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Il Matrimonio di mia cognata


di Membro VIP di Annunci69.it CoppiaFelix2024
05.03.2025    |    3.630    |    9 9.9
"Le succhiavo la vagina intera quando un fiotto di liquido acidulo mi inondò la bocca..."
Era nervosa, la mia giovane cognata, sorella di mia moglie, nei giorni che precedevano il suo matrimonio.
Trentadue anni, un corpo slanciato e un seno di quinta misura, pieno, appuntito, con capezzoli turgidi.
Il futuro marito era un buon ragazzo, ma aveva sempre un’aria distratta, forse per i troppi pensieri.
Io avevo sempre guardato mia cognata con malizia, senza che nessuno se ne accorgesse, ovviamente.
Ma lei sì. Notavo che, quando la guardavo e i nostri occhi si incrociavano, un’espressione maliziosa le serpeggiava sul viso.
La fantasia volava quando, a casa di sua madre, con la quale abitava, la vedevo aggirarsi per le stanze con una vestaglietta leggera, corta e semi-sbottonata sul davanti, senza reggiseno. Sembrava farlo di proposito.
Non si sottraeva ai miei sguardi, anche se io facevo di tutto per non farmi cogliere “interessato” alle sue posture, che mettevano in risalto le sue forme.
Fantasticavo con la mente, pur sapendo che oltre la fantasia non sarei potuto andare.
Questo, però, non mi impediva di eccitarmi immaginandola prona o inginocchiata, con il mio cazzo in bocca.
Ciò che sembrava impossibile, soltanto un remoto desiderio, si materializzò quando il suo futuro marito la informò, un paio di giorni prima del matrimonio, che sarebbe andato con alcuni amici a festeggiare l’addio al celibato.
— E io che faccio? — replicò lei. — Le mie amiche sono tutte impegnate e non posso festeggiare un bel niente!
Lo disse stizzita.
— Non è certo colpa mia — soggiunse lui. — Organizzati. Di certo non posso portarti con me.
Il pomeriggio successivo, le tre donne decisero di andare in città per alcune commissioni, lasciando me da solo a badare alla casa.
Ma proprio mentre stavano per uscire, mia cognata disse che non sarebbe andata perché aveva dimenticato di mettere in ordine alcuni documenti importanti per il matrimonio, che sarebbero serviti il giorno dopo.
Mia moglie e mia suocera uscirono, e io rimasi solo con lei.
Indossava un pantalone, una camicia a fiori e una giacca nera.
Niente di erotico.
Io ripresi le mie faccende: la lettura di un manuale. Lei si ritirò nella sua stanza.
Benché un pensierino malizioso mi frullasse per la testa, lo scacciai subito e ripresi la lettura del manuale dal punto in cui l’avevo interrotta.
— Lo vuoi un tè? — mi raggiunse la sua voce.
— Sì, grazie! — le risposi.
La sentii armeggiare in cucina mentre, immaginai, stava preparando la bevanda.
Poco dopo arrivò con il tè e dei biscotti.
Ma si era cambiata.
Indossava la consueta veste da casa, con l’abbottonatura sul davanti, ma quasi del tutto aperta. La chiusura era appena assicurata da una sottile cintura di stoffa. I bottoni infilati nelle asole erano soltanto un paio e lasciavano la veste leggera in gran parte spalancata.
— Quanto zucchero? — mi chiese, come se nulla fosse, adagiando il vassoio sul tavolino basso.
— No, niente zucchero — specificai. — Lo prendo amaro.
Lei si sedette sullo stesso divano dove ero seduto io. La posizione le metteva in mostra le gambe, e lo sguardo arrivava fin su. Indossava uno slip rosso traforato e si intravedeva il pube.
Ebbi una scossa di adrenalina, ma finsi indifferenza e sorseggiai il tè bollente.
Mia cognata mi guardava maliziosamente.
— Ti vedo turbato — mi disse. — C’è qualcosa che non va?
— No… no — soggiunsi. — Ma tu, al posto mio, con una bella donna in déshabillé che ti guarda con occhi maliziosi, come ti sentiresti?
— Be’ — disse lei — di certo sarei eccitata, se fossi al posto tuo…
Lo disse aprendo leggermente le gambe. Così facendo, poggiò una mano tra le cosce, facendola arrivare fino alle mutandine.
— Cognatina… lo hai dimenticato che fra qualche giorno ti sposi? — le dissi, non troppo convinto di fare la cosa giusta.
— Certo che non lo dimentico… ma il mio futuro marito ha detto che, per il mio addio al nubilato, devo organizzarmi. E credo che a te non dispiaccia se lo festeggiamo insieme.
— Ma figurati! — mi affrettai a dirle.
Meglio in famiglia che con estranei, soggiunsi.
Così facendo mi avvicinai a lei, infilando una mano tra le sue cosce.
Reclinò la testa all’indietro, distendendosi e slacciando del tutto la veste.
Tutto il suo “intimo” era costituito dal piccolissimo slip rosso che, per meglio definirlo, era un perizoma traforato, incapace di lasciare spazio alla fantasia. Era inserito tra le grandi labbra della vagina, completamente depilata.
