Scambio di Coppia
Il Gioco del Castello
CoppiaFelix2024
07.04.2026 |
3.730 |
5
"E in quella camera senza personale, aperta da un codice anonimo digitato su un tastierino metallico, il vero lusso non fu la discrezione del luogo..."
L’annuncio lo avevamo scritto insieme, Felicia ed io, limandolo parola dopo parola come si limano certe frasi che non devono piacere a tutti, ma arrivare precise a chi sa riconoscerle:“Cerchiamo coppia o singolo oppure singola per realizzare un racconto basato su storia vera. Il racconto sarà ambientato partendo dal Castello di Poppi per poi trasferirsi in una residenza intorno alla zona. Quello che si cerca è la complicità in un racconto ‘vero’ dove si percorrono le strade della condivisione e della trasgressione. Sono esclusi comportamenti volgari, violenti o fuori contesto. Altri dettagli saranno forniti soltanto a chi riteniamo ‘interessanti’ ed effettivamente interessati.”
Non cercavamo rumore.
Non cercavamo volgarità.
Non cercavamo neppure quella falsa libertà che, troppo spesso, altro non è se non sciatteria con pretese di coraggio.
Cercavamo complicità. Quella vera. Quella che sapesse reggere il peso di un gioco sottile, di una trasgressione adulta, di una storia che, prima ancora di farsi racconto, sapesse diventare atmosfera, intelligenza, tensione condivisa. Avevamo scritto che tutto sarebbe partito dal Castello di Poppi per poi spostarsi in una residenza poco distante. Avevamo scritto che volevamo una storia vera. E avevamo chiarito, senza lasciare margine all’equivoco, che sarebbero rimasti fuori i comportamenti volgari, violenti, fuori contesto.
Le risposte furono molte.
Quasi tutte inutili.
Poi arrivò la loro.
Daniele e Paola. Toscani. Coppia matura. Con esperienza, ma senza quella smania di esibirla che tradisce sempre gli inesperti. Poche parole, tutte al posto giusto. Nessuna enfasi, nessuna posa, nessuna fretta. Il tono di chi non ha bisogno di promettere troppo, perché sa già come stare dentro certi territori. Fu questo a colpirmi subito. E colpì anche Felicia.
Ricordo ancora il modo in cui lesse il loro messaggio sul telefono, con quella calma vigile che negli anni avevo imparato a riconoscere come il primo segnale del suo interesse. Poi alzò gli occhi e disse soltanto:
«Questi hanno capito.»
Aveva ragione.
Nei giorni successivi ci scrivemmo senza fretta. Messaggi brevi, precisi. Accenni. Ironie leggere. Piccole sonde reciproche per capire non solo che cosa desiderassimo, ma soprattutto in quale forma lo desiderassimo. Perché la differenza stava tutta lì. Il desiderio, da solo, non significa quasi nulla. È la sua grammatica a renderlo elegante oppure ridicolo.
Decidemmo di incontrarci a Poppi nel tardo pomeriggio, quando il castello cominciava a svuotarsi e le sale parevano tornare a respirare per conto proprio.
Arrivammo poco prima dell’ora stabilita. Il borgo aveva quella bellezza raccolta e severa che invita ad abbassare la voce senza che nessuno lo chieda. Felicia camminava al mio fianco con un’andatura che conoscevo bene: non ostentata, ma pienamente consapevole dell’effetto che produceva.
Aveva scelto un abito lungo, morbido, aperto lungo una gamba fino a lambire il limite del consentito. A ogni passo la stoffa si schiudeva appena, lasciando intravedere la linea della coscia e il disegno scuro delle autoreggenti. Era un dettaglio quasi insolente proprio perché trattenuto dentro un’eleganza impeccabile. In lei non c’era mai nulla di casuale. E quando costruiva con quella cura la propria apparizione, io capivo sempre che il gioco era già cominciato, anche se nessuno aveva ancora mosso davvero la prima tessera.
Daniele e Paola ci aspettavano nel cortile interno, sotto un arco di pietra.
Daniele era esattamente come lo avevo immaginato: un uomo maturo, composto, con quel tipo di sobrietà che non cerca di imporsi e proprio per questo finisce per farlo. Ma fu Paola, inevitabilmente, a fermare davvero il mio sguardo.
Portava una camicia bianca e una minigonna. Nulla, in apparenza, di complicato. Eppure bastò un istante per capire che quella semplicità era costruita con intelligenza. La camicia le cadeva sul corpo con una morbidezza che non occultava, semmai suggeriva. Sotto quel bianco discreto si intuiva una pienezza viva, non costretta, non disciplinata da alcun artificio. Non servì vedere. Bastò capire. E spesso il capire risultò più destabilizzante del vedere.
