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La Masseria dei Legami Proibiti


di Membro VIP di Annunci69.it CoppiaFelix2024
15.03.2026    |    2.868    |    8 9.0
"Le loro mani non si toccarono, ma la distanza tra loro era carica di qualcosa che non riuscivo a definire..."
Nel cuore assolato della Puglia, tra filari di viti che si perdono all’orizzonte e campi di cocomeri maturi sotto il sole d’agosto, sorge una casa colonica trasformata in un accogliente rifugio estivo. Un’antica struttura in pietra che conserva il profumo della terra e il respiro lento della campagna. Da un casolare agricolo, con stalla, fienile e locali con attrezzi per la vendemmia vi erano anche tre stanze semplici, tinteggiate a bianco con la calce viva adibite ad abitazione.
Le finestre e le porte esterne orlate di azzurro e dipinte di celeste alla bene e meglio, che spiccano sul bianco dell’intonaco e il tufo bianco, caratteristico delle case coloniche pugliesi. La cucina che sa di basilico e pomodori appena colti, una camera da letto dove il silenzio è rotto solo dal canto delle cicale, e un salone con un grande divano che invita all’abbandono. Fuori, un patio si apre su un panorama che pare dipinto: vigne ondeggianti, mucche al pascolo, e il cielo che si tinge d’oro al tramonto, la pianura, la grande pianura del Tavoliere delle Puglie, si distende verso un orizzonte infinito, in gran parte coltivato a cocomeri. D’estate il vento di levante rinfresca l’arsura del caldo che si solleva dai solchi punteggiati di verde mimetico dei cocomeri che si maturano al sole.
È in questo scenario che si intrecciano la mia vita, Ernesto, Felicia, mia moglie, donna di sensualità discreta e sguardo che a volte sembra che celi segreti e Ida, un’ amica di famiglia, divorziata e senza figli, presenza costante, a volte fin troppo.
Tra il calore del sole e quello dei corpi, tra il profumo della terra e quello della pelle, si consuma un’estate che cambierà ogni cosa. Un’estate di scoperte, desideri taciuti e verità che affiorano come frutti maturi, pronti a essere colti.
Non c’è silenzio più profondo di quello che si ascolta in campagna, quando il sole cala e la terra, sazia di luce, si stende in un respiro lungo e caldo. Era il nostro primo giorno nella masseria, un’antica casa colonica, lascito della mia famiglia, che avevamo trasformato in parte in una casa per vacanza estiva, un luogo dove rifugiarci, lontani dal trambusto della città. Incastonata tra vigne generose e campi di cocomeri maturi, con le mucche che muggivano placide nei recinti poco distanti.
Felicia era già sul patio, un bicchiere di vino bianco tra le dita, lo sguardo perso tra i filari. Il tramonto le accarezzava la pelle con riflessi dorati, e io, come ogni volta, mi ritrovavo a contemplarla con la stessa meraviglia del primo giorno. C’era qualcosa in lei che sfuggiva sempre alla mia comprensione, un mistero che mi attirava e mi sfuggiva, come il profumo del rosmarino che cresceva selvatico lungo il vialetto.
Poi arrivò Ida.
Con la sua andatura lenta, quasi felina, e quel sorriso che sembrava sapere più di quanto dicesse. Era un’amica di vecchia data, una presenza costante nelle nostre estati pugliesi. Ma non solo. Portava con sé una valigia leggera e un’aria di libertà che contrastava con la quiete ordinata della nostra vita a due.
Non potevo sapere, allora, che quell’estate avrebbe scardinato ogni certezza. Che tra le mura di quella casa, tra la cucina impregnata di basilico e il salone dove il divano sembrava aspettare confidenze e carezze, si sarebbe consumata una danza lenta e sensuale, fatta di sguardi rubati, risate sommesse e desideri sussurrati al buio.
Io ero lì, certo. Ma non ero l’unico spettatore.
Il giorno dopo, il sole si alzò pigro, come se anche lui avesse bisogno di tempo per abituarsi al ritmo lento della campagna. Dalla finestra della cucina, mentre preparavo il caffè, vedevo Felicia e Ida camminare tra i filari, i capelli sciolti, le voci basse, le risate leggere come il vento che muoveva le foglie delle viti.
