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Resurrezione di Donna - Cap. 25


di Lauretta_Stefano
01.07.2026    |    156    |    1 8.0
"La disumanizzazione non viene dal sesso a pagamento, viene dalla menzogna, dalla manipolazione, dalla mancanza di rispetto..."
Fabiola si svegliò di soprassalto, il cuore che martellava contro le costole come un uccello in gabbia. Le lenzuola erano attorcigliate attorno alle sue gambe, madide di sudore freddo. Per alcuni istanti non capì dove si trovava. La stanza era troppo buia, troppo silenziosa, troppo diversa dal letto che aveva condiviso con Renato per tutti quegli anni. Poi, lentamente, i contorni dell'ambiente presero forma: l'armadio bianco davanti a lei, la sottile lama di luce che filtrava dalle imposte, il profumo di bucato fresco che veniva dal cuscino. Era a casa di Chantal. Era al sicuro.
Ma l'incubo non voleva lasciarla. Si portò le mani al viso, tremando, mentre le immagini tornavano a sommergerla con la violenza di un'onda piena. Nel sogno era in UN vicolo dietro la stazione di Verona, dove Renato l'aveva portata. L'aria puzzava di urina e di grasso fritto. C'era un uomo, un magrebino con i vestiti macchiati, gli occhi vitrei per l’alcool che la guardava come si guarda una merce al banco del mercato. Renato stava contando banconote stropicciate, cinquanta euro in tutto, e lei poteva sentire la sua voce viscida che diceva: "È tutta tua per mezz'ora, amico. Fai quello che vuoi."
Fabiola si premette i pugni sugli occhi, come se potesse scacciare quelle immagini con la forza. Ma il ricordo non era solo un sogno, era qualcosa che sapeva sarebbe successo se mai Renato avesse deciso che “non rendeva abbastanza".
Il silenzio della casa era opprimente. Fabiola rimase immobile per alcuni minuti, cercando di controllare il respiro, di convincere il suo corpo che non c'era nessun pericolo. Ma il petto le faceva male e le mani continuavano a tremare. Sapeva che non sarebbe riuscita a riprendere sonno, non con quelle immagini che le giravano nella testa come un nastro che non smetteva mai di scorrere.
Si alzò piano, cercando di non fare rumore. Il pavimento di legno scricchiolò leggermente sotto i suoi piedi nudi mentre attraversava la stanza diretta alla porta. La aprì con delicatezza e percorse il breve corridoio che portava alla cucina. La casa di Chantal era piccola ma accogliente, con le pareti colorate e piante ovunque, un contrasto violento con gli ambienti che aveva vissuto fino al giorno prima.
La luce della cucina era accesa, una calda luminescenza gialla che si riversava nel corridoio. Fabiola sentì l'aroma del caffè prima ancora di vedere Chantal, seduta al tavolo con una tazza tra le mani e il tablet davanti. La transessuale alzò lo sguardo quando Fabiola apparve sulla soglia, e i suoi occhi, quegli occhi color ambra che sembravano vedere sempre tutto, si addolcirono immediatamente.
"Non riuscivi a dormire?" chiese con la sua voce calda, facendo un cenno verso la sedia di fronte a lei.
Fabiola scosse la testa. I capelli le ricaddero sul viso, nascondendole gli occhi gonfi di pianto. "Ho fatto un incubo," mormorò, fermandosi sulla soglia come se non fosse sicura di avere il diritto di entrare.
"Vieni." Chantal spinse indietro la sedia e si alzò, diretta ai fornelli. "Ti preparo un caffè. O preferisci qualcosa di più forte? Ho del brandy in quell'armadietto."
"Un caffè va bene." Fabiola si sedette lentamente, le braccia strette attorno al corpo come per trattenere i pezzi di sé stessa che minacciavano di andare in frantumi.
Chantal si muoveva per la cucina con la grazia naturale di chi ha imparato a sentirsi a proprio agio nel proprio corpo dopo anni di trasformazione. I suoi capelli neri e lisci le cadevano sulle spalle della vestaglia di seta, e il suo trucco era perfetto, anche se erano solo le nove del mattino, come se non avesse mai dormito. Forse non aveva dormito, pensò Fabiola. Forse nessuna delle due riusciva a trovare pace.
"Vuoi parlarne?" Chantal posò la tazza davanti a lei e tornò a sedersi, gli occhi fissi sul suo viso.
Fabiola strinse la ceramica calda tra le mani, lasciando che il calore si trasmettesse alle sue dita ancora gelide. "Ho tempo?" chiese, e c'era una vulnerabilità nella sua voce che non riuscì a nascondere. "Voglio dire... hai tempo per ascoltarmi? Tutto quanto? Perché è una storia lunga, e io... io non l'ho mai raccontata a nessuno. Non così, non tutta intera."
Chantal allungò una mano attraverso il tavolo e la posò sulla sua. Le sue dita erano lunghe, eleganti, con le unghie laccate di un rosso caldo e acceso. "Faby," disse usando il soprannome che nessuno aveva mai usato con quel tono gentile e amorevole, "ho tutto il tempo del mondo. E non vado da nessuna parte." I suoi occhi erano fermi, pieni di una comprensione che andava oltre le parole. "Raccontami tutto. Dall'inizio."
