tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 24
01.07.2026 |
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"Le strade di Mestre erano già affollate a quell'ora del mattino, i semafori che scattavano dal giallo al rosso senza che nessuno li rispettasse..."
Le banconote erano disposte in pile ordinate sul letto, una distesa di carta che rappresentava pezzi della sua vita, frammenti di sé stessa venduti e ricomprati. Fabiola le contò per la terza volta, le dita che tremavano leggermente mentre sfiorava i bordi consumati di alcuni biglietti da cinquecento, la consistenza ruvida di quelli da cinquanta che erano passati attraverso troppe mani. Venticinquemila euro. Il cuore le batteva forte nelle orecchie mentre li guardava, quella cifra che un tempo le sarebbe sembrata impossibile da accumulare, che ora invece le appariva irrisoria rispetto a ciò che aveva dato in cambio.Sapeva quanto aveva guadagnato per lui in quegli anni. Lo sapeva con precisione brutale, ogni cifra marchiata a fuoco nella memoria. I primi tempi erano stati incontri occasionali, uomini che la guardavano con quella fame volgare che aveva imparato a riconoscere da lontano. Poi era diventato un flusso costante, corpi anonimi che si susseguivano in camere d'albergo costose, in ville signorili, in club esclusivi delle città del nord-est. Renato prendeva tutto, gestiva tutto, e lei riceveva solo ciò che lui decideva di darle. Un tetto sopra la testa, cibo nel frigorifero, vestiti costosi. E intanto i soldi veri scorrevano altrove, finivano nelle sue tasche, alimentavano chissà quali vizi o investimenti di cui lei non sapeva nulla.
Venticinquemila euro erano niente rispetto a quello che il suo corpo aveva prodotto. Ma erano suoi. Li aveva nascosti uno alla volta, banconote infilate nella biancheria quando Renato non guardava, mance trattenute che lui ignorava, pagamenti in contanti di cui non aveva mai fatto parola. Ogni euro era una piccola vittoria, un atto di resistenza silenziosa in una guerra che combatteva da sola da troppo tempo.
Il rumore della porta d'ingresso che si apriva la fece sussultare. Con movimenti rapidi e precisi, raccolse le banconote in una busta di plastica che nascose sotto una pila di vecchi maglioni nell'armadio, in fondo, dove Renato non guardava mai. Chiuse l'anta proprio mentre i suoi passi pesanti risuonavano nel corridoio. Fabiola si lisciò i capelli, si stampò sul volto quell'espressione di annoiata sottomissione che un tempo era reale ed oggi solo finzione, e si diresse verso la cucina.
L'odore dell'alcol lo precedette. Renato entrò nella stanza con quella andatura leggermente sbilenca che lei conosceva fin troppo bene, gli occhi vitrei e un sorriso tirato che scopriva i denti ingialliti. Era allegro, quell'allegria artificiale che il vino produceva in lui, quell'euforia momentanea che preludeva sempre a qualcosa di sgradevole.
"Ehi, la mia donna," biascicò, allargando le braccia come se si aspettasse un abbraccio. "Cosa c'è per cena? Ho una fame che mi mangerei un bue."
Fabiola si voltò verso i fornelli, dove la pentola con il sugo bolliva lentamente. "Pasta al pomodoro. Niente di speciale." La sua voce era piatta, controllata. Aveva imparato a non mostrare nulla, a tenere ogni emozione sepolta sotto strati di indifferenza.
Renato si avvicinò, le mani già tese verso di lei. Le afferrò i fianchi da dietro, il respiro caldo e acido sul suo collo. "Sei così bella quando cucini," mormorò, le labbra che le sfioravano l'orecchio. "Mi fai venire voglia di..."
"La pasta sta per scuocere," lo interruppe lei, divincolandosi con un movimento studiato, apparentemente casuale. "Siediti, è quasi pronto."
Lui la lasciò andare, ma i suoi occhi rimasero incollati su di lei mentre si muoveva per la cucina. Fabiola sentiva quello sguardo sulla pelle, come olio viscido che non riusciva a scrollare via. Scolò la pasta, la condì con il sugo, distribuì le porzioni nei piatti fondi che avevano comprato insieme. Tutto in quella casa raccontava la storia della sua prigionia, ogni oggetto un testimone silenzioso di ciò che era diventata.