Ambedue indossavano una sorta di sari, ma non lungo come quelli classici indiani e neppure variopinti. Erano di lino bianco, forse proprio di canapa sbianca. Leggeri e trasparenti. Il vento giocava e fra quelle pieghe e di tanto in tanto metteva a nudo le loro gambe. Ma loro non se ne curavano.
Mi piaceva vederle così, complici. Pensavo fosse l’amicizia di lunga data, la confidenza che solo due donne possono avere. Non mi sfiorava nemmeno l’idea che ci fosse altro. Forse perché non volevo vederlo. O forse perché, in fondo, mi bastava quell’immagine: mia moglie felice, libera, viva.
Quando tornarono, portavano con sé un cesto di fichi maturi e un profumo di terra e sole che sembrava impregnato nei loro vestiti. Felicia mi baciò sulla guancia, le labbra ancora fresche di rugiada. Ida mi sorrise, e per un attimo mi parve che il suo sguardo indugiasse troppo a lungo sul mio.
Passammo la giornata tra piccoli lavori e lunghi silenzi. Io mi persi nel recinto delle mucche, a sistemare una recinzione crollata, mentre loro si rifugiarono nel salone, tra libri accumulati su un tappeto di iuta e fungevano da supporto ad una lampada ricavata da una grossa conchiglia marina.
Quando rientrai, il sole stava calando, e dalla porta socchiusa vidi Felicia sdraiata sul divano, la testa sulle gambe di Ida, che le accarezzava i capelli con una tenerezza che mi colpì.
Non dissi nulla. Non feci domande. Forse perché, in quel momento, non volevo risposte.
Quella notte, mentre Felicia dormiva accanto a me, il suo corpo caldo e rilassato, io restai sveglio a fissare il soffitto, ascoltando il canto lontano dei grilli e il fruscio del vento tra le viti. C’era qualcosa nell’aria, qualcosa che non sapevo ancora nominare, ma che mi faceva battere il cuore più forte. Ida dormiva in un’amaca fissata in un angolo del salone. Le gambe le pendevano fuori dall’amaca e la posizione, non certo comoda, metteva in mostra un seno. Fui rapito da quella immagine che svelava innocenza ma anche una prorompente sensualità. Mi voltai dall’altra parte cercando di dormire. Ma la scena aveva risvegliato quella parte di me che non è insensibile alla trasgressione e a pensieri orgiastici. Felicia era rivolta con il viso verso il muro e il suo fondo schiena era rivolto vero si me. Sollevai il lenzuolo e il suo fondo schiena si presentò prorompente, a forma di mandolino. La mia reazione fu una scarica di libidine. Mi sfilai i pantaloncini che fungevano da pigiama e appoggiai il mio membro fra le natiche. Spinsi piano allargando con le dita le natiche e cercavo un pertugio, uno qualsiasi, per infilarvi dentro il mio glande. Felicia non rimase dormiente. Inarcò la schiena per facilitare l’operazione e appena girò la testa verso la sua amica che non si era accorta di nulla e continuava a dormire beatamente, rannicchiata com’era nell’amaca, mezza dentro e mezza fuori. Ci muovevamo in silenzio, io spingevo e lei pure. Entrambi guardavamo verso Ida... e più guardavamo più cresceva l’adrenalina. Ci aspettavamo (e forse speravamo entrambi) che lei si svegliasse e ci “sorprendesse” mentre eravamo accroccati a “cucchiaio” in un amplesso frettoloso ma non troppo.
Un’estate lunga e calda era appena cominciata. E io, senza saperlo, stavo per perdermi in un labirinto di desideri.
Ma Ida non si svegliò, nonostante noi, seppur cauti nel non far rumore, qualche trambusto certamente lo facemmo. Insomma placati i sensi ci accucciammo l’uno vicino all’altra e ci addormentammo. Almeno lei. Io feci fatica poiché la testa era rivolta sempre verso Ida che nel muoversi aveva tirato fuori anche l’altra tetta....
