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"Il Centro"


di Membro VIP di Annunci69.it CoppiaFelix2024
17.06.2026    |    279    |    0 8.0
"Solo allora capii che Felicia non aveva voluto semplicemente essere al centro di due maschi..."
Essere “il centro”, per Felicia, non significava soltanto essere guardata o desiderata. Significava diventare il punto verso cui convergevano due presenze maschili: una conosciuta, amata, domestica; l’altra nuova, estranea, imprevedibile. Voleva sentirsi scelta due volte nello stesso momento, governare la scena anche quando sembrava abbandonarsi, restare donna e regista del proprio desiderio.
Me ne parlò una sera dopo cena, con il vino ancora nei bicchieri e quella luce calda che rendeva la cucina quasi intima come una camera.
«Voglio una serata diversa» disse.
«Diversa quanto?» chiesi. Lei sorrise, lenta. «Voglio essere il centro.» «Il centro di cosa?» aggiunsi. «Di due uomini. Tu e un altro.» dichiarò guardandomi negli occhi.
La guardai in silenzio. Detta da lei, quella frase non aveva nulla di volgare. Era una dichiarazione di desiderio e di potere. Io pensai di aver capito tutto. Mi sbagliavo.
Felicia non mi disse la verità. Non subito, almeno. Mi lasciò credere che il suo desiderio fosse semplice, per quanto audace: voleva essere al centro di due uomini. Voleva me e un bull, nella nostra casa, intorno a lei, addosso alla sua fantasia di donna desiderata da due maschi.
La guardai in silenzio. Felicia non era mai stata banale nelle sue fantasie. Non cercava l’esibizione volgare, né il colpo di scena fine a se stesso. Quando desiderava qualcosa, lo trasformava in un progetto. Lo preparava, lo immaginava, lo cesellava. «Vuoi un bull.» le dissi. «Voglio un uomo virile. Sicuro. Uno che sappia desiderarmi senza essere grossolano. Uno capace di farmi sentire presa da due maschi, ma senza farmi sentire usata.»
La sua definizione mi piacque. Mi eccitò. Felicia al centro del desiderio era una scena che conoscevo bene e che, ogni volta, mi metteva addosso un misto di orgoglio, gelosia e fame. L’idea di vederla con un altro uomo, sotto i miei occhi, nella nostra casa, aveva qualcosa di destabilizzante e irresistibile.
«Lo hai già trovato?» chiesi. «Non ancora.» rispose, quasi distrattamente.
Anche questo non era del tutto vero. Felicia non aveva ancora scelto, ma sapeva benissimo cosa cercava. Solo che non me lo disse.
Non avanzai sospetti, non immaginai retroscena, non pensai neppure per un istante che il suo progetto potesse riguardare anche me. Per me era chiaro: il centro della serata sarebbe stata lei. Io sarei stato il marito complice, il maschio presente, quello che concede e partecipa, quello che guarda la propria donna diventare il fuoco di un desiderio condiviso.
Nei giorni successivi, Felicia cominciò a cercare. Io ero con lei, ma in realtà fu lei a guidare tutto. Guardava i profili con attenzione, scartava senza esitazione quelli troppo volgari, quelli pieni di frasi scontate, quelli che sembravano più interessati a vantarsi che a capire una coppia.
«Questo no» diceva. «Troppo teatrale.» Ed io: «Questo?» «No. Troppo aggressivo. Non mi piace chi confonde dominio e cafoneria.»
Poi, una sera, si fermò davanti a un profilo. «Ecco.» Mi avvicinai allo schermo. L’uomo si chiamava Marco. Cinquant’anni, separato, fisico asciutto, volto maturo, barba corta brizzolata. Nelle foto non c’era ostentazione. Niente pose volgari, niente muscoli esibiti come merce. Solo uno sguardo fermo, adulto, diretto.
«Questo mi piace» disse Felicia.
«Sì» risposi. «È diverso dagli altri.»
«È quello giusto.»
Lo disse con una sicurezza che avrei dovuto notare meglio. Ma non vi lessi altro che il desiderio di una donna che aveva finalmente trovato il profilo adatto alla propria fantasia.
