Lui & Lei
L'insegnante d'Inglese
CoppiaFelix2024
07.01.2025 |
973 |
3
"Il contrasto tra la delicatezza delle sue mani e la decisione del gesto mi fece tremare..."
Comprendere, scrivere e leggere — insomma, conoscere davvero una lingua straniera — richiede impegno quotidiano, costanza, disciplina e una certa ostinazione. Non basta imparare qualche parola, memorizzare frasi fatte o affidarsi alla sicurezza ingannevole dei traduttori automatici. Una lingua bisogna abitarla, sentirla addosso, lasciarla entrare nei pensieri fino a quando smette di essere un esercizio e diventa quasi un riflesso naturale.Seguire corsi di lingua pubblicizzati come veloci, facili e miracolosi è, nella maggior parte dei casi, solo un modo elegante per buttare via soldi e tempo.
È indubbio che la lingua inglese sia l’idioma più parlato nel mondo degli affari, dei viaggi, della tecnica e delle relazioni internazionali, anche se lo spagnolo, a livello planetario, ha una diffusione enorme. Ciò nonostante, il mio primo insegnante di inglese sosteneva che chi non parla inglese non conosce l’altra metà del mondo. E aveva ragione.
In qualsiasi parte del mondo io mi sia trovato, l’inglese era lì: negli aeroporti, negli alberghi, nei cantieri, nei porti, nei ristoranti, nelle trattative di lavoro, nelle conversazioni occasionali. Tranne in alcuni Paesi, come il Giappone o la Russia, dove farsi capire può diventare una piccola impresa quotidiana. Per fortuna, oggi, le nuove tecnologie mettono a disposizione applicazioni e traduttori automatici capaci di risolvere almeno i più elementari problemi di “sopravvivenza”.
Ma da qui ad affermare che non ci sia più bisogno di imparare una lingua straniera, grazie ai traduttori automatici, ce ne corre.
Soprattutto per uno come me, che per lavoro è obbligato a continui contatti con persone che non parlano l’italiano.
Per questo, da anni, mi impegno nello studio della lingua inglese. È un allenamento continuo, senza il quale ciò che si apprende, se non viene ripetuto con costanza, si dissolve poco alla volta. E ci si ritrova, quasi senza accorgersene, al punto di partenza.
Il metodo migliore sarebbe vivere per un lungo periodo in un luogo dove si è immersi nella lingua che si vuole imparare. Sentirla per strada, nei negozi, alla radio, nei discorsi della gente. Ma non sempre è possibile. Non per tutti, almeno.
Io ho risolto adottando un tutor madrelingua con il quale discorrere, parlare, scrivere, ascoltare e correggere ogni giorno i miei errori.
Non tutti i tutor, però, sono all’altezza del compito.
Dopo averne cambiati diversi, finalmente ho trovato una docente madrelingua inglese capace non solo di insegnare, ma di farmi desiderare di imparare. Parlava benissimo anche l’italiano e mi guidava con fermezza, pazienza e una sottile ironia nella comprensione della sua lingua natìa.
Si chiamava Clarissa.
Aveva quarantacinque anni, era originaria di Bristol, città marittima a ovest di Londra, famosa per i suoi cantieri navali, per l’odore di mare e ferro, per quella concretezza un po’ ruvida che lei stessa sembrava portarsi addosso, anche nei modi più raffinati.
Clarissa era laureata in lingua italiana e si era trasferita in Italia per perfezionare i suoi studi e approfondire la conoscenza della storia dell’arte. Dell’Italia sapeva molto più di tanti italiani. Parlava di Caravaggio, Bernini, Canova e Michelangelo con una precisione che mi stupiva ogni volta. Aveva un accento inglese ancora percepibile, elegante, appena arrotondato, che rendeva ogni parola italiana più lenta, più gustosa, quasi più carnale.
Fra me e lei si era stabilito un rapporto di vera amicizia. O almeno così credevo all’inizio.
Ogni giorno che passava, però, la vedevo in una luce diversa.
Non era più soltanto la mia insegnante.
Non era più soltanto la donna colta, brillante, severa quando sbagliavo una costruzione verbale o un tempo composto.
Da un po’ avevo cominciato a osservarla come donna. Come femmina.