Il mattino successivo il giorno si stendeva lento, come un gatto sazio al sole. Uscimmo in paese per fare delle commissioni e della vicenda della sera prima non facemmo nota. E Ida non mi diede alcun segno che lei posesse aver visto o sentito. Dopo pranzo, Felicia aveva insistito per un riposino. “Fa troppo caldo per fare qualsiasi cosa,” aveva detto, scomparendo nella camera da letto con un sorriso stanco ma complice guardando la sua amica. Io mi ero lasciato cadere sul divano, il corpo ancora impregnato dell’odore del fieno e del latte che in tarda mattinata avevo munto nella stalla.
Chiusi gli occhi per un attimo. Quando li riaprii, la luce era cambiata: il sole filtrava obliquo dalle persiane, disegnando strisce dorate sul pavimento. Mi alzai per cercare un po’ d’acqua fresca, ma mi fermai sulla soglia del corridoio. La porta della camera da letto era socchiusa. E da dentro, arrivavano voci.
Non parole, ma suoni. Sospiri. Risate soffocate. Il fruscio di lenzuola che si muovono. Rimasi immobile, il cuore che batteva più forte, lo sguardo fisso su quella fessura di luce. Non volevo spiare. Ma non riuscivo a muovermi.
Poi, una risata più forte. La voce di Ida. “Sei sempre stata la mia tentazione preferita,” disse, e il silenzio che seguì fu più eloquente di qualsiasi altra cosa.
Mi voltai di scatto, tornando in cucina con il cuore in tumulto. Mi versai un bicchiere d’acqua, le mani tremanti. Cercai di convincermi che avevo frainteso. Che era solo un gioco, un momento di intimità tra amiche. Ma qualcosa dentro di me si era incrinato. Un dubbio, sottile come una crepa nel vetro, che lasciava filtrare una luce diversa su tutto ciò che credevo di sapere.
Quella sera, a cena, Felicia era raggiante. Ida scherzava con me come sempre, ma i suoi occhi cercavano i miei con una sfida silenziosa. E io, per la prima volta, non sapevo più se volevo capire… o approfondire.
La mattina seguente mi svegliai prima del solito. Non so se fu il canto insistente delle cicale o un’inquietudine più profonda a tirarmi fuori dal sonno. Felicia dormiva ancora, il viso rivolto verso la finestra, la luce che filtrava tra le persiane e le disegnava sul collo una trama di ombre sottili. La osservai per un istante, cercando di leggere qualcosa nei suoi lineamenti rilassati, ma non trovai nulla. O forse non volevo trovare nulla.
Scivolai fuori dal letto senza far rumore e andai in cucina. L’aria era già calda, profumata di terra e di mosto, come se la vigna respirasse dentro la casa. Mentre preparavo il caffè, notai due bicchieri sul tavolo. Non ricordavo di averli lasciati lì la sera prima. Uno aveva ancora un’impronta di rossetto sul bordo.
Felicia non usava quel colore da settimane.
Mi avvicinai alla finestra. Dal patio, la campagna sembrava immobile, ma c’era qualcosa di sospeso nell’aria, come se tutto trattenesse il fiato. Fu allora che sentii due voci provenire dal salone. Non parole distinte, solo un mormorio basso, confidenziale. Mi avvicinai lentamente, il cuore che batteva più forte del necessario.
Quando entrai, trovai Ida seduta sul divano, un libro aperto sulle ginocchia. Felicia era in piedi vicino alla finestra, le braccia incrociate, lo sguardo rivolto verso l’esterno. Si voltarono entrambe nello stesso istante, come se avessero percepito la mia presenza un attimo prima che varcassi la soglia.
«Ti sei svegliato presto,» disse Felicia, con un sorriso che non arrivava agli occhi.
Ida chiuse il libro con un gesto lento, misurato. «Stavamo parlando del programma per oggi. Pensavamo di andare a prendere dei formaggi freschi dal caseificio.»
Annuii, ma qualcosa non tornava. La distanza tra loro era troppo precisa, come se fosse stata calcolata. Eppure, nell’aria c’era un calore sottile, un filo invisibile che sembrava legarle.