Mangiarono in silenzio, o meglio, Fabiola mangiò mentre Renato ingurgitava il cibo con quella voracità disgustosa che ormai le faceva rivoltare lo stomaco. Lui parlava, raccontava aneddoti di lavoro che lei non ascoltava, nominava persone che non le importava conoscere. Annuiva al momento giusto, emetteva suoni di assenso, il suo corpo presente ma la mente altrove, già proiettata verso quel futuro che stava finalmente iniziando a intravedere.
Quando finirono, Renato si alzò e tornò a cercarla. Questa volta non c'erano scuse che tenessero, non c'erano pentole da controllare o piatti da lavare. La prese per la vita, la attirò a sé con quella forza grezza che non aveva mai imparato a dosare.
"Vieni qui," disse, la voce impastata ma insistente. "Ho bisogno di te."
Fabiola sentì il desiderio di divincolarsi, ma le mani di lui erano salde, troppo salde per i suoi gusti. "Renato, sono stanca," provò a dire, mantenendo la voce calma. "Ho avuto una giornata lunga."
Lui si immobilizzò. Per un istante, il silenzio nella stanza divenne palpabile. Poi i suoi occhi si strinsero. "Stanca?" ripeté, e c'era qualcosa di pericoloso in quel tono, qualcosa che fece scattare tutti i campanelli d'allarme nella testa di lei. "Sempre stanca, ultimamente. Sempre troppo stanca per me."
"Non è quello che..." iniziò, ma lui la interruppe.
"Sai cosa penso?" La sua voce si era fatta più bassa, più minacciosa. "Penso che tu non sia più come una volta. Ti ricordi com'eri quando ti ho trovata? Una che sguattera, meno di una puttana da strada, ecco cos'eri. Non avevi niente, non eri niente. E io ti ho dato tutto." Le sue dita si strinsero sui suoi fianchi, abbastanza da farle male. "Ti ho dato una casa, vestiti, cibo. Ti ho insegnato come comportarti, come essere una vera donna. E adesso? Adesso mi guardi come se fossi io il problema."
Fabiola sentì il panico montare. Sapeva che Renato poteva diventare violento, l'aveva visto con altri, aveva visto cosa sapevano fare le sue mani quando perdeva il controllo. Ma non l'aveva mai sperimentato sulla propria pelle, non direttamente. Fino a quel momento, era sempre riuscita a placarlo, a dargli ciò che voleva prima che la situazione degenerasse.
"Non ti guardo in nessun modo particolare," disse, cercando di mantenere la voce ferma nonostante il tremore che sentiva dentro. "Sono solo stanca, Renato. Tutto qui."
"Lui la spinse all'indietro, facendola inciampare contro il tavolo della cucina. "Stronzate," sibilò. "Pensi che non lo veda? Pensi che sia stupido? Ti vedo come mi guardi, come ti sottrai quando ti tocco. C'è qualcosa che non va in te, e voglio sapere cosa."
Per la prima volta in tutti quegli anni, Fabiola ebbe paura vera. Non quella paura diffusa che l'aveva accompagnata per tutto il periodo con lui, non quell'ansia costante di non essere abbastanza, di sbagliare qualcosa. Questa era una paura fisica, immediata, che le faceva battere il cuore così forte da farle male. Vedeva l'odio negli occhi di Renato, quell'oscurità che aveva sempre saputo esistere ma che non aveva mai dovuto affrontare direttamente.
"Non c'è niente che non va," disse, e la sua voce suonò più debole di quanto avrebbe voluto. "Sono solo... ho solo bisogno di riposo."
Renato la fissò a lungo, il petto che si alzava e abbassava con respiri pesanti. Sembrava un animale in gabbia, qualcosa di pericoloso che cercava una ragione per scatenarsi. Poi, lentamente, allentò la presa sui suoi fianchi. Fece un passo indietro, le mani alzate in un gesto che voleva essere conciliante ma che suonava come una minaccia.
"Va bene," disse, la voce ancora tesa. "Va bene. Riposati. Ma ricordati chi ti ha salvata. Ricordati da dove vieni, e chi ti ha portata qui." Si voltò e uscì dalla cucina, i passi pesanti che risuonavano sul pavimento.
Fabiola rimase immobile per lunghi istanti, le mani aggrappate al bordo del tavolo, le nocche bianche dalla tensione. Il cuore le batteva ancora furiosamente, e si rese conto che stava tremando. Quella notte, lo sapeva, sarebbe stata lunga. Renato non avrebbe dimenticato, non avrebbe perdonato quel rifiuto. E lei non poteva permettersi di farlo insospettire, non ora che era così vicina alla libertà.