Le sue gambe avevano quella bellezza piena e adulta che non domanda conferma a nessuno. Tornite, affusolate, sicure del proprio potere senza alcun bisogno di esibirlo. Ogni piccolo spostamento del peso pareva trovare nella minigonna una complice perfetta.
Ci salutammo con cordialità, come persone che stavano per condividere una visita e non molto altro. Ma sotto quella superficie impeccabile io avvertii subito una seconda scena, invisibile e già attiva: la scena degli sguardi che si misuravano, delle pause che acquistavano peso, delle prime lievi frizioni che nessuno nominava e tutti registravano.
Entrammo.
L’interno del castello ci accolse con il fresco della pietra, il legno scuro, l’eco leggera dei passi e quella luce trattenuta che filtrava dalle finestre strette come se anch’essa dovesse chiedere permesso. Parlare lì dentro costringeva tutti a un tono basso. E certi toni bassi, lo avevo sempre pensato, sono già una forma di prossimità.
Paola si muoveva con una lentezza naturale che attirava l’attenzione più di qualunque ostentazione. Felicia la osservava di sbieco, senza mai fissarla davvero. Era un modo tutto suo di guardare le donne: apparentemente distratto, in realtà attentissimo. Da parte mia, bastò osservare Daniele per capire che anche lui aveva colto il senso di quell’incontro: non forzare nulla, non anticipare niente, lasciare che fosse l’atmosfera a scegliere il ritmo.
In una sala affrescata ci fermammo davanti a una finestra da cui si aprivano le colline. Paola si mise accanto a Felicia per osservare meglio il panorama, ma la vicinanza fra loro fu troppo precisa per risultare innocente. Le spalle quasi si sfiorarono. La camicia di Paola si mosse appena mentre si sistemava una ciocca di capelli. L’abito di Felicia si aprì un poco di più lungo la gamba. Nessuna delle due arretrò.
Io e Daniele restammo appena indietro.
«Bel modo di conoscersi», disse lui, guardando fuori.
«Meglio di un tavolo in un bar», risposi.
Sorrise appena.
«Molto meglio. Qui le persone si controllano di più. E proprio per questo lasciano trapelare di più.»
Quella frase bastò a dirmi che eravamo sulla stessa linea.
Continuammo attraverso sale sempre più silenziose. La tensione cresceva in modo curioso: non per accumulo di gesti, ma per precisione di dettagli. Paola che si chinava appena su una teca, costringendomi a notare il taglio della camicia. Felicia che incrociava le gambe mentre ascoltava Daniele spiegare qualcosa su un affresco, lasciando che l’apertura dell’abito tradisse deliberatamente la presenza delle autoreggenti. Daniele che parlava con lei senza mai sfiorarla, collocandosi ogni volta a una distanza che rendeva il mancato contatto più eloquente del contatto stesso.
Fu nella biblioteca che capii che il pomeriggio aveva oltrepassato la soglia della semplice curiosità.
C’era poca gente. Gli scaffali, il legno scuro, la luce bassa: tutto componeva una specie di raccoglimento sensuale, quasi monastico. Paola si avvicinò a un leggio, Felicia la seguì. Le vidi chine sulla stessa pagina, troppo vicine perché si trattasse soltanto di interesse per un manoscritto. La voce di Paola, quando parlò, si abbassò ancora.
«Il tuo vestito è una provocazione molto ben educata.»
Felicia sorrise senza guardarla subito.
«Detto da te vale doppio.»
Paola rise piano.
Era un suono basso, adulto, perfettamente a proprio agio con se stesso.
Daniele mi si avvicinò quel tanto che bastò a condividere la scena.
«Ci stanno già portando dove vogliono loro», disse.
«Forse è esattamente quello che volevamo», risposi.
Lui annuì, senza fretta. E fu lì che sentii nascere la nostra intesa maschile: non nella competizione, ma nel riconoscimento lucido di stare assistendo a qualcosa che andava lasciato accadere con eleganza.
Quando uscimmo dalla biblioteca, il castello pareva ancora più vuoto. Le sale successive erano attraversate da una luce obliqua, quasi serale. I passi risuonavano con maggiore chiarezza. Anche il silenzio tra noi era cambiato. Non era più il silenzio di chi prende confidenza. Era il silenzio di chi aveva già aperto una porta e ora decideva, insieme agli altri, quanto spalancarla.
Nella grande sala quasi spoglia avvenne il passaggio decisivo.