Passai la giornata cercando di ignorare quella sensazione, ma ogni dettaglio sembrava voler attirare la mia attenzione. Una risata soffocata dietro una porta chiusa. Un profumo familiare sul foulard di Ida. Uno sguardo rapido tra loro, troppo rapido per essere casuale.
Nel pomeriggio, mentre sistemavo degli attrezzi nel piccolo magazzino accanto alla stalla, sentii di nuovo le loro voci. Non erano vicine, ma il vento portava frammenti di frasi, spezzate, quasi irriconoscibili. Mi avvicinai alla porta socchiusa che dava sul retro della casa. Le vidi sul patio, sedute una accanto all’altra. Felicia parlava a bassa voce, e Ida la ascoltava con un’intensità che mi colpì più di qualsiasi parola.
Non c’era nulla di esplicito. Nulla che potessi accusare o temere apertamente. Eppure, era come osservare due persone che condividono un segreto troppo grande per essere nascosto a lungo.
Quando rientrarono, mi trovavano intento a pulire un vecchio tavolo di legno. «Tutto bene?» chiese Felicia, con un tono leggero, quasi distratto.
«Sì,» risposi. «Solo un po’ stanco.»
Ida mi guardò per un istante, e nei suoi occhi vidi qualcosa che non avevo mai notato prima: non sfida, non malizia… ma una forma di compassione. Come se sapesse che stavo iniziando a capire.
Quella sera, mentre la casa si riempiva del profumo del sugo che sobbolliva piano e il cielo si tingeva di un arancione profondo, mi resi conto che non era più possibile ignorare ciò che stava accadendo. I segni erano ovunque, disseminati come briciole lungo il sentiero della nostra quotidianità.
E io, finalmente, avevo iniziato a seguirli.

Non so cosa mi spinse ad affacciarmi sul patio quella sera. Forse il silenzio troppo perfetto della casa, o forse il modo in cui il tramonto sembrava trattenere la luce più del necessario, come se volesse mostrarmi qualcosa.
Mi fermai sulla soglia, senza farmi notare.
Felicia e Ida erano lì, sedute vicine, quasi troppo vicine, su quel vecchio divano di vimini che scricchiolava a ogni movimento. Non parlavano. Non c’era bisogno. L’aria tra loro era densa, come se contenesse una conversazione intera, fatta di anni, di confidenze, di qualcosa che io non avevo mai visto.
Felicia aveva la testa leggermente inclinata verso Ida, come se stesse ascoltando un pensiero non pronunciato. Ida, invece, la guardava con un’intensità che mi colpì allo stomaco. Non era un semplice affetto. Non era amicizia. Era qualcosa di più antico, più profondo.
Poi accadde un gesto minuscolo, quasi impercettibile.
La mano di Ida scivolò sul bracciolo del divano, avvicinandosi a quella di Felicia. Non la toccò. Non del tutto. Ma le loro dita rimasero lì, a pochi millimetri di distanza, come due calamite che si trattengono dal completare l’inevitabile.
Felicia non si ritrasse.
Anzi, le sue dita si mossero appena, un tremito lieve, un respiro che diventava gesto. E in quel micro‑spazio tra le loro mani, vidi più verità di quanta ne avessi mai colta in anni di matrimonio.
Non c’era nulla di esplicito. Nulla che potessi accusare.
Eppure, era tutto.
Il vento sollevò una ciocca di capelli di Felicia, e Ida la sistemò dietro l’orecchio con una delicatezza che non avevo mai visto da parte sua. Un gesto semplice, quotidiano, ma carico di un’intimità che mi lasciò senza fiato.
Fu allora che Felicia sorrise.
Era un sorriso diverso, più morbido, più vulnerabile.
Un sorriso che apparteneva a un’altra parte della sua vita, una parte che io non avevo mai conosciuto.
Mi resi conto che stavo trattenendo il respiro.
Non sapevo se provare gelosia, dolore, o una strana forma di tenerezza per quella scena così fragile e così potente. Era come assistere a un’eclissi: qualcosa di raro, di segreto, di inevitabile.