Lo trovò in salotto, seduto sul divano con una bottiglia di vino già mezza vuota sul tavolino davanti a lui. La guardò entrare con occhi socchiusi, valutandola. Fabiola si costrinse a sorridere, quel sorriso che aveva provato mille volte davanti allo specchio, quel sorriso che diceva sottomissione e disponibilità.
"Mi dispiace," disse, avanzando verso di lui con passi lenti. "Non volevo sembrare ingrata. So tutto quello che hai fatto per me."
Renato non si mosse, ma i suoi occhi la seguirono mentre si avvicinava. "Davvero?" chiese, con un tono piatto.
"Sì." Fabiola si inginocchiò davanti a lui, posando le mani sulle sue ginocchia. "Lascia che mi faccia perdonare."
Vide il sorriso soddisfatto diffondersi sul volto di Renato, quella smorfia di trionfo che le fece rivoltare lo stomaco. Ma mantenne l'espressione docile, gli occhi bassi, mentre lui le accarezzava i capelli con quella mano grande e ruvida che lei aveva imparato a temere.
"Brava la mia ragazza," mormorò lui. "Sapevo che saresti tornata in te."
Quella notte, Fabiola lo lasciò fare quello che voleva. Finse gemiti di piacere mentre sentiva solo disgusto, inarcava la schiena come se stesse godendo mentre ogni fibra del suo essere voleva solo scappare. Lo assecondò in ogni posizione, accolse ogni sua richiesta, il corpo ridotto a uno strumento vuoto, la mente altrove, proiettata verso il momento in cui tutto questo sarebbe finito. E quando finalmente lui si addormentò, il respiro pesante e regolare al suo fianco, lei rimase sveglia a fissare il soffitto, contando le ore che la separavano dalla libertà.
La luce dell'alba filtrava appena attraverso le tende quando Renato si mosse. Fabiola finse di dormire, il respiro lento e regolare, mentre lui si alzava dal letto e iniziava a vestirsi. Lo sentì borbottare qualcosa tra sé, cercare le chiavi sul comodino, poi i suoi passi che si allontanavano verso la porta d'ingresso. Il rumore della serratura che scattava fu il suono più bello che avesse mai sentito.
Non aspettò. Non perse tempo. Saltò giù dal letto e iniziò a raccogliere le sue cose. Non c'era molto: qualche vestito, un paio di scarpe decenti, i pochi gioielli che era riuscita a tenere nascosti. Prese il sacco nero che aveva usato quattro anni prima, quando era arrivata in quella casa con tutta la sua vita in un unico, misero fagotto. Quanto era cambiata da allora? Il sacco era un po' più pieno, i vestiti erano più belli, le scarpe avevano tacchi più alti. Ma era ancora la stessa donna, ancora in fuga, ancora alla ricerca di un posto dove appartenersi veramente.
Andò all'armadio e recuperò la busta con i venticinquemila euro. Le banconote sembravano più pesanti ora, più reali. Le contò un'ultima volta, quasi per assicurarsi che non fosse un sogno, poi le nascose in fondo al sacco, avvolte in un maglione per non farle vedere. Si guardò intorno nella stanza, in quella casa che era la sua prigione, e sentì solo il desiderio di andarsene, di non guardarsi indietro.
Il taxi era parcheggiato davanti al portone del condominio. Salì, il taxista mise in moto, e uscì dal parcheggio senza guardarsi indietro. Le strade di Mestre erano già affollate a quell'ora del mattino, i semafori che scattavano dal giallo al rosso senza che nessuno li rispettasse. Il taxi viaggiava veloce verso la stazione, il cuore che batteva forte, le mani strette sul suo sacco della spazzatura.
il taxi parcheggiò nell'area di sosta breve, Fabiola pagò, prese il sacco nero dal sedile posteriore e si diresse verso i binari. Non aveva bagagli veri, solo quel sacco della spazzatura che conteneva tutto ciò che possedeva. Le persone la guardavano con quella curiosità distaccata che i viaggiatori riservano agli sconosciuti, ma lei non se ne accorgeva. I suoi occhi correvano già oltre, verso la destinazione che aveva in mente.
Acquistò un biglietto per Verona al distributore automatico, evitando la fila alla biglietteria. Non voleva incontrare nessuno, non voleva che qualcuno potesse riconoscerla. Era ancora presto, ma non abbastanza da non incrociare sguardi indiscreti. Il treno era già fermo al binario, una massa grigia e anonima che prometteva movimento e cambiamento.
