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La Troia e il Toro 2 : Banchetto della Bestia


di DeepCpl
26.08.2025    |    655    |    4 9.3
"Era un'immagine di una tale degradazione che la mia lussuria raggiunse livelli insostenibili..."
Nell'assenza del Padrone, fu concepita un'eresia: un gioco privato, una ricompensa per Felix e una prova per Silvia. Lo strumento prescelto fu un animale, un toro ignaro del perverso teatro che lo attendeva. Ciò che segue non è la cronaca del sacrificio visto dalla vittima o dal sacerdote, ma il crudo, famelico racconto del banchetto, vissuto attraverso gli occhi della bestia.

La prospettiva globale la trovate in "La Troia e il Toro: Sacrificio Brutale"

Il Banchetto della Bestia

La noia era una cagna che mi leccava le ossa. Scorrevo gli annunci sullo schermo del telefono, una sfilata infinita di disperate che cercavano “l'uomo forte” ma che poi si lamentavano se non portavi i fiori. Puttanate. Foto di culi in perizoma, labbra a canotto, promesse che sapevano di plastica. Io non cercavo una relazione, non cercavo nemmeno una scopata normale. Cercavo carne, una preda che volesse essere cacciata, che avesse il fegato di guardare la bestia negli occhi prima di essere sbranata.

Poi, lo vidi.

L'annuncio era diverso. Poche parole, ma pesanti come pietre. "Cerchiamo un BULL che usi mia moglie a suo piacimento", recitava il loro post su Annunci69. Era diretto, quasi brutale nella sua onestà. L'ultima frase era quasi superflua, ma rendeva il tutto ancora più perverso: "Location fornita. Generosamente ricompensato." Non era una disperata in cerca di soldi. Era una ricca signora che giocava a fare la puttana, con suo marito che teneva il moccolo.

Il mio cazzo si tese all'istante nei jeans. Questo sì che era interessante. Risposi con una sola parola: "Quando?"

La risposta arrivò quasi subito, gelida e precisa come la lama di un bisturi. Un indirizzo in uno dei quartieri più snob della città e un orario. E la conferma che trasformò una semplice scopata in un trofeo leggendario: "Sarò presente. Assisterò. Non interagire con me. Sono parte dell'arredamento."

Cornuto. La parola mi esplose in testa come un fuoco d'artificio. Un fottuto, patetico cornuto che voleva guardare la sua troia farsi sbattere da un altro. Il sapore della vittoria mi riempì la bocca ancora prima di iniziare. Non avrei scopato solo lei; avrei fottuto anche la sua vita, la sua casa, il suo matrimonio, tutto mentre il verme guardava. La ricompensa non era più il denaro. Era quella.

Quando arrivai, l'odore di soldi era quasi soffocante. Pavimenti lucidi, arte astratta alle pareti, un silenzio che pesava. E poi lei apparve. Cristo, era meglio di quanto avessi immaginato. Alta, un corpo che urlava sesso da ogni poro, ma con un'aria di controllo, di superiorità, che mi fece ribollire il sangue. Pensava di essere lei a dirigere l'orchestra, di aver affittato una bestia per il suo teatrino privato. Povera illusa. Volevi un animale? L'avresti avuto.

Non dissi una parola. L'odore del mio dopobarba a buon mercato invase il suo profumo costoso, ed era già la prima violazione. I suoi occhi mi studiarono, e per un attimo vidi un lampo di esitazione, forse paura. Troppo tardi. Con uno scatto, le fui addosso.

Le mie dita si chiusero a pugno nei suoi capelli, sentendo la consistenza setosa prima di strattonare con violenza. Il suo piccolo grido di sorpresa fu musica. La spinsi con la faccia contro un enorme specchio. Volevo che guardasse. Volevo che vedesse il suo bel viso perfetto trasformarsi in una maschera di panico sotto il mio controllo. La mia mano libera le afferrò i fianchi e la piegai in due, il culo perfetto sollevato verso di me come un'offerta su un altare.

Sentii i suoi muscoli irrigidirsi, un patetico tentativo di resistenza che mi fece solo ghignare. Le conficcai un ginocchio tra le cosce, allargandole con la forza. Poi, le mie dita trovarono il suo buco del culo. Era stretto, contratto. Non mi importava. Non ero lì per sedurla. Ero lì per prenderla. Spinsi dentro un dito, rude, senza preparazione. Sentii il suo corpo scuotersi in uno spasmo, un urlo silenzioso contro il vetro. Il sapore del potere era assoluto.