Quando mi allontanai, lo feci in punta di piedi, come se avessi paura di rompere qualcosa.
O forse perché avevo capito che qualcosa, dentro di me, stava cambiando.
La sera era scesa lenta, come una tenda di velluto che avvolgeva la masseria. Avevo apparecchiato il tavolo sul patio: una tovaglia chiara, tre bicchieri, il vino bianco che Felicia amava nelle estati più calde. L’aria profumava di basilico e di terra bagnata, e il cielo era una sfumatura di blu che sembrava non finire mai.
Quando le due donne uscirono dalla casa, capii subito che qualcosa era cambiato.
Felicia camminava davanti, con un’eleganza naturale, quasi distratta. Ida la seguiva, ma il suo sguardo era fisso su di me, come se stesse studiando ogni mio movimento. Si sedettero ai lati opposti del tavolo, lasciando per me la sedia al centro. Una scelta che non poteva essere casuale.
Mi sedetti, e fu come entrare in un campo magnetico.
Felicia versò il vino, ma lo fece guardando Ida, non me. Ida, invece, prese il cestino del pane e me lo porse con un gesto lento, quasi cerimoniale. Le loro mani non si toccarono, ma la distanza tra loro era carica di qualcosa che non riuscivo a definire.
«Sei silenzioso stasera,» disse Felicia, inclinando appena la testa.
«Sto ascoltando,» risposi.
Ida sorrise. «E cosa senti?»
La domanda era semplice, ma il tono… il tono era una sfida.
Un invito.
O forse un avvertimento.
Le osservai. Felicia aveva un’espressione morbida, ma i suoi occhi erano vigili, attenti a ogni sfumatura. Ida, invece, sembrava divertirsi. Non rideva, ma c’era una luce nei suoi occhi che non avevo mai visto così chiaramente: una luce di possesso, o forse di desiderio di controllo.
E poi accadde qualcosa di minuscolo, ma devastante.
Felicia appoggiò la mano sul tavolo, vicino alla mia. Ida fece lo stesso, dall’altro lato. Le loro dita non mi toccarono, ma mi circondarono, come se volessero delimitare uno spazio.
Il mio spazio.
Era un gesto innocente, in apparenza.
Ma io sentii il peso di entrambi gli sguardi su di me, come se fossi diventato improvvisamente il centro di una partita che non conoscevo.
«Ti vedo pensieroso,» disse Felicia, con una voce bassa, quasi un sussurro.
«Forse è il caldo,» aggiunse Ida, ma il suo sorriso diceva altro.
Mi resi conto che stavano osservando le mie reazioni.
Che aspettavano qualcosa da me.
Che, in un modo che non riuscivo ancora a comprendere, ero diventato parte del loro legame, del loro segreto, della loro tensione.
Non ero più solo uno spettatore.
E loro lo sapevano.
Il vento sollevò la tovaglia, e per un istante le loro mani si avvicinarono ancora di più alle mie. Non ci fu contatto.
Ma bastò quel quasi‑sfiorarsi per farmi capire che non ero più al margine della storia.
Ero entrato nel loro cerchio.
E loro, in modi diversi, mi stavano tirando dentro.
Le loro mani cercarono la mia. Si toccavano fra loro non tralasciando di intrecciarsi con le dita della mia mano destra. Io non facevo nulla per troncare quel gioco. Anzi. Il tutto avveniva in silenzio. Anche quando sentii un piede farsi largo fra le mie gambe. Ed era il piede di Felificia che risaliva lungo le mie cosce e cercava di intrufolarsi sotto il bordo dei calzoncini. Le due si intendevano alla perfezione, forse con un copione già studiato. Ed Ida facendo cadere una posata sul pavimento si abbassò e... non riemerse più. E la sentii che ravanava sulla cerniera dei miei pantaloncini. Infilò la mano nella patta e tirrò fuori il mio membro. Ero come in un sogno. Guardavo Felicia mentre Ida mi praticava un pompino. E Felicia mi guardava compiaciuta mentre si distendeva sulla sedia e, a cosce aperte, si masturbava senza pudore alcuno. Io esplosi un orgasmo intenso, prolungato e silenzioso. Felicia godendo della sua masturbazione si mordeva un labbro e tratteneva ogni sussurro.