Prima di salire, estrasse il telefono dalla tasca. La scheda che c'era dentro era quella che Renato controllava, quella che la teneva legata a lui. La sfilò con dita tremanti e la gettò in un cestino lì vicino. Poi si diresse verso un negozio di telefonia nella stazione e ne comprò una nuova, intestata a sé stessa.
Il treno era quasi vuoto. Fabiola trovò un posto vicino al finestrino e si sedette, il sacco nero tra le gambe, gli occhi fissi sul binario che iniziava a scorrere. Mentre Mestre si allontanava, mentre la sua vecchia vita diventava sempre più piccola fino a sparire del tutto, lei compose un numero che non aveva mai dimenticato.
Rispose al terzo squillo. "Pronto?"
"Chantal?" La voce di Fabiola uscì incerta, un sussurro appena udibile.
"Sì, chi è?"
"Sono io. Fabiola. Della Villa."
Ci fu una pausa all'altro capo della linea. Poi la voce di Chantal si addolcì. "Fabiola. Cazzo, quanto tempo. Come stai?"
Non "chi sei", non "cosa vuoi". Solo come stai. Era esattamente quello di cui aveva bisogno.
"Sto... sto lasciando tutto," disse Fabiola, e le parole le uscirono come un sospiro. "Sono su un treno per Verona. Non so dove andare."
Un'altra pausa. Poi: "Quando arrivi?"
"Tra un'ora, forse meno."
"Vengo alla stazione. Ti aspetto lì."
La comunicazione si interruppe senza altri convenevoli, e Fabiola abbassò il telefono con mani che tremavano. Si appoggiò allo schienale del sedile, gli occhi chiusi, e per la prima volta in anni sentì capì la differenza tra la reale speranza e ciò che aveva provato negli anni precedenti.
Durante il viaggio Fabiola non riuscì a pensare a niente. Guardava il paesaggio scorrere oltre il finestrino, le campagne della pianura veneta che cedevano gradualmente il posto alle prime colline, il cielo che si faceva più limpido man mano che si allontanava dalla laguna. Il suo corpo era ancora indolenzito dalla notte precedente, ma la mente correva già avanti, verso quella donna che aveva conosciuto anni prima e che non aveva mai dimenticato.
Chantal. Una transessuale brasiliana che lavorava come escort di alto bordo, che aveva incrociato il suo percorso quando lei viveva ancora con il marito a Villa Rossi. Si erano parlate poche volte, ma in quei brevi incontri Fabiola aveva percepito qualcosa di diverso. Chantal non la giudicava, non la guardava con quella condiscendenza che gli altri riservavano alle donne nella sua situazione. L'aveva trattata come una pari, le aveva lasciato il suo numero "nel caso ti servisse qualcosa", un'offerta che all'epoca Fabiola aveva liquidato come una gentilezza senza seguito. E invece quel numero era rimasto nella sua memoria, intatto, come se avesse sempre saputo che un giorno ne avrebbe avuto bisogno.
Quando il treno entrò nella stazione di Verona Porta Nuova, il cuore di Fabiola batteva così forte da farle male. Si alzò prima che il convoglio si fermasse del tutto, il sacco nero stretto in mano, gli occhi che cercavano qualcosa oltre i finestrini. La banchina era affollata di pendolari e turisti, una massa indistinta di volti anonimi, tra cui lei cercava disperatamente quello giusto.
Scese dal treno e si fece strada tra la folla, lo sguardo che correva in ogni direzione. E poi la vide.
Chantal era in piedi vicino all'uscita, appoggiata a una colonna con un'eleganza naturale che attirava gli sguardi di chi le passava accanto. Alta, slanciata, i capelli neri e lisci che le cadevano sulle spalle come una cascata di seta, indossava un cappotto lungo fino alle ginocchia che la faceva sembrare una modella in posa per una rivista. Il suo volto era bellissimo, lineamenti femminili perfetti che nessuno avrebbe mai associato al corpo che nascondeva sotto i vestiti. Quando i suoi occhi si posarono su Fabiola, un sorriso le illuminò il viso.
Non c'erano domande nei suoi occhi. Nessun "cosa è successo", nessun "perché sei qui". Solo un'accettazione silenziosa che fece sentire Fabiola leggera, come mai prima.
"Fabiola," disse Chantal, avanzando verso di lei con le braccia aperte. "Sei venuta davvero."
Non si abbracciarono, non ancora. C'era qualcosa di troppo fragile in quel momento per i gesti plateali. Si guardarono e basta, due donne che si riconoscevano come sopravvissute.
"Grazie per essere venuta," mormorò Fabiola, la voce incrinata.