Lei mi sorprese. Invece di continuare a lottare, le sue labbra si aprirono e la sua lingua toccò il vetro, baciando il suo stesso riflesso sfigurato. Una perversione strana, da ricchi. Ma non mi interessava il perché. Mi interessava solo che il suo corpo si era arreso. La sua resistenza era morta. La prima battaglia era vinta.

La tirai via dallo specchio per i capelli, scaraventandola sul tappeto persiano. Le strappai il vestito e le ficcai un brandello di seta in bocca come un bavaglio. Non volevo sentire la sua voce, solo i suoi gemiti filtrati, i suoni dell'animale che stava diventando.

Mi misi in ginocchio tra le sue gambe, che le aprii fino a sentirle tremare. Il suo sesso era lì, esposto, un fiore scuro e umido. Non aspettai. Affondai la mia faccia in lei, la lingua che si scatenava sul suo clitoride come un martello. Niente finezze, niente carezze. La stavo divorando, marchiando. Il suo corpo cominciò a contorcersi sotto di me, la sua eccitazione era un tradimento della sua volontà che mi faceva impazzire. Volevo il suo piacere, ma solo per poterglielo rubare.

Mi tirai su e la baciai, o meglio, la invasi. La mia lingua che lottava contro la sua, i denti che cozzavano. Lei reagì con una furia inaspettata, un'ultima fiammata di quella regina che pensava di essere. Durò poco. La girai sulla pancia, mettendola a quattro zampe. E lo vidi. Il suo buco del culo, violato dalle mie dita poco prima, era leggermente dischiuso. Un invito oscuro, osceno. Il mio cazzo era roccia pura.

Entrai in lei senza preavviso, un unico colpo potente che la riempì completamente, spingendola in avanti sul tappeto. I suoi fianchi sussultarono. Iniziai a pompare, veloce, forte. Ogni colpo era un chiodo che la fissava al suo posto, una affermazione: sei mia. Poi la tirai fuori, la trascinai sul legno freddo e la sbattei contro un pilastro di legno. In ginocchio.

Le tirai la testa all'indietro. Il mio cazzo era di nuovo duro, pulsante davanti alle sue labbra. E in quel momento, mi ricordai del verme. I miei occhi cercarono l'angolo della stanza e lo trovai. In ginocchio, le mani giunte, che guardava. Un ghigno mi spuntò sulle labbra. Sollevai lo sguardo e sputai sul mio stesso cazzo, senza mai staccare gli occhi dai suoi. Vidi il cornuto sussultare. Perfetto.

Spinsi il mio cazzo nella bocca di lei, affondando fino a farla soffocare. Non contentandomi di possedere la sua gola, lo premetti contro l'interno della sua guancia, godendomi la vista della sua pelle che si deformava dall'esterno. Stavo letteralmente ridisegnando il suo volto con il mio cazzo. La saliva cominciò a colarle dalla bocca, un fiume appiccicoso che le bagnava i seni. Era un'immagine di una tale degradazione che la mia lussuria raggiunse livelli insostenibili. Ero vicino. Troppo vicino.

La tirai via, la scaraventai di nuovo sulla schiena e, senza una parola, la scopai. Era solo un martellamento, una corsa finale per me stesso. Ma sentii il suo corpo rispondere, i fianchi che si sollevavano, i muscoli che si tendevano. Stava per venire. E quella visione divenne l'apice della mia stessa eccitazione. Sul suo volto si dipinse la maschera della pura, predatoria lussuria, l'impulso animale e travolgente di schiacciare il piacere altrui per alimentare il proprio.

Un attimo. Un solo fottuto attimo prima che potesse raggiungere l'orgasmo, mi sfilai da lei. La sua espressione di imminente estasi si trasformò in uno shock confuso. La mia mano schioccò sulla sua guancia con tutta la forza che avevo. Un suono secco, come un colpo di frusta. L'onda del suo piacere si infranse contro un muro di dolore. L'avevo spezzata.

Mi alzai in piedi, torreggiando su di lei, stordita, vuota, sconfitta. Mentre il mio orgasmo mi travolgeva, la inondai. Il mio seme caldo le coprì il viso, i capelli, l'occhio chiuso e la guancia rossa dallo schiaffo. Era il mio sigillo, il mio trofeo. Non un'unione, ma una profanazione. Una corona per la regina caduta.

Lanciai un'ultima occhiata di disprezzo al cornuto, ancora immobile nell'angolo. La bestia era sazia. Il mio lavoro era finito. Senza una parola, mi rivestii e me ne andai, lasciandoli annegare nel caos che avevo creato. Il banchetto era finito.
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