Notavo il modo in cui si vestiva. Le gonne morbide, spesso a campana, che le accarezzavano le cosce quando camminava. Le camicette leggere, mai volgari ma sempre abbastanza sottili da lasciar intuire qualcosa. I movimenti lenti delle mani quando apriva un libro, quando correggeva un mio esercizio, quando si portava una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Cercavo di osservarla in controluce.
Lei lo sapeva. Ne ero certo.
Non faceva nulla per celare quelle sue trasparenze. Anzi, sembrava compiacersene con naturalezza, come se la mia attenzione silenziosa fosse diventata parte della lezione. Un esercizio non dichiarato, un dialogo parallelo fatto di sguardi trattenuti, pause più lunghe del necessario, sorrisi appena accennati.
Le lezioni che organizzava erano sempre a tema. Quando l’argomento lo consentiva, lo ambientava in un luogo reale. Fare la spesa? Si andava in un supermercato e si nominava in inglese ciò che si decideva di comprare. Prenotare una camera? Si simulava una telefonata a un hotel. Chiedere informazioni? Si saliva su un autobus, su un treno, o ci si fermava davanti a una biglietteria.
Lei cercava di ricostruire una situazione da perfetti inglesi. E funzionava.
Funzionava così bene che spesso mi dimenticavo di essere a lezione.
L’altra settimana mi chiese di andare a casa sua per pianificare le lezioni successive.
La sua voce, al telefono, aveva qualcosa di diverso. Era calma, come sempre, ma più bassa. Più morbida.
«Come around tomorrow afternoon. We need to plan something different.» Qualcosa di diverso.
Quelle parole mi rimasero addosso per tutto il giorno successivo.
Arrivai a casa sua con qualche minuto di anticipo. Era un appartamento luminoso, ordinato, con pochi mobili scelti bene, libri ovunque e un profumo lieve di lavanda e legno pulito. Suonai. Attesi.
Quando aprì la porta, per un istante dimenticai perfino perché fossi lì.
Clarissa indossava una leggera sottoveste rosa, quasi impalpabile. Un tessuto sottile, morbido, che sembrava appoggiato sul suo corpo più che indossato. Sotto, un sottilissimo perizoma dello stesso colore. E basta. Null’altro.
Niente reggiseno. Nessuna vestaglia. Nessuna finzione.
La luce del pomeriggio filtrava da dietro di lei e ne disegnava i fianchi, il seno, la curva del ventre, le gambe nude.
Rimasi di stucco. Imbarazzato.
Non sapevo davvero cosa pensare.
Non che la situazione mi dispiacesse. Al contrario. Mi colpì con una violenza improvvisa, quasi fisica. Ma ero del tutto impreparato a tanta confidenza, a quella nudità appena velata, a quella sfida muta che lei mi stava lanciando senza muovere un passo.
«Complimenti», le dissi, cercando di apparire il più distaccato possibile.
Poi, in inglese, continuai:
«You are very beautiful, sexy and delightful in that see-through dress.» Lei sorrise.
Non un sorriso pieno. Un sorriso lento, consapevole.
«Thank you very much. Today we’re going to have a lesson on how to handle a situation where you find yourself romantically courting a woman.»
Poi tradusse, quasi per gioco:
«Grazie molte. Oggi faremo una lezione su come gestire una situazione in cui ti trovi a dover fare la corte, romanticamente, a una donna.»
Fece un passo verso di me. Poi un altro.
Il pavimento sembrava non fare rumore sotto i suoi piedi nudi.
«Are you ready?» «Sei pronto?»
Il cazzo già mi scoppiava nei pantaloni.
Lei se ne accorse. Abbassò appena lo sguardo, lentamente, senza alcuna fretta. Poi tornò a guardarmi negli occhi.
Non disse nulla.
Quello sguardo valeva più di qualsiasi frase.
Le cinsi la schiena con un braccio, avvicinandola a me. Sentii il calore del suo corpo attraverso quella stoffa leggerissima. Sentii il suo seno premere contro il mio petto. Sentii il suo respiro cambiare.
«Clarissa...» dissi piano. «Certe cose non hanno bisogno di grandi discorsi. E neppure di conoscere una lingua diversa dalla propria.» Lei socchiuse le labbra.
Fu un invito. Le infilai la lingua in bocca.