Ci fermammo tutti e quattro, senza ragione apparente, intorno a un lungo tavolo di legno. Paola appoggiò le dita sul bordo. Felicia fece lo stesso dal lato opposto. Io guardai l’una, poi l’altra. Daniele osservava la scena con quel mezzo sorriso che, in certi uomini, è una forma di intelligenza applicata al desiderio.
«In fondo», disse Paola, «il vostro annuncio era chiarissimo.»
«Solo per chi sa leggere», rispose Felicia.
Paola la guardò negli occhi.
«No. Era chiarissimo proprio perché non diceva troppo.»
Sentii un brivido lento attraversarmi. Non per le parole in sé, ma per ciò che stavano sancendo: avevano accettato il patto. Lo avevano compreso fino in fondo. Non eravamo lì per precipitare in qualcosa di grossolano. Eravamo lì per costruire una tensione comune, una complicità a quattro, una trama di sguardi e sottintesi destinata a proseguire oltre il castello, nella residenza poco distante che avevamo scelto come seconda scena del racconto.
Ma la verità era che la parte più pericolosa stava accadendo proprio lì, fra quelle mura antiche.
Perché in luoghi come il Castello di Poppi il desiderio non irrompe.
Si deposita.
Si affila.
Si veste di buone maniere.
E poi resta immobile davanti a te, aspettando che sia tu a fare il passo decisivo.
Uscimmo con quella sensazione addosso. Il cielo tratteneva ancora un ultimo chiarore sopra le colline, e la strada verso la residenza sembrava la prosecuzione naturale di ciò che avevamo appena messo in moto: non un cambio di scena, ma un restringersi dell’aria intorno a noi.
Il bed & breakfast si trovava poco fuori dal centro, in una casa di pietra restaurata con misura, senza ostentazione. Luci basse ai lati dell’ingresso, finestre chiuse, nessun rumore umano. Nessuna reception. Nessun campanello da suonare. Solo il portoncino, un tastierino metallico e quella forma contemporanea di discrezione che rende certi luoghi quasi perfetti per chi non vuole essere osservato.
Paola estrasse il telefono dalla borsa e cercò il messaggio con il codice.
La vidi illuminata appena dallo schermo. La camicia bianca, nella sera, pareva ancora più nitida, più essenziale. Felicia le si avvicinò quel tanto che bastò per leggere insieme a lei. Le loro spalle quasi si toccarono. Io e Daniele restammo dietro, senza intervenire, come se anche quel gesto minimo — l’apertura di una porta — dovesse appartenere a loro.
«Eccolo», disse Paola a bassa voce. «Tre lettere, due numeri, poi ancora una lettera.»
«Molto romantico», mormorò Daniele.
Felicia sorrise.
«Dipende da come si entra.»
Paola sollevò lo sguardo verso di lei per un istante, poi posò le dita sui tasti. Ogni suono del tastierino parve più forte del normale, come accade quando il silenzio intorno è assoluto e dentro di te senti già di stare oltrepassando una soglia ulteriore.
Il portoncino emise un piccolo scatto elettrico.
Nessuno si mosse subito.
Fu uno di quei momenti minimi che cambiarono il tono di un’intera serata: una porta aperta, quattro persone ferme, il tempo necessario a capire che da lì in poi non ci sarebbe più stato alcun filtro fra noi e la qualità reale del patto appena stretto.
Entrammo.
L’atrio era piccolo, ordinato, con pietra a vista e un corridoio che portava a una scala in legno. Una lampada a parete diffondeva una luce calda, sufficiente a rendere tutto accogliente senza dissolvere del tutto l’ombra. Sul tavolino d’ingresso, una cartellina con le istruzioni essenziali: Wi-Fi, colazione, uscita, numeri utili. La scrittura impersonale di quelle indicazioni aveva qualcosa di quasi ironico, in contrasto con la densità dell’aria fra noi.
Daniele prese la cartellina e la sfogliò appena.
«È confortante», disse, «che il mondo continui a preoccuparsi del Wi-Fi mentre altrove succedono cose molto più interessanti.»
Questa volta ridemmo tutti, ma a bassa voce, come se il castello ci avesse lasciato addosso una disciplina che nessuno aveva ancora voglia di perdere.
La scala conduceva al piano superiore. Salimmo lentamente e già quel semplice salire, in fila spezzata, con i passi attutiti dal legno, produsse un effetto quasi teatrale. Paola davanti, poi Felicia, poi io e Daniele. Le figure si componevano e si scomponevano a ogni gradino. La luce sfiorava i profili, il bianco della camicia, il taglio dell’abito di Felicia, il corrimano liscio sotto la mano.
Al pianerottolo c’erano tre porte. La nostra era l’ultima in fondo.
Paola si voltò appena.
«Sembra quasi studiato.»