Non ricordo chi parlò per primo.
Ricordo solo il silenzio.
Un silenzio così denso da sembrare vivo, come se la casa stessa trattenesse il fiato.
Ida riemerse da sotto il tavolo e, senza parlare, si avviò verso il bagno. Quando rientrò nessuno di noi proferì parola. Tutto come se non fosse successo. E ognuno di noi si diede a fare un qualcosa. Io al PC, Felicia in cucina a pelar patate, Ida a leggere un libro.
Eravamo nel salone, la luce del tramonto che filtrava dalle persiane e disegnava linee dorate sul pavimento. Felicia era in piedi, vicino alla finestra. Ida seduta sul divano, le mani intrecciate. Io al centro della stanza, come un ospite inatteso nella mia stessa vita.
Fu Felicia a rompere l’equilibrio.
«Ernesto… dobbiamo dirti una cosa.»
La sua voce non tremava, ma aveva una fragilità nuova, come se ogni parola le costasse un pezzo di pelle. Ida la guardava in silenzio, e in quello sguardo c’era un incoraggiamento muto, una promessa di sostegno.
«Io e Ida…»
Si fermò. Inspirò.
«Io e Ida siamo legate da molto tempo. Più di quanto tu abbia mai immaginato.»
Sentii il cuore colpire il petto come un pugno.
Non sorpresa.
Non rabbia.
Qualcosa di più sottile, più profondo.
Una crepa che si apriva lentamente.
Ida si alzò. Si avvicinò a Felicia. Le prese la mano.
Un gesto semplice, ma pieno di storia.
«È iniziato anni fa,» disse Ida, con una calma che non era freddezza, ma lucidità. «In un momento in cui entrambe avevamo bisogno di qualcosa che non sapevamo nominare.»
Felicia annuì. «Non volevamo nascondertelo per ferirti. È che… non sapevamo come far convivere tutto questo con te. Con noi.»
Mi sedetti. Avevo bisogno di sentire il legno sotto di me, qualcosa di solido mentre il mondo cambiava forma.
«Perché ora?» chiesi, senza alzare la voce.
Felicia si avvicinò. Si inginocchiò davanti a me, come se stesse offrendo una parte di sé che aveva tenuto nascosta troppo a lungo.
«Perché tu sei parte di noi, Ernesto. Lo sei sempre stato. Anche quando non lo sapevi.»
Ida si avvicinò dall’altro lato.
Mi sentii circondato, ma non intrappolato.
Era una sensazione strana, quasi dolce.
«Nei nostri momenti più intimi,» disse Ida, scegliendo le parole con cura, «tu eri presente. Non fisicamente. Ma nella nostra mente, nel nostro modo di desiderare, di immaginare, di completare ciò che provavamo.»
Felicia posò una mano sulla mia.
Non c’era malizia.
Solo verità.
«Non ti abbiamo mai escluso. Ti abbiamo… portato con noi. In un modo tutto nostro.»
Le loro parole cadevano lente, come gocce di miele caldo.
Dolci.
Appiccicose.
Impossibili da ignorare.
«E adesso?» chiesi, più a me stesso che a loro.
Ida si scambiò uno sguardo con Felicia.
Uno di quei sguardi che parlano più di mille frasi.
«Adesso vogliamo che tu sappia tutto,» disse Felicia. «Che tu non viva più ai margini di qualcosa che ti riguarda.»
Ma eravamo già molto più in avanti dopo tutto quanto era successo in mattinata. Ma nessuno di noi ne fece parola. Come se non fosse mai successo.
La notte seguente fu una delle più lunghe della mia vita.
Non dormii quasi per nulla.
Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo Felicia inginocchiata davanti a me, Ida accanto a lei, le loro parole che si intrecciavano come fili di una trama che non avevo mai visto, ma che era sempre stata lì.
Quando il sole sorse, la casa era immersa in un silenzio diverso.
Non pesante.
Non teso.