«Lo contattiamo?»
Felicia scosse la testa.
«Lo contatto io.»
«Da sola?»
«Sì. Il desiderio è mio. Voglio spiegarglielo io.»
Non ebbi nulla da obiettare. Anzi, la cosa mi parve naturale. Era lei che voleva essere al centro di due uomini; era giusto che fosse lei a parlare, a scegliere il tono, a stabilire il confine tra eleganza e volgarità.
Quello che non sapevo era che Felicia, nel messaggio, non gli raccontò soltanto la fantasia che aveva raccontato a me. Gli scrisse che desiderava una serata a tre, nella propria casa, con il marito presente. Gli disse che voleva sentirsi al centro di due maschi, ma aggiunse anche la parte che a me aveva taciuto: voleva un bull bisex attivo, capace di desiderare anche il marito. Non per improvvisare, non per forzare, ma per aprire davanti a me una possibilità che lei sospettava da tempo e che io non avevo mai voluto nominare.
Marco rispose con chiarezza. Era attratto dalle donne, ma anche dagli uomini. Era attivo, dominante, esperto nel leggere le situazioni. Non amava le ambiguità sporche né le imposizioni. Se il marito fosse stato coinvolto, avrebbe dovuto saperlo e accettarlo.
Felicia allora gli propose il patto. Non mi avrebbe detto nulla prima. La serata sarebbe cominciata come io credevo: lei al centro, lui come bull per lei, io come marito complice e partecipe. Solo quando Felicia avesse ritenuto il momento giusto, avrebbe dato a Marco un segnale convenuto. Un gesto semplice: avrebbe portato la mano alla collana che indossava sempre nelle serate speciali. Solo allora Marco avrebbe dichiarato apertamente la propria bisessualità e il vero progetto sarebbe stato svelato anche a me. Non prima.
Marco accettò, ma pose una condizione: dopo la rivelazione, nessun passo sarebbe stato fatto senza il mio consenso.
Felicia accettò. Era audace, non irresponsabile. Voleva sorprendermi, mettermi davanti alla verità, non travolgermi contro la mia volontà. Io, però, non sapevo nulla.
La sera stabilita, Felicia preparò casa con una cura quasi rituale. Lenzuola pulite, luci basse, musica discreta, vino buono. Indossò un abito nero aderente, elegante, con una scollatura misurata e provocante. Al collo portava la sua collana sottile, quella con il piccolo pendente d’argento. Per me era solo un dettaglio. Per lei e Marco era il segnale.
Quando lui arrivò, capii subito perché Felicia lo avesse scelto. Alto, asciutto, spalle larghe, mani grandi, sguardo calmo. Non aveva l’atteggiamento arrogante di chi deve dimostrare qualcosa. Aveva la sicurezza naturale di chi sa stare dentro una stanza senza riempirla di parole inutili.
«Ernesto» disse, stringendomi la mano.
«Marco.»
Poi salutò Felicia. Due baci sulle guance, un indugio appena percettibile, una complicità che attribuii alla conversazione già avvenuta fra loro. Non vi lessi nulla di più.
Bevemmo in soggiorno. Felicia era splendida. Seduta tra noi, parlava poco e lasciava che fossero gli sguardi a lavorare. Ogni gesto sembrava confermare ciò che io credevo: quella era la sua serata. Lei voleva sentirsi osservata, scelta, desiderata. Marco la guardava con misura, ma senza nascondere l’attrazione. Io sentivo crescere dentro di me quel misto di orgoglio e inquietudine che Felicia sapeva accendere come nessun’altra.
A un certo punto Marco disse:
«Felicia mi ha spiegato il suo desiderio con molta precisione.»
Annuii.
«Vuole essere il centro.»
«Sì» rispose lui. «E sa esserlo.»
Felicia sorrise. Poi si alzò, venne verso di me, mi baciò lentamente e subito dopo si voltò verso Marco. Lo baciò davanti ai miei occhi, senza fretta, senza teatro, con una naturalezza che mi fece salire il sangue alle tempie.
