trio
Una triplice per Felicia
CoppiaFelix2024
27.12.2024 |
1.421 |
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"Era splendida nella sua libertà, nella naturalezza con cui accettava e restituiva desiderio..."
Dopo giorni di lavoro duro, di pensieri accumulati e di stanchezza addosso, io e mia moglie Felicia decidemmo che era arrivato il momento di concederci un pomeriggio alla nostra maniera. Non una semplice evasione, non una distrazione qualunque, ma uno di quegli incontri capaci di riaccendere complicità, desiderio e fantasia, lasciandoci addosso quella sensazione elettrica che solo certe situazioni ben costruite sanno regalare.Contattammo Riccardo, uno dei nostri amici “singoli”, una persona che già conoscevamo e che aveva la possibilità di ospitare in una casa accogliente, riservata e non troppo lontana dalla nostra. Riccardo fu subito disponibile. Non ci sorprese: l’ultima volta, che poi era stata anche la prima, Felicia era rimasta molto soddisfatta. Cosa che, va detto, non le accadeva spesso. Lei è una donna esigente, istintiva ma selettiva, capace di lasciarsi andare soltanto quando percepisce intelligenza, misura, attenzione e rispetto.
Riccardo, sotto questo profilo, aveva saputo distinguersi. Era una persona a modo, gentile, brillante, mai invadente. Soprattutto, sapeva farsi guidare. Aveva capito che, conoscendo io profondamente i gusti di Felicia, bastava uno sguardo per comprendere ciò che andava bene e ciò che invece era meglio evitare. In certe situazioni, la differenza non la fa soltanto il desiderio, ma la capacità di leggere l’atmosfera, di cogliere i segnali, di fermarsi un attimo prima di rovinare l’incanto.
Restammo dunque d’accordo che ci saremmo rivisti a casa sua, in un pomeriggio in cui tutti avremmo potuto liberarci senza fretta. Il giorno dopo, però, Riccardo mi chiamò. Pensai subito che volesse rimandare, come era già successo altre volte per colpa dei nostri impegni. Invece il tono della sua voce era diverso: prudente, ma divertito.
«Devo dirti una cosa» esordì.
«Dimmi.»
«Un mio amico ha visto il vostro profilo su A69. Ha letto i feedback che ci siamo scambiati e… diciamo che è rimasto molto colpito. Dalle foto, dai video, ma soprattutto dal modo in cui vi raccontate.»
Sorrisi, immaginando già dove volesse andare a parare.
«E quindi?» chiesi.
«Be’… vorrebbe essere della partita anche lui. Naturalmente solo se per voi non è un problema e se a Felicia può fare piacere un incontro a quattro.»
Rimasi qualche secondo in silenzio. Non per chiusura, ma per valutare bene. Con Felicia non si improvvisa mai nulla, soprattutto quando entra in gioco una persona nuova.
«È bisex?» chiesi, più per capire il tipo di situazione che per altro.
«No, no, assolutamente» si affrettò a chiarire Riccardo. «Anzi, ha molti feedback da coppie e singole. Lo descrivono tutti come una persona educata, pulita, rispettosa. E poi… anche molto dotato, se devo essere sincero.»
«Ti farò sapere» risposi. «Prima ne devo parlare con Felicia. Però già da ora ti dico una cosa: vogliamo vedere almeno una foto normale. Come sai, non ci piacciono gli incontri al buio.»
«Te la mando subito.»
Pochi minuti dopo arrivarono due immagini: una foto normale, semplice, e una seconda più da profilo, con il viso opportunamente censurato. In effetti era un bel ragazzo, anche se “ragazzo” era un modo di dire: dichiarava quarant’anni, ma ne dimostrava qualcuno in meno. Fisico curato, sguardo sicuro, nessuna ostentazione volgare.
Felicia, lo sapevo, non impazziva per uomini più giovani della sua età. Non perché non li trovasse piacevoli, ma perché spesso li considerava troppo ansiosi di dimostrare qualcosa. E lei detestava gli uomini che vogliono recitare una parte. Tuttavia, i feedback di Antony — così si chiamava — erano tutti eccellenti. Coppie e singole ne parlavano con entusiasmo, sottolineando non soltanto le sue qualità fisiche, ma anche la discrezione, la calma, la capacità di stare al gioco senza imporsi.
Le mostrai le foto con naturalezza, senza spingerla in alcuna direzione. Felicia osservò in silenzio, poi lesse alcuni feedback. La vidi sorridere appena.
«Sembra educato» disse.
«Sì. E Riccardo garantisce.»
«Tu che ne pensi?»
«Penso che, se ti incuriosisce, possiamo conoscerlo. Ma solo alle nostre condizioni.»
Felicia mi guardò con quella sua espressione maliziosa, quella che conosco bene e che spesso vale più di una risposta.
«Allora conosciamolo.»
Mandai un messaggio a Riccardo, confermando che l’incontro con lui e Antony si poteva fare. Restava solo da trovare il pomeriggio giusto, quello in cui tutti avremmo potuto liberarci senza orologi, senza telefonate, senza il fastidio del mondo esterno. Naturalmente a casa sua, nella più assoluta riservatezza.