All’inizio fu un bacio quasi trattenuto, come se entrambi volessimo fingere ancora per qualche secondo che quella fosse davvero una lezione. Poi la finzione cadde. Le sue mani mi afferrarono le spalle, le mie scesero lungo la sua schiena, seguendo la linea morbida dei fianchi. La sua lingua cercò la mia, la trovò, la spinse, la inseguì.
Le presi delicatamente la lingua tra le labbra e la succhiai. Lei gemette nella mia bocca. Fu un suono breve, soffocato, ma sufficiente a farmi perdere ogni prudenza.
Il suo corpo si abbandonò contro il mio. Il pube premeva con decisione contro la mia erezione, come se volesse misurarla, provocarla, sentirla tutta attraverso i pantaloni.
La guidai verso il divano senza smettere di baciarla.
Lei si lasciò accompagnare, ma non era passiva. Anzi, ogni suo movimento sembrava studiato per aumentare la mia impazienza. Mi sfiorava il collo, il petto, la cintura. Mi guardava come una donna che aveva deciso da tempo dove voleva arrivare e si godeva il momento esatto in cui anche io lo capivo. Le sfilai la sottoveste. La stoffa scivolò lungo il corpo e cadde ai suoi piedi.
Clarissa rimase davanti a me quasi nuda, con quel perizoma sottile che più che coprire sembrava indicare dove guardare. Il seno era pieno, vivo, i capezzoli tesi, scuri, duri per l’eccitazione.
Mi chinai su di lei.
Le presi un capezzolo tra le labbra e lo succhiai lentamente.
Lei reclinò la testa all’indietro.
«Oh, Ernest...»
Il mio nome, pronunciato con il suo accento inglese, mi entrò nella pelle.
Le mie mani le percorrevano i fianchi, il ventre, la schiena. La sentivo vibrare. Non era più l’insegnante controllata, misurata, elegante. Era una donna calda, presente, affamata di contatto.
Mentre le succhiavo il seno, mi liberai dei pantaloni e degli slip con movimenti impacciati dalla fretta. Il cazzo uscì duro, gonfio, teso.
Lei lo guardò. Poi si inginocchiò davanti a me. Non disse nulla.
Mi afferrò con entrambe le mani. Con una cingeva i testicoli, con l’altra stringeva l’asta, lisciandola lentamente dalla base alla cappella. Il contrasto tra la delicatezza delle sue mani e la decisione del gesto mi fece tremare.
Avvicinò la bocca. Prima lo baciò. Poi passò la lingua sulla punta, raccogliendo la prima umidità. Lo fece con una lentezza crudele, guardandomi dal basso, come se volesse studiarmi anche in quel momento, come se anche il mio piacere fosse materia della sua lezione.
«You must learn to be patient», sussurrò.
Devi imparare a essere paziente.
Ma io non avevo più pazienza.
Le afferrai la testa con entrambe le mani, senza brutalità ma con decisione, e lei aprì la bocca. Il cazzo scomparve tra le sue labbra, caldo, stretto, accolto fino in fondo.
Mi fermai per non soffocarla. Ma fu lei a spingere ancora.
Mi prese più profondamente, con una fame che non mi aspettavo. La sua lingua lavorava sotto l’asta, le labbra stringevano, la gola accoglieva. Sentii il suo respiro spezzarsi, ma non si ritrasse. Anzi, aumentò il ritmo, tenendomi per i fianchi, obbligandomi quasi a restare lì.
Il piacere saliva troppo in fretta..Mi staccai da lei con fatica. La sollevai, la feci distendere sul divano e le aprii le gambe.
Il perizoma era ormai inutile. Lo spostai di lato con due dita e trovai il suo sesso già gonfio, caldo, bagnatissimo. Le grandi labbra erano umide, aperte, lucide. Il suo odore mi colpì: intenso, femminile, mescolato alla lavanda del profumo e al sudore leggero della pelle.
Affondai il viso tra le sue cosce.
Lei sussultò.
La mia lingua la percorse lentamente, dal basso verso l’alto, raccogliendo il suo umore. Poi insistetti, più a fondo, più deciso. La sentii contrarsi. Le sue dita mi entrarono nei capelli. Mi spinse contro di sé.
«Don’t stop... please, don’t stop...» Non smettere. Non avevo nessuna intenzione di smettere.