«Vado in bagno» dissi improvvisamente. «Voi fate i... bravi.»
Aggiunsi la frase con un sorriso malizioso. Poteva sembrare una battuta. Invece era un messaggio cifrato per Felicia. Mentre io mi assentavo, lei avrebbe potuto dare inizio alle danze. A suo piacimento. Mi eccitava l’idea di rientrare trovandola già alle prese con l’ospite di turno.
E la scena fu esattamente come me l’ero immaginata.
Felicia era in ginocchio davanti a Marco, che era seduto sul divano. Braghe e mutande erano già calate fino alle caviglie, le gambe divaricate e la testa di Felicia chinata verso il suo basso ventre. Da dove mi trovavo non potevo vedere altro, ma era più che evidente cosa stesse facendo. La testa andava su e giù. A volte si fermava, poi riprendeva il suo movimento alternato. Gli stava praticando una fellatio con grande impegno.
Mi avvicinai e le sollevai il busto, come per distoglierla da quel “lavoro”, ma lei non mollò la presa del fallo di Marco. La bocca era diventata una ventosa. Mi consentì però di restare reclinata, con la schiena rivolta verso di me. Le sollevai la gonna e infilai la testa fra le sue cosce. Il minuscolo perizoma non opponeva alcun ostacolo alla mia lingua, che trovò le grandi labbra della vagina già umide. Afferrai le natiche e spinsi la testa, come per volerla ficcare dentro di lei. La mia bocca accoglieva tutta la sua vagina e, mentre aspiravo, con la lingua cercavo il suo clitoride turgido e imbevuto del suo umore.
Marco si alzò e solo in quel momento potei vedere il suo arnese.
“Davvero messo bene”, pensai.
La nerchia del nostro ospite puntava in alto, turgida, lucida. Faceva onore al profilo da bull. Senza indugiare oltre, Felicia si sfilò gonna e perizoma e, con un balzo felino, si aggrappò a Marco, cingendogli la vita con le gambe e il collo con le braccia, ponendosi a cavalcioni intorno al suo busto.
Marco la sollevò ulteriormente, mettendole le mani sotto i glutei. Poi la fece scendere sul suo cazzo. La impalò tutta. Lei, aiutandosi con le braccia, cominciò a cavalcarlo. Io, seduto sul divano, potevo vedere il cazzo di Marco che entrava e usciva dalla vagina di Felicia. La scena mi fece salire la libidine al massimo e dissi a Marco:
«Siedila sul mio cazzo.»
Lui, senza alcuno sforzo, sollevò Felicia con entrambe le braccia, afferrandola dai glutei, e la pose delicatamente sul mio grembo. Lei, adagiandosi, cercò il mio cazzo e lo posò sull’orifizio anale. Fu il suo peso a determinare la penetrazione. La monella si era preparata a questa eventualità, e il cazzo scivolò facile, fino in fondo.
Divaricando le gambe, Felicia prese la testa di Marco fra le mani e l’avvicinò alla sua vagina. Poi Marco si alzò in piedi e le offrì il cazzo, che lei prese in bocca senza esitare. Subito dopo il bull le sollevò le gambe e la penetrò. Io, da dietro, sentivo la pressione del suo membro che premeva contro le pareti che dividono la vagina dall’ano. Cominciammo una lunga doppia, e Felicia mugolava dal piacere mentre noi esploravamo il suo corpo con i nostri membri assetati del suo umore.
Felicia tra noi. Felicia desiderata. Felicia che guidava i tempi.
Passammo in camera e tutto continuò sotto la sua regia silenziosa. Era lei che decideva le posizioni e come dedicarsi all’uno o all’altro. E noi, ubbidienti, eravamo lì a soddisfare le sue voglie di femmina dominante. Io non avevo motivo di pensare ad altro. Ero dentro la fantasia che lei mi aveva raccontato: lei al centro di due maschi.
Poi accadde.