«Metti lo spumante in frigo» gli raccomandai. «Sai che a Felicia piace quello dolce.»
«Tranquillo» rispose lui. «Sono un esperto in vini di qualità.»
Poco dopo mi richiamò.
«Come ci organizziamo?» gli chiesi. «Antony sarà già da te quando arriviamo?»
Riccardo esitò un istante, poi abbassò la voce, come se stesse confidandomi un’idea proibita.
«Potremmo fare una sorpresa a Felicia.»
«Sorpresa di che tipo?»
«Una cosa elegante, controllata. Iniziamo noi tre. Tu, io e lei. Le mettiamo una benda sugli occhi, se è d’accordo, e giochiamo sul tatto, sull’attesa, sulle mani. Poi Antony entra più tardi, senza parlare. Non per ingannarla, ma per costruire quel momento di sospensione in cui lei capisce che qualcosa sta cambiando, ma non sa ancora esattamente cosa.»
Rimasi in silenzio, immaginando la scena. Poteva funzionare, ma doveva essere tutto chiarissimo prima.
«Riccardo, la sorpresa va bene solo se Felicia accetta prima l’idea. Non deve esserci niente di ambiguo.»
«Certo. Lo davo per scontato.»
Ne parlai con lei la sera stessa. Felicia ascoltò, fece qualche domanda, poi sorrise. L’idea della benda la incuriosiva. Le piaceva quel gioco di fiducia, purché fosse gestito da me e purché lei potesse togliersela in qualsiasi momento. Stabilimmo una parola semplice per fermare tutto, anche se sapevamo che probabilmente non sarebbe servita. Ma certe libertà sono davvero tali solo quando hanno un confine chiaro.
L’incontro avvenne la sera del giorno dopo.
Arrivammo da Riccardo senza troppi convenevoli, ma con quell’eccitazione trattenuta che rende ogni gesto più intenso. La casa era calda, ordinata, profumata appena. Sul tavolo del salotto c’erano quattro calici e una bottiglia di spumante dolce già pronta nel secchiello. Riccardo ci accolse con il suo solito sorriso elegante. Era rilassato, ma nei suoi occhi si leggeva la stessa attesa che sentivo crescere dentro di me.
Felicia era splendida. Indossava una gonna in similpelle e una camicia traforata di pizzo che lasciava intuire le forme generose del seno, sostenuto da un reggiseno importante, più provocante per ciò che prometteva che per ciò che mostrava. Aveva scelto quel vestito con apparente casualità, ma io sapevo bene che nulla, in lei, era davvero casuale quando decideva di sedurre.
Bevemmo lo spumante lentamente, parlando del più e del meno. Ma le parole erano soltanto un velo sottile. Sotto, tutto era già cominciato. Lo capii dal modo in cui Felicia accavallava le gambe, dal modo in cui Riccardo la guardava cercando di non apparire troppo impaziente, dal silenzio che si allungava tra una frase e l’altra.
A un certo punto mi avvicinai a lei con la mascherina di seta tra le dita.
«Ti va?» le chiesi.
Felicia mi guardò, poi guardò Riccardo. Sorrise.
«Mi fido.»
Gliela sistemai sugli occhi con lentezza. Quel semplice gesto cambiò immediatamente l’atmosfera. Felicia, privata della vista, sembrò diventare ancora più presente. Ogni respiro, ogni minima reazione del corpo, ogni inclinazione del capo acquistava significato.
Io e Riccardo cominciammo a spogliarla senza fretta. La gonna venne via subito, aperta dalla cerniera con un suono secco e sottile che nel silenzio sembrò quasi amplificato. La camicia scivolò dalle spalle dopo pochi bottoni, lasciando il pizzo abbandonato sul pavimento come una promessa mantenuta. Felicia rimase immobile, ma il suo respiro era già più profondo. Non vedeva, e proprio per questo sentiva tutto.
La facemmo distendere sul letto. Riccardo aveva preparato un olio aromatico dal profumo orientale, caldo, speziato, persistente. Ne versai un poco tra le mani e cominciai a massaggiarle le spalle, mentre lui si occupava delle gambe. Il corpo di Felicia, poco alla volta, perse ogni rigidità. La pelle divenne lucida, morbida, viva sotto le nostre dita. Ogni carezza era studiata, ogni passaggio misurato. Non c’era fretta. La vera eccitazione nasceva proprio da quella lentezza.
Felicia si lasciava guidare. A tratti sorrideva, a tratti mordeva appena il labbro inferiore. Quando le nostre mani si facevano più audaci, non si ritraeva. Anzi, sembrava cercare quel contatto, offrirsi al gioco, riconoscere nella nostra attenzione una forma di devozione.
Poi, silenziosamente, Antony entrò nella stanza.
Non disse nulla. Non doveva dire nulla. La sua presenza modificò l’aria prima ancora che Felicia potesse capirlo davvero. Io lo vidi fermarsi sulla soglia, osservare la scena con rispetto e desiderio. Riccardo gli fece un cenno appena percettibile. Antony si avvicinò al letto e attese il momento giusto, senza impazienza.