La leccai come se volessi impararla a memoria. Ogni reazione. Ogni tremito. Ogni piccolo cedimento del respiro. Ogni movimento del bacino. Clarissa non era silenziosa. Gemeva, parlava, alternava parole inglesi e italiane, perdeva il controllo della lingua proprio lei che della lingua aveva fatto il suo mestiere.
Poi, con un movimento improvviso, si sollevò e mi spinse indietro.
Mi sedetti sul tappeto, contro il divano.
Lei mi montò sopra il viso. Senza esitazione.
Si sedette sulla mia bocca e cominciò a muoversi. Prima lentamente. Poi con più forza. Mi cavalcava il volto, afferrandomi per le orecchie, per i capelli, per le spalle. Il suo sesso mi copriva la bocca, il naso, il mento. Respiravo a fatica, ma il suo piacere era talmente intenso che mi sembrava di nutrirmene.
Urlò.
Il primo orgasmo la attraversò come una scossa. Le cosce le tremarono ai lati del mio viso. Il corpo si irrigidì, poi cedette. Sentii il suo liquido colarmi addosso, bagnarmi la bocca, il mento, il torace.
Non si fermò.
Continuò a muoversi, più sporca, più libera, più vera.
Quando finalmente scese da me, aveva gli occhi lucidi e il respiro corto.
Mi guardò come se mi vedesse per la prima volta. Poi sorrise.
«Very good, Ernest. But the lesson is not finished.»
Molto bene, John. Ma la lezione non è finita.
Mi spinse sul divano e si distese accanto a me, poi mi guidò sopra di lei, rovesciandoci in un 69 naturale, affamato, quasi inevitabile.
La sua bocca tornò sul mio cazzo nello stesso istante in cui la mia lingua tornò tra le sue gambe.
Da quel momento non ci fu più nulla di ordinato. Nessuna eleganza apparente.
Solo bocche, mani, umori, respiri, carne.
Lei succhiava con forza, con una violenza crescente, come se volesse strapparmi il piacere dal corpo. Io le mordevo piano le grandi labbra, poi le leccavo, poi affondavo la lingua, cercando di aspirare tutto il suo sesso. Sentivo il suo sapore cambiare, diventare più intenso, più caldo, più abbondante.
A un certo punto inarcò la schiena. La bocca le si staccò da me.
Gridò.
Un orgasmo lungo, interminabile, la travolse. Il suo corpo tremava contro il mio viso, il suo sesso pulsava sulla mia lingua, il suo umore mi riempiva la bocca.
Il piacere di sentirla godere così mi spinse oltre.
Mi voltai, mi sollevai e le portai il cazzo alla bocca. Lei lo accolse subito, ancora scossa dall’orgasmo, ancora bagnata di sudore e desiderio. Le sue labbra si chiusero attorno a me. La lingua mi avvolse.
Non resistetti.
Affondai nella sua bocca ed eiaculai come raramente mi era successo.
Lei non si ritrasse.
Non si fece sfuggire nulla.
Ingoiò tutto, lentamente, con una calma quasi provocatoria, fino a quando non rimase neppure una goccia. Poi mi guardò, passandosi la lingua sulle labbra, come se avesse appena concluso una spiegazione perfettamente riuscita.
Eravamo entrambi bagnati di sudore, saliva e umori sessuali.
Rimanemmo avvinchiati per diversi minuti, senza parlare.
La stanza era silenziosa, attraversata solo dal nostro respiro ancora irregolare. La luce del pomeriggio era cambiata. Si era fatta più bassa, più calda. Clarissa appoggiò la testa sul mio petto e con un dito disegnò piccoli cerchi sulla mia pelle.
Poi sollevò il viso.
Aveva di nuovo quell’espressione da insegnante.
Solo che ora era nuda, spettinata, arrossata, con gli occhi ancora pieni di piacere.
«Ernest», disse piano, «you are a bad student.»
Sorrisi. Lei continuò:
«And I believe that English lessons like this one should be repeated and explored more often.»
Poi tradusse, con voce più bassa:
«Ernesto, sei un cattivo studente. E credo che lezioni d’inglese come questa dovremmo ripeterle e approfondirle più spesso.»
Fece una pausa. Poi mi baciò di nuovo.
Questa volta lentamente.
Come se la lezione successiva fosse già cominciata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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