Felicia, distesa sul letto, con gli occhi accesi e il respiro più profondo, portò lentamente una mano alla collana. Non fu un gesto casuale. La vidi sfiorare il pendente d’argento e tenerlo tra le dita per qualche secondo. Per me non significava nulla. Per Marco sì.
Lui si fermò. Non in modo brusco, ma netto. Mi guardò con una calma diversa, più diretta.
«Ernesto» disse. «C’è una cosa che devo dirti prima di andare oltre.»
Io sollevai lo sguardo, ancora convinto che si trattasse di un dettaglio legato a Felicia, alla serata, ai limiti del gioco.
«Dimmi.»
Marco parlò senza abbassare gli occhi.
«Io non sono soltanto etero. Sono bisex attivo. Felicia lo sa. Mi ha scelto anche per questo.»
Il silenzio calò nella stanza.
Guardai Felicia. Lei non sorrise. Non finse. Non cercò una via di fuga.
«Tu lo sapevi» dissi.
«Sì.»
«E non me lo hai detto.»
«No.»
La fissai, spiazzato. Non avevo sospettato nulla. Non avevo avanzato ipotesi, non avevo intuito un progetto nascosto. Fino a quel momento avevo creduto davvero che tutto ruotasse intorno a lei.
«Perché?»
Felicia si sollevò appena, il lenzuolo sul corpo, la collana ancora tra le dita.
«Perché volevo che arrivassi fin qui senza difenderti prima del tempo. Volevo che vedessi Marco come uomo, come bull, come presenza accanto a me. Solo dopo volevo che sapessi il resto.»
«Il resto sarei io?»
«Il resto è una possibilità che riguarda anche te.»
«Una possibilità?»
«Sì. Non un obbligo. Non una trappola. Una possibilità.»
Marco rimase fermo. Non fece un passo verso di me. Non usò il silenzio per dominare. Anzi, arretrò leggermente, come a lasciare spazio alla mia reazione.
«Felicia mi ha parlato del suo progetto» disse. «Ma le ho detto una cosa chiara: nessuno decide per te. Io posso desiderarti, posso dichiararlo, posso farti capire che ti voglio. Ma tutto il resto deve venire da te.»
Quelle parole mi impedirono di rifugiarmi nella rabbia. Avrei preferito poter dire che ero stato messo davanti a un fatto compiuto. Non era così. Ero stato condotto fino a una soglia, sì. Ma nessuno mi stava spingendo oltre.
Felicia mi guardò con intensità.
«Ernesto, io volevo essere al centro di due maschi. Questo era vero. Ma volevo anche un bull capace di vedere entrambi. Capace di prendere me e, se tu lo avessi voluto, di prendere anche te. Volevo scoprire cosa saresti diventato davanti a questa possibilità.»
Mi sentii nudo in un modo diverso. Non per il corpo, ma per l’improvvisa esposizione di una parte di me che avevo sempre tenuto in ombra. Mi ero dichiarato etero mille volte. Lo ero, o almeno così mi ero sempre raccontato. Ma Felicia conosceva le crepe, le eccezioni, i momenti in cui, con figure ambigue e dominanti, avevo lasciato accadere cose che poi avevo archiviato come episodi isolati.
Marco non era ambiguo. Era un uomo. Maschio. Virile. Presente. E proprio questo rendeva tutto più difficile.
«Se dico no?» chiesi.
Felicia rispose subito.
«Finisce qui. Oppure resta solo la mia serata con lui, se tu vuoi restare a guardare. Oppure lo salutiamo e basta.»
Guardai Marco.
«E tu?»
«Io rispetto il no. Sempre.»
Rimasi in silenzio. La sorpresa bruciava ancora, ma sotto quella scossa sentivo muoversi qualcosa di più pericoloso: curiosità, turbamento, eccitazione. Non volevo ammetterlo. Non subito. Non davanti a loro.
Felicia scese dal letto e venne verso di me. Mi prese il viso tra le mani.
«Non devi rispondermi da uomo ferito nell’orgoglio. Rispondimi da uomo che sa ascoltarsi.»
«Mi hai messo davanti al mio destino?» dissi, quasi con amarezza.