Quando le sue mani si posarono su Felicia, lei ebbe un lieve sussulto.
«Chi è?» sussurrò.
Io le accarezzai i capelli.
«Una sorpresa. Ma sai già tutto. Sei tu che decidi.»
Felicia rimase immobile per qualche secondo. Poi sorrise.
«Allora continuate.»
Da quel momento il gioco cambiò intensità. Le mani non erano più due, né quattro. Erano sei. Mani diverse, pressioni diverse, modi diversi di cercarla. Felicia sembrava smarrirsi piacevolmente in quella moltiplicazione di attenzioni. Non sapeva sempre distinguere chi la toccasse, e proprio quella incertezza la rendeva ancora più sensibile. Il suo corpo rispondeva prima ancora delle parole.
La benda rimase al suo posto a lungo. Non perché fosse costretta, ma perché Felicia voleva prolungare quel mistero. Era come se l’assenza della vista le permettesse di abitare un desiderio più profondo, più istintivo. Noi tre la circondavamo senza sovrastarla, guidati dai suoi segnali, dai suoi movimenti, dai suoi sospiri.
Quando finalmente si tolse la mascherina, lo fece da sola. Aprì gli occhi lentamente, come chi riemerge da un sogno. Vide Antony davanti a sé. Lui le sorrise con una delicatezza inattesa e le accarezzò il viso, poi il seno, con calma, quasi chiedendole ancora una volta il permesso.
Felicia lo studiò per qualche istante. Poi si voltò verso di me.
«Avevi ragione» disse. «È una bella sorpresa.»
Da lì in poi non ci fu più bisogno di molte parole. La complicità prese il posto della conversazione. Riccardo, Antony e io ci alternammo intorno a lei con una naturalezza sorprendente, come se quella scena fosse stata pensata da tempo e ora trovasse finalmente il suo ritmo. Felicia era al centro di tutto, non come oggetto di desiderio, ma come regista silenziosa della nostra devozione. Bastava un gesto della mano, una posizione del corpo, uno sguardo, e noi capivamo.
Il suo piacere cresceva a onde. A volte si abbandonava completamente, altre volte tornava padrona della scena, imponendo il tempo, rallentando, provocando, sorridendo con quella malizia che in lei è insieme dolcezza e sfida. Era splendida nella sua libertà, nella naturalezza con cui accettava e restituiva desiderio.
La stanza si riempì di respiri, di pelle lucida, di calore, di parole sussurrate. Il tempo perse consistenza. Non c’erano più pomeriggio, sera, impegni, telefoni, lavoro. C’eravamo soltanto noi quattro, raccolti in una bolla privata, lontana dal mondo e dalle sue ipocrisie.
Io osservavo Felicia e provavo una miscela potente di desiderio, orgoglio e tenerezza. Vederla così libera, così viva, così padrona del proprio piacere, mi dava una soddisfazione difficile da spiegare. Non era solo eccitazione. Era complicità profonda. Era sapere che quel gioco esisteva perché tra noi c’era fiducia. Una fiducia costruita negli anni, fatta di parole dette e non dette, di confini rispettati, di fantasie condivise senza giudizio.
Riccardo si confermò l’uomo attento che conoscevamo. Antony, invece, fu la vera sorpresa. Non ebbe mai un gesto fuori posto, mai una parola eccessiva. Sapeva essere presente senza diventare invadente. E Felicia, che sa riconoscere immediatamente la differenza tra sicurezza e arroganza, lo accolse nel gioco con crescente naturalezza.
Il piacere arrivò più volte, in forme diverse, ora lento e profondo, ora improvviso e travolgente. Felicia lo attraversò senza trattenersi, lasciando che il corpo parlasse per lei. Quando la vidi abbandonarsi sul letto, con i capelli sparsi sul cuscino e il sorriso stanco di chi ha ricevuto esattamente ciò che desiderava, capii che quell’incontro sarebbe rimasto tra i nostri ricordi migliori.
Alla fine ci ritrovammo tutti sul letto, sfiniti, sudati, spettinati, felici. Per qualche minuto nessuno disse nulla. Si sentivano soltanto i respiri che tornavano lentamente regolari. Riccardo si alzò per aprire la finestra. Antony rise piano, come se non trovasse le parole. Io accarezzai una spalla di Felicia, ancora calda e profumata d’olio.
Lei rimase distesa tra noi, gli occhi socchiusi, poi allungò una mano verso il comodino e afferrò il calice ormai vuoto.
«Be’…» disse con voce roca e divertita. «Non c’è altro spumante?»
Riccardo scoppiò a ridere.
«Altro spumante?»
Felicia si voltò verso di noi, con quello sguardo da donna soddisfatta ma tutt’altro che doma.
«Certo. Fra un po’ si ricomincia.»
Ebbe il coraggio di dirlo davvero. Noi tre ci guardammo, disfatti e felici, consapevoli che Felicia, quando decideva di essere la regina del gioco, non aveva alcuna pietà per i suoi poveri uomini.
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