Mi inginocchiai davanti a lei e le divaricai le gambe. Afferrai le sue natiche con entrambe le mani e l’avvicinai alla mia bocca.
Spostai il sottile perizoma e cominciai a leccarle delicatamente il clitoride.
Lei, con le dita, dilatò le grandi labbra per facilitarmi il compito, e la mia lingua incontrò il turgore del suo grilletto vaginale, già eccitato e umido.
Mugolava dal piacere e, inarcando la schiena, puntellandosi con i piedi, si offriva a me.
Le stringevo le natiche e ne assaporavo l’umore come se stessi bevendo da un decanter pieno di nettare.
La lingua la penetrava e lei, afferrandomi la nuca, mi spingeva verso di sé con forza, come se volesse farmela entrare tutta nella vagina.
Non riuscivo a respirare. Mi divincolai e mi alzai.
Tirai giù la patta dei pantaloni e le parai davanti il mio membro già eretto.
Prenderlo in bocca fu un attimo.
Muoveva la testa avanti e indietro, e il mio membro scompariva completamente nella sua bocca, fino alla radice.
Era molto brava. La lingua faceva la sua parte, roteando intorno al glande ogni volta che fuoriusciva dalle sue labbra.
Con una mano mi stringeva i testicoli e, dilatando la bocca, cercava di ingoiare asta e testicoli contemporaneamente.
Ero eccitatissimo e le sarei esploso in gola se non l’avessi interrotta.
La girai e, mettendola in ginocchio verso la spalliera del divano, mi si parò davanti un fondo schiena che sembrava il posteriore di una chitarra.
Mi chinai e la lingua le passò dalla vagina al buco dell’ano, rosa come il bocciolo di una rosa.
Le infilai le dita nella vagina, che grondava umore. Non trascurai quel buchino che, pur stretto, mi invitava a penetrarlo.
Bagnai le dita con la saliva e infilai l’indice nell’ano.
Non proferì parola. Inarcò ulteriormente la schiena e, con entrambe le mani, dilatò le natiche.
Infilai anche il medio e, roteando la mano, vi feci entrare anche l’anulare. I suoi mugolii si trasformarono in lamenti di piacere.
— Sfondami! — mi disse.
Ed io eseguii senza indugi.
Appoggiai il glande all’orifizio e spinsi.
Un urlo accompagnò il mio movimento.
Mi fermai, ma lei, risoluta, mi ordinò di continuare.
Aumentai la pressione: sentivo il suo sfintere stringersi intorno al glande e, infine, cedere alla mia spinta.
Afferrandola per le spalle, la traevo verso di me mentre spingevo e ritraevo il membro. Sembrava lo stantuffo di una locomotiva a vapore.
Il suono dei colpi che le assestavo faceva aumentare la mia libido. Tutto era amplificato dal sudore che imperlava i nostri corpi, avvinghiati “a cucchiaio”.
Io, sopra e dietro di lei, non davo tregua al suo culo, che lei stessa dilatava allargando le natiche.
Avevo voglia di inondarla, ma mi fermai per godere ancora di quel momento di possesso.
La girai e, rovesciandola in posizione 69, mi alzai e le offrii la mia cappella, che scomparve nella sua bocca.
Il suo clitoride, turgido e umido, si prestava a essere succhiato. Sembrava un piccolo pene.
Le divaricai le grandi labbra e immersi la lingua dentro di lei.
Urlava, la poverina.
Eravamo entrambi incuranti del fatto che avremmo potuto essere colti in flagrante, in quel peccaminoso oltraggio alla fedeltà coniugale.
Il mio membro le navigava in bocca e lei non trascurava il mio foro anale, infilandovi lingua e dita.
Una sodomia di rara libidine.
Le succhiavo la vagina intera quando un fiotto di liquido acidulo mi inondò la bocca.
Era troppo per riuscire ancora ad apparire un indomito macho.
Sentii lo spasmo dell’orgasmo scendere dallo stomaco verso le gonadi. Il cazzo cominciò a palpitare e, spingendolo in profondità, le inondai la gola.
I fiotti di sperma le riempirono gola e bocca.
Non mi fermai finché lo spasmo non si placò.
Lei ripulì per bene il glande e ingoiò tutto lo sperma.
Rimanemmo avvinghiati l’uno all’altra per alcuni minuti. In silenzio.
Poi, alzandomi, le chiesi:
— Pentita?
— E perché? — mi rispose. — Non abbiamo mica ammazzato qualcuno!
Le sorrisi, accarezzandole la testa.
Ci ricomponemmo. Lei andò a rivestirsi come l’avevano lasciata la sorella e la madre.
Poi si mise a riordinare le sue carte.
Io tornai a sbrigare alcune email da evadere.
Quando madre e sorella rientrarono, non vi erano tracce del nostro rapporto.
Sono trascorsi alcuni anni e, di tanto in tanto, ci concediamo ancora una rimpatriata.
Non proviamo rimorsi né sensi di colpa.
Ma in cuor mio si è affacciato un nuovo, perverso pensiero: fare sesso con lei e mia moglie contemporaneamente.
Ma questa è un’altra storia…
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