Lei scosse la testa.
«No. Ti ho messo davanti a una scelta. Il destino lo diventa solo se lo riconosci.»
Quella frase mi colpì più di quanto avrei voluto.
Marco restò a distanza. Felicia mi baciò piano, senza pretendere. In quel bacio non c’era trionfo. C’era attesa. C’era il rischio che io dicessi no. C’era anche la certezza che, qualunque fosse stata la risposta, da quel momento non avremmo più potuto fingere di non sapere.
«Ho bisogno di decidere io» dissi.
«Sì» rispose Felicia.
«E se dico sì, mi fermo quando voglio.»
Marco annuì.
«Sempre.»
La stanza sembrò respirare con me. Guardai Felicia, poi Marco. Mi resi conto che la vera soglia non era il corpo di lui, né il desiderio di lei. Era la parola che avrei pronunciato.
«Sì» dissi infine. «Voglio capire fin dove posso arrivare.»
Felicia chiuse gli occhi per un istante, come se quella frase l’avesse attraversata. Marco non sorrise in modo volgare. Mi guardò con rispetto, poi si avvicinò lentamente.
Da quel momento la serata cambiò natura. Felicia restò il centro, ma non più nel modo semplice che mi aveva fatto immaginare. Era il centro perché aveva costruito tutto. Era il centro perché aveva scelto l’uomo, il momento, il segnale, la rivelazione. Era il centro perché il suo desiderio aveva spalancato una porta che io non avrei mai aperto da solo.
Marco fu dominante, ma attento. Felicia fu complice, regista, amante. Io fui, per la prima volta, non soltanto marito e spettatore, ma parte viva di un gioco che mi riguardava più di quanto avessi creduto.
Quando sentii la sua presenza farsi più vicina, il mio primo impulso fu ancora quello di irrigidirmi.
Felicia mi guardò.
«Respira.»
Respirai.
Marco non prese nulla che non gli fosse stato concesso. Ma quando capì che non mi stavo più sottraendo, la sua sicurezza diventò più decisa. Cinse le sue braccia possenti sopra le mie spalle. Non saprei descrivere le sensazioni di quel momento: paura, curiosità, vergogna. Non saprei. Abbracciai Felicia come per farmi proteggere da quell’energumeno che minacciava la mia verginità anale. Lei, baciandomi profondamente, mi strinse a sé e poi, allargando le braccia, abbracciò anche Marco, che si trovò con il torace appoggiato alla mia schiena.
Poi Felicia portò le mani sulle mie natiche e le dilatò. Marco mi lubrificò l’orifizio e infilò prima un dito, che mi parve già grosso come un cazzo, poi un altro e poi un terzo. Il lubrificante rendeva agevole l’operazione, ma non senza dolore. Ed egli, incurante dei miei lamenti, roteava le dita, le faceva uscire e poi rientrare: una, due, tre e poi non so quante altre. Forse tutte.
Quando ritenne il pertugio ben lubrificato, sentii il peso del suo membro premere. Ed entrare. Un male boia. Ma ormai non potevo desistere dall’essere io il centro di quei due delinquenti. Mi lasciai andare, inarcando la schiena e offrendo il mio buco, ormai violato, all’ariete che mi stava ravanando lo sfintere.
Intanto Felicia si era posta sotto di me e mi prese il cazzo in bocca. Da quella posizione poteva vedere agevolmente ciò che stava accadendo al mio deretano. Io mi ritrovai la sua vagina a portata di bocca e, mentre Marco continuava imperterrito a deflorarmi il culo, io mi lanciai in un cunnilingus che era più una bevuta a una fontana zampillante.
Felicia mi venne in bocca con i suoi umori. Io scaricai il mio sperma nella sua gola. Marco, sfilandosi da me e togliendosi il profilattico, offrì il suo cazzo alla bocca di Felicia. Ma lei non fece in tempo. Fui prima io, ormai libero da ogni decoro etero maschile, ad agguantare la sciabola del bull. Lo ingoiai fino in fondo alla gola. Sentivo la sua cappella premere contro la mia ugola ma, stranamente, non ebbi nessun conato di rigetto. Mi piaceva quell’asta dura, calda ma morbida allo stesso tempo.
