro di me, bastardo!”
Viene con un ruggito. Un’onda di calore mi invade. Crollo. Lui crolla su di me. Finiti.

Silenzio. Solo il suono dei nostri respiri affannati.
Mi alzo. Mi rivesto. Non ho niente da dirgli.
Vado verso la porta.
“Ciao,” dico.
“Ciao,” risponde.
Mi fermo. Mi giro. E sorrido. Un sorriso vero, questa volta.
“È stato onesto,” dico.
“Sì,” risponde lui. “Lo è stato.”
Esco.

Sono di nuovo sola. Nella mia macchina. Sento ancora il suo odore sulla mia pelle.
Guido verso casa mia, che fa schifo.
Non lo chiamerò. Non mi serve.
Non era amore. Grazie a Dio.
Era il Piano C.
Era onestà. E in questo mondo di merda, l'onestà è l'unica cosa per cui vale ancora la pena spogliarsi. Voi continuate pure a fare le brave ragazze. Io, nel frattempo, mi prendo quello che voglio. Senza chiedere scusa. E questa, credetemi, è l'unica vera libertà.
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