Un silenzio nuovo, come quello che segue una tempesta e lascia nell’aria un odore di terra bagnata e possibilità.
Mi alzai e trovai Felicia in cucina.
Stava preparando il caffè, come ogni mattina, ma il suo modo di muoversi era cambiato.
Non c’era più la cautela dei giorni precedenti.
Non c’era più il peso del segreto.
«Hai dormito?» mi chiese, senza voltarsi.
«Poco.»
Annuii.
Lei si voltò.
Il suo sguardo era nudo, senza difese.
Non ricordavo l’ultima volta in cui l’avevo vista così.
«So che è molto da assorbire,» disse. «E non voglio forzarti. Ma… grazie per averci ascoltate.»
La sua voce tremò appena.
Un tremito che mi colpì più di qualsiasi parola.
Ida entrò poco dopo, con i capelli ancora umidi e un’aria insolitamente quieta.
Mi salutò con un cenno, poi si sedette accanto a Felicia, come se quel gesto fosse naturale, inevitabile.
E lo era.
Ora lo era.
Mi sedetti anch’io, di fronte a loro.
Per un attimo nessuno parlò.
Poi fui io a rompere il silenzio.
«Non so ancora cosa significhi tutto questo,» dissi. «Ma… non voglio scappare.»
Felicia chiuse gli occhi, come se quelle parole le avessero tolto un peso enorme.
Ida inspirò lentamente, come se stesse trattenendo un’emozione che non voleva mostrare.
«Non ti chiediamo di capire subito,» disse Ida. «Solo di esserci.»
Ero lì.
E per la prima volta da giorni, mi sembrò di esserci davvero.
La giornata trascorse in modo strano, ma non sgradevole.
Un equilibrio nuovo, fragile, ma reale, iniziava a prendere forma.
Felicia mi cercava con piccoli gesti: una mano sulla spalla mentre passava dietro di me, un sorriso più lungo del solito, un modo di guardarmi che sembrava dire ti vedo.
Ida, invece, manteneva una distanza rispettosa, ma non fredda.
Ogni tanto incrociava il mio sguardo e non lo distoglieva subito.
Era come se stesse imparando a conoscermi di nuovo, da un’angolazione diversa.
Nel pomeriggio, mentre sistemavo il patio, le vidi parlare tra loro.
Non sussurravano più.
Non si nascondevano.
C’era una naturalezza nuova nei loro movimenti, nei loro sorrisi, nei loro silenzi condivisi.
E per la prima volta, non mi sentii escluso.
Mi avvicinai.
Si voltarono entrambe verso di me.
Felicia mi fece spazio sul divano di vimini.
Ida mi porse un bicchiere di vino.
Sedemmo così, i tre, guardando la campagna che si stendeva davanti a noi.
La vigna ondeggiava al vento, i cocomeri brillavano sotto il sole, e la masseria sembrava respirare con noi.
Non parlavamo molto.
Non ce n’era bisogno.
C’era un filo invisibile che ci univa, un filo che non avevo mai visto, ma che ora sentivo chiaramente.
Non era un triangolo di desiderio.
Non era una promessa di trasgressione.
Era qualcosa di più sottile, più umano, più difficile da definire.
Era un nuovo equilibrio.
Precario, sì.
Ma vero.
E mentre il sole calava e il cielo si tingeva di arancio, capii che non stavo entrando in una storia che loro avevano scritto senza di me.
Stavamo iniziando a scriverne una nuova.
Insieme.
«E che tu capisca,» aggiunse Ida, «che il nostro legame non ti esclude. Ti comprende.»
Mi resi conto che non stavano chiedendo una risposta immediata.
Non stavano imponendo nulla.
Mi stavano offrendo una verità.
Una verità che bruciava lenta, come il sole pugliese sulle pietre bianche della masseria.
E mentre le guardavo — così diverse, così unite, così incredibilmente sincere — capii che la mia vita non sarebbe più stata la stessa.
Non dopo quella confessione.
Non dopo quello sguardo condiviso.
Non dopo aver scoperto che, senza saperlo, ero sempre stato parte della loro storia.
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