Gli presi i testicoli tra pollice e indice e, stringendoli, spingevo il suo membro profondamente nella mia gola. Felicia credo ebbe un attimo di gelosia per quella mia inaspettata bramosia. Si avventò anche lei e, quasi strappando il membro dalla mia bocca, lo prese lei. Tutto. Fino in gola. E mi guardava ammiccando un occhiolino di soddisfazione.
Ci passammo quell’archibugio fra la mia e la sua bocca finché egli esplose in un orgasmo che allagò i nostri visi e le nostre bocche. La libido era irrefrenabile. Leccammo io ciò che era sul suo viso e lei ciò che era sul mio e nelle rispettive bocche. Il sapore acidulo mi ricordava il kefir. Per nulla fastidioso.
Rimanemmo tutti e tre distesi, Felicia al centro, con le mani posate sul mio cazzo e su quello di Marco.
«Vi è piaciuto?» chiese a un certo punto.
Marco sorrise e le baciò un seno. Io non risposi subito.
«Mi sconvolge.»
«Non ti ho chiesto questo.»
La guardai. Lei voleva la verità, non una difesa elegante.
«Sì» dissi. «Mi è piaciuto.»
Il suo sorriso fu lento, profondo, appagato.
La notte proseguì senza fretta, tra pause, sguardi, acqua bevuta dal bicchiere sul comodino e silenzi carichi. Marco non ebbe mai bisogno di esagerare. La sua forza stava nella misura. Felicia, invece, era luminosa. Era riuscita a essere il centro di due maschi e, allo stesso tempo, a portarmi dove non avevo mai pensato di arrivare.
Quando tutto finì, restammo distesi in silenzio. Felicia era tra noi, con una mano sul mio petto. La collana d’argento le brillava ancora sul collo, innocente e colpevole insieme.
Marco se ne andò che ormai era giorno, con discrezione. Alla porta mi strinse la mano come aveva fatto all’arrivo. Solo che ora quella stretta aveva un significato diverso.
Quando tornai in camera, Felicia era seduta sul letto, avvolta nel lenzuolo.
«Sei arrabbiato?» chiese.
Mi sedetti accanto a lei.
«Un po’.»
Lei annuì.
«Lo capisco.»
«Hai deciso tutto tu.»
«Ho preparato tutto io» disse. «Ma non ho deciso per te.»
«Mi hai nascosto la parte più importante.»
«Sì.»
«Perché?»
Felicia abbassò lo sguardo sulla collana, poi tornò a guardarmi.
«Perché se te lo avessi detto prima, avresti detto no senza ascoltarti. Avresti chiuso la porta prima ancora di vedere cosa c’era dietro. Io volevo portarti davanti alla porta. Ma sei stato tu ad aprirla.»
Rimasi in silenzio. Era una spiegazione discutibile, forse persino pericolosa, ma non potevo negare la parte essenziale: quando la scelta era arrivata, era stata mia.
«Pentito?» chiese.
Scossi la testa.
Felicia si avvicinò e mi baciò la spalla.
«Contento?»
La guardai a lungo.
«Sì. Ma non chiamarlo destino.»
Lei sorrise piano.
«No. Lo chiamerò desiderio.»
La strinsi a me.
Solo allora capii che Felicia non aveva voluto semplicemente essere al centro di due maschi. Aveva voluto costruire una scena in cui il suo desiderio diventasse la chiave del mio. Aveva scelto Marco, aveva concordato il segnale, aveva custodito il segreto fino al momento esatto in cui la verità avrebbe avuto un corpo, una voce, uno sguardo.
E quella notte, più di ogni altra, capii che il centro non è sempre chi viene guardato. A volte è chi immagina, chi prepara, chi conduce. A volte il centro è una donna capace di trasformare una fantasia in una rivelazione, e due uomini abbastanza onesti da scoprire, davanti a lei, di non essere esattamente ciò che credevano.
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