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Il Sapore del Dominio (3)


di DeepCpl
02.08.2025    |    1.884    |    5 9.6
"Le sollevò un ginocchio, esponendo la sua vulva umida e appiccicosa del suo seme..."
La Pena e il Premio

Al tavolo, Silvia era rimasta seduta, un’immobilità innaturale, i muscoli contratti. Non osava muoversi. Sapeva che ogni sua piccola azione, ogni respiro, era sotto lo sguardo attento di Jerry, che l’aveva fissata per un istante che sembrava un’eternità dopo che Felix si era congedato. Poi, il suo volto, prima di una composta superiorità, si contrasse
impercettibilmente. Una fredda delusione attraversò i suoi occhi, anche se la sua voce rimase calma, appena un sibilo nel brusio raffinato del ristorante.

«Allora, Silvia», la sua voce era un sussurro penetrante, ma ogni sillaba la trafisse. «Hai adempiuto il tuo compito? Ti sei fatta marcare come richiesto?»
Silvia abbassò lo sguardo. Il cuore le martellava nelle tempie. «Sì, mio Signore», rispose, la voce fragile. «Ho chiesto a Felix... di scriverlo per me.»
Jerry mosse lentamente la testa. «E quale termine ti sei fatta scrivere addosso questa sera, Silvia?»
«Troia, mio Signore.» La parola, solitamente violenta, suonò in bocca sua quasi sommessa.

Un lento annuire da parte di Jerry. «Troia. Adatta. Ma il posizionamento, Silvia, era carente.» Il suo sguardo scivolò dietro di lei, e lei si sentì bruciare. Sapeva a cosa si riferiva. Il suo abito le offriva l’opportunità perfetta di mostrare al mondo la sua nuova natura. Ma invece di far tirare giù il tessuto sufficientemente per rendere la parola palesemente visibile, lo aveva lasciato in parte celato. Un atto calcolato, seppure quasi inconscio, di disobbedienza. Un modo per costringerlo a reclamare la sua proprietà con la forza.

«Ma le cinque lettere… dovevano urlare, non sussurrare.» La sua critica era un taglio netto. «Non sufficientemente leggibile. Un affronto, Silvia. Il tuo fallo.»
Silvia tremava. La vera sfida non era mai stata scegliere la parola, ma quanta gogna fosse disposta ad accettare per essa. La sua parziale disobbedienza, quel barlume di autoconservazione unito a un bizzarro, nascosto bisogno di ulteriore severità, le era costato caro.

Jerry proseguì, con la fredda logica di un giudice. «L'inosservanza completa di un ordine comporta una penale. Venti colpi di canna sarebbero stati la tua condanna.» Si interruppe. «Ma l'hai fatta scrivere. Per questo... sarò indulgente. La tua pena sarà minore.»
Silvia osò un barlume di speranza.
«Quindici colpi di canna.»
Silvia impallidì. La canna. Un dolore acuto, penetrante, un nuovo capitolo nella sua sottomissione. Il brivido fu tanto di orrore quanto di una perversa, profonda eccitazione.

Jerry non attese una sua risposta. Si alzò. «Vieni. Il mio dominio si estende oltre questo salone.» Silvia si alzò con movimenti meccanici. La guidò verso una porta di servizio discreta, che si apriva su un corridoio silenzioso e stretto.

Lui si fermò, le spalle contro il muro. Dal suo taschino interno estrasse un fusto sottile e lucido, una canna.
«Il tuo fallimento, Troia», disse Jerry. «Ora chinati. Solleva il vestito e tienilo su. Voglio vedere la tela su cui lavoro.» Silvia obbedì, le mani che tremavano mentre sollevavano il tessuto blu notte, rivelando le sue natiche nude e vulnerabili. Non indossava le mutandine. «Mani sulla schiena,» aggiunse Jerry. «E conterai ogni colpo.»

Silvia si piegò, il suo culo teso e invitante. La canna sibilò.
Il primo impatto fu uno schiocco secco e cristallino che le trapassò la natica destra. Silvia soffocò un grido.
«Uno, mio Signore!» sussurrò. Ogni colpo successivo, ora sulla sinistra, ora sulla destra, era un rintocco infernale. Quindici colpi che le lasciarono le natiche rosse e incandescenti. Il fruscio del tessuto che lei teneva sollevato, e il sibilo occasionale della canna che ne sfiorava i bordi, erano l'unico accompagnamento ai suoi sussurri strozzati. Quando Jerry smise, un silenzio denso calò. Silvia si drizzò con fatica, il sedere un braciere ardente.

Jerry la osservò per un istante. «Ottimo. Adesso sei veramente pronta.» Si avvicinò. «E ora... il premio.» La afferrò e la spinse contro il muro. Il suo membro turgido si mosse contro il vestito. Lui scivolò un braccio attorno al suo fianco e la prese da dietro, in piedi, senza preoccuparsi di alzare il tessuto. I suoi movimenti furono precisi, ogni spinta profonda e senza interruzioni.

Il suo respiro divenne un gemito soffocato contro la parete, mentre le sue cosce, ancora martoriate, si stringevano. Ogni spinta la sollevava leggermente, portando la sua testa a sbattere ritmicamente contro il muro. Lo sentiva premere sempre più in profondità, e la sua gola emise un lungo sospiro di pura soddisfazione, prima che lui si svuotasse completamente nel suo corpo umido. La pienezza liquida la lasciò in uno stato di sospensione.

Poi si tirò fuori con un unico, netto scatto.

La lasciò ricadere contro il muro, ma prima che potesse recuperare l’equilibrio, Jerry estrasse dalle tasche un rotolo di nastro adesivo da condotti, argentato e spesso. Le sollevò un ginocchio, esponendo la sua vulva umida e appiccicosa del suo seme.
Jerry parlò con voce bassa e crudele. «Voglio che ogni preziosa goccia del mio potere resti con te. Il tuo Felix è avido del mio nettare, non è vero? Beh, ora potrà abbeverarsi direttamente dal tuo calice.»
Strappò un lungo pezzo di nastro. Con precisione umiliante, le applicò il nastro, sigillando ogni fessura, intrappolando il suo seme dentro di lei. La freddezza del nastro a contatto con la sua pelle sensibile inviò una scarica che si mescolò alla scottatura delle natiche. Le abbassò il ginocchio. «Fatto, Troia.» Lasciandola così, intoccabile e piena, si voltò e lasciò il corridoio in silenzio.

Silvia attese. Le natiche le dolevano come ferite aperte, e sotto il nastro adesivo il suo ventre vibrava ancora per il peso del seme. Il gusto del seme di Jerry che aveva assaporato attraverso le mie labbra poco prima sembrava quasi insignificante ora. Non poteva smettere di toccare l’area sigillata con la punta delle dita, un feticcio appena rivelato. Si sentiva un animale da allevamento. Si rivestì meccanicamente, ogni gesto un piccolo dolore mentre la stoffa le sfregava contro le natiche pulsanti.

Le cinque lettere incise sulla sua schiena erano un tormento silenzioso e privato, il segno della sua profanazione. Quando fu completamente vestita, Silvia respirò a fondo. Il compito ora era quello di tornare da suo marito, da Felix.
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