Chantal scosse la testa. "Non dire grazie. È quello che facciamo noi, no? Ci aiutiamo quando possiamo." Indicò il sacco nero con un cenno del capo. "È tutto quello che hai?"
"È tutto quello che mi serve."
Chantal sorrise, un sorriso vero, senza pietà, solo accettazione. "Allora andiamo. Ti porto a casa."
Si avviarono verso il parcheggio della stazione, Chantal che camminava con quella falcata sicura che Fabiola le invidiava, lei che la seguiva con il suo sacco nero stretto al petto come un tesoro. L'auto di Chantal era una berlina elegante, pulita e ordinata, tutto l'opposto del disastro che Fabiola aveva lasciato a Mestre.
Salirono, e Chantal accese il motore senza fare domande. Solo quando furono in autostrada, dirette verso il lago di Garda, ruppe il silenzio.
"Ho un appartamento a Peschiera del Garda," disse, gli occhi sulla strada. "È piccolo, ma c'è spazio per due. Puoi restare tutto il tempo che vuoi."
Fabiola sentì gli occhi riempirsi di lacrime. "Non sai neanche perché sono qui."
"Non importa." Chantal le lanciò un'occhiata veloce, poi tornò a guardare la strada. "So cosa significa voler scappare. So cosa significa non avere un posto dove andare. Non ho bisogno di sapere altro."
Il paesaggio scorreva oltre i finestrini, le colline che cedevano il posto al lago, l'acqua che brillava in lontananza sotto il sole del mattino. Fabiola si lasciò andare contro il sedile, il corpo che finalmente si rilassava, la mente che smetteva di correre. Per la prima volta in quattordici anni, non doveva preoccuparsi di ciò che la ex suocera avrebbe preteso, delle umiliazioni del marito, di cosa Renato stava tramando, non doveva calcolare le sue mosse, non doveva fingere.
Chantal accese la radio, una musica soffusa che riempiva l'abitacolo senza invaderlo. Non chiese altro, non pretese spiegazioni, non cercò di scavare nelle ferite che Fabiola portava con sé. Si limitò a guidare, una presenza silenziosa e solida accanto a lei, un'ancora in un mare che aveva smesso di essere tempestoso.
Quando arrivarono a Peschiera, il lago si stendeva davanti a loro come una promessa. L'appartamento di Chantal era in un palazzo moderno non lontano dal centro, con grandi finestre che si affacciavano sull'acqua. Fabiola entrò e si guardò intorno, spaesata dalla bellezza di quel luogo, dall'ordine che regnava in ogni stanza. Non c'era polvere, non c'era disordine, non c'era quell'aria stagnante di rassegnazione che aveva caratterizzato ogni posto in cui aveva vissuto negli ultimi anni.
"È bellissimo," mormorò.
Chantal posò le chiavi su un tavolino all'ingresso. "È casa mia. E adesso è anche casa tua, per tutto il tempo che vorrai." Si voltò verso Fabiola, e per la prima volta il suo sguardo si fece serio. "Non so cosa ti sia successo, Faby. Non so da cosa stai scappando. Ma sei al sicuro qui. Nessuno sa che sei qui, nessuno può farti del male."
Fabiola sentì le gambe cedere. Si lasciò scivolare sul divano, il sacco nero ancora stretto tra le mani, e finalmente permise alle lacrime di scorrere. Pianse senza freni, il corpo scosso da singhiozzi che venivano da un luogo profondo, un luogo che aveva tenuto sepolto per troppo tempo. Chantal si sedette accanto a lei, non la toccò, non cercò di consolarla con parole vuote. Le rimase semplicemente vicina, una presenza calda e solida, mentre Fabiola liberava tutto il dolore che aveva accumulato in anni di silenzio.
Piangendo, Fabiola capì che quella era la svolta. Non importava cosa sarebbe successo dopo, non importava come avrebbe ricostruito la sua vita. In quel momento, in quell'appartamento affacciato sul lago, aveva trovato qualcuno che la vedeva come una persona, non come un corpo da usare o un problema da gestire. Fu in quel momento che assaporò il gusto dolce amaro della reale libertà. Capiva che, da quel momento in poi, la sua vita non era più nelle mani di qualcun’altro, non avrebbe più potuto nascondersi dietro la debolezza e le paure, non avrebbe più potuto accettare passivamente che qualcuno decidesse per lei. Ora doveva assumersi tutta la responsabilità delle sue scelte, sapendo che l’unica a poter preservare quel po’ di dignità che ancora aveva era solo ed esclusivamente lei.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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