«Lo è», disse Felicia. «Solo che non sappiamo da chi.»
Daniele mi guardò con un mezzo sorriso.
«Forse da quelli che costruiscono certi posti sapendo che la discrezione, da sola, è già metà dell’atmosfera.»
Aprii la porta con la seconda chiave elettronica che avevo trovato nella cassetta interna. La camera era più grande di quanto immaginassi. Travi a vista, pavimento in cotto, tende color avorio, una poltrona vicino alla finestra e un letto ampio, perfettamente rifatto, con quella cura impersonale e silenziosa che hanno i luoghi preparati per accogliere senza fare domande. Sul lato opposto, una porta socchiusa lasciava intuire il bagno, illuminato da una luce più fredda. Sul tavolino basso, una bottiglia d’acqua, quattro bicchieri e un vassoio con qualche biscotto confezionato.
Il contrasto fra la normalità quasi anonima della stanza e la tensione raccolta che ci accompagnava era, in qualche modo, perfetto.
Felicia entrò per prima e si fermò al centro della camera, lenta, guardandosi intorno non come un’ospite, ma come qualcuno che prendeva le misure di una scena. Paola rimase vicino alla finestra, sfiorando con due dita la tenda, senza aprirla. Daniele appoggiò la giacca sullo schienale della poltrona. Io chiusi la porta dietro di noi e sentii il piccolo clic della serratura come un suono più intimo di quanto avrebbe dovuto essere.
«È curioso», disse Paola, quasi tra sé, «come certi posti senza volto finiscano per diventare i più adatti a certi incontri.»
Felicia si voltò verso di lei.
«Perché non impongono niente. Lasciano che siano le persone a dare il tono.»
Quelle parole restarono sospese fra noi con la leggerezza e il peso delle verità semplici.
Mi avvicinai al tavolino e versai l’acqua nei bicchieri, un gesto necessario quasi quanto respirare. Daniele ne prese uno, ma senza bere subito. Paola e Felicia no. Restarono a osservarsi in quella distanza breve che aveva ormai perduto qualunque innocenza. Non c’era sfida, non c’era fretta. C’era quella forma più adulta e rara di attenzione in cui ogni donna riconosceva nell’altra non un ostacolo, ma una possibilità.
Felicia si sedette sul bordo della poltrona invece che sul letto, e la scelta mi parve tutt’altro che casuale. Il suo abito seguì il movimento con una lentezza appena studiata; la linea della gamba, la trama scura delle autoreggenti, il taglio dell’apertura laterale ricomposero attorno a lei la stessa tensione che aveva acceso il castello, ma in un registro diverso: meno immaginario, più vicino, più presente.
Paola non si sedette subito. Appoggiò soltanto una mano al davanzale, poi si voltò verso di noi con un sorriso lieve.
«Adesso mi è chiara una cosa.»
Daniele la guardò.
«Solo una?»
Lei ignorò la battuta. Guardava Felicia, non lui.
«Che il castello serviva a scegliere il silenzio giusto. Qui, invece, bisogna scegliere cosa farne.»
Nessuno rispose immediatamente, perché era vero.
Nel castello la tensione era stata custodita dall’architettura, dalle pietre, dai libri, dalla scoperta. In quella camera, invece, non c’era più nulla a fare da schermo: nessuna sala da attraversare, nessuno scaffale da aprire, nessun pretesto culturale. Restavano solo quattro adulti, una stanza raccolta, una porta chiusa e la qualità del patto costruito fino a quel momento.
Daniele bevve finalmente un sorso d’acqua.
«Allora direi che la domanda è semplice.»
«Quale?», chiesi.
Lui posò il bicchiere.
«Siamo ancora dentro un racconto o siamo entrati nella parte in cui il racconto comincia davvero?»
Felicia alzò gli occhi verso di me. Non verso Paola. Non verso Daniele. Verso di me. In quello sguardo c’era la stessa lucidità che avevo visto poco prima: niente esitazione, niente teatralità. Solo una scelta calma, piena, condivisibile.
Poi si alzò dalla poltrona.
Lo fece con una grazia così semplice da risultare quasi spietata. Fece due passi nella stanza, si fermò a metà strada tra me e Paola e lasciò che il silenzio facesse il resto.
«Comincia adesso», disse.
E in quella camera senza personale, aperta da un codice anonimo digitato su un tastierino metallico, il vero lusso non fu la discrezione del luogo.
Fu il fatto che, ormai, nessuno di noi avesse più bisogno di fingere. E fu una notte di quelle che non si dimenticano. La prima di una lunga serie dove i corpi perdono la dimensione della riservatezza e si "danno" senza riserve.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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