Fabiola respirò profondamente, sentendo il sapore amaro del caffè sulla lingua. Poi cominciò a parlare, e le parole uscirono come un fiume che finalmente rompe gli argini.
"Ho conosciuto Marco quando avevo sedici anni. Era il figlio dei proprietari della villa dove mia madre faceva le pulizie d'estate. Sembrava... sembrava una favola, all'inizio. Lui era ricco, carino, più grande di me di cinque anni. Mi faceva sentire speciale, come se fossi qualcosa più della figlia della donna delle pulizie." Abbassò lo sguardo sulla tazza. "Mi ha sedotta. O forse sono io che mi sono fatta sedurre. Non so nemmeno più quale sia la verità. So solo che a diciassette anni ero incinta, e la mia famiglia mi ha costretta a sposarlo, forse solo per liberarsi di me."
Chantal ascoltava in silenzio, il viso una maschera di attenzione concentrata. Non la interrompeva, non la giudicava, si limitava a essere presente, con una presenza solida che Fabiola non aveva mai sperimentato prima.
"Nove anni." Fabiola scosse la testa. "Nove anni chiusa in quella villa, a fare la moglie e la madre mentre Marco si scopava mezzo Veneto. Sua madre... sua madre mi odiava. Ogni giorno mi faceva capire che non ero all'altezza di suo figlio, che ero solo una puttana che aveva incastrato il suo ragazzo rimanendo incinta. Mi chiamava 'la contadina', mi correggeva davanti alla servitù, mi faceva sentire una nullità." Le lacrime cominciarono a scorrere, ma Fabiola non si fermò. "E Alessandro... mio figlio era l'unica cosa buona che avevo. L'unica ragione per cui sopportavo tutto."
"È stato in quel periodo che ci siamo conosciute, vero?" disse Chantal dolcemente.
Fabiola annuì. "Tu eri venuta alla villa per ... lavorare. Una delle tante che Marco portava a casa, costringendomi a guardare perché voleva farmi vedere con chi se la faceva." Un sorriso amaro le attraversò il viso.
"Eri così giovane," mormorò Chantal. "E così spaventata."
"Avevo paura di tutto. Di lui, di sua madre, di quella vita che mi era stata impostata addosso come un vestito della taglia sbagliata." Fabiola bevve un altro sorso di caffè. "Poi, quando avevo ventisei anni, me ne sono andata. Ho lasciato tutto, perchè anche Alessandro mi aveva rifiutato. Anche lui, a nove anni, vedeva in me solo una serva, una debole, una inutile donna incapace. Nulla mi tratteneva là dentro e sono scappata. Credevo di essere libera."
"Ma non è andata così."
"No." La voce di Fabiola si incrinò. "Non è andata così. Avevo conosciuto Renato, ero scappata con lui, credendo alle sue parole, alle sue promesse."
Il nome restò sospeso nell'aria come una maledizione. Fabiola chiuse gli occhi, e quando li riaprì c'era qualcosa di duro nel suo sguardo, una determinazione che non c'era prima, come se raccontare quella parte richiedesse tutta la forza che le era rimasta.
"Renato era diverso da Marco. Era povero, rozzo, ma sembrava... sembrava che gli importasse di me. All'inizio mi faceva dei regali, mi diceva che ero bella, che meritavo di più. Mi ha fatta sentire speciale, proprio come aveva fatto Marco all'inizio." Una risata amara le sfuggì dalle labbra. "Solo che Renato non voleva una moglie. Voleva una gallina dalle uova d'oro."
Chantal si irrigidì leggermente. "Ti ha fatta prostituire."
"Non subito. Prima mi ha convinta che potessi esaudire i suoi sogni, le sue perversioni "innocenti". Mi esibiva nei cinema a luci rosse, nei club scambisti. Poi erano arrivati incontri in feste private, con ricchi uomini che pagavano per avermi e io, stupida e ingenua, lo facevo con amore, come se fosse veramente per migliorare la nostra vita. Mi ha fatto credere che i soldi ci servivano per costruire un futuro insieme. Fabiola si strinse le braccia attorno al corpo. "Mi ha insegnato a bere. Mi ha insegnato le droghe. Mi ha insegnato che il mio corpo non mi apparteneva più, che era suo, e lui poteva farne quello che voleva."
"Cosa ti faceva?" La voce di Chantal era bassa, controllata, ma c'era una rabbia sottostante che Fabiola poteva quasi toccare.
"Di tutto." Fabiola deglutì a fatica. "Poi c'erano i film."
"I film porno."
Fabiola annuì, gli occhi fissi sulla tazza vuota. "All'inizio con la maschera. Mi diceva che nessuno mi avrebbe riconosciuta, che erano soldi facili. Ma l'ultimo... l'ultimo film l'ho girato a Budapest, due settimane fa. Senza maschera." La sua voce si spezzò. "Il viso scoperto, Chantal. Tutti possono vederlo. Tutti possono vedere cosa sono diventata."
"Incluso Alessandro." Non era una domanda.
Fabiola alzò di scatto lo sguardo, gli occhi pieni di terrore. "Mio figlio ha quattordici anni. Usa internet. E se... e se dovesse vederlo? Se dovesse vedere sua madre..." Non riuscì a terminare la frase. Le parole le morirono in gola, sostituite da singhiozzi che cercò di soffocare con la mano.
Chantal si alzò dalla sedia e si avvicinò a lei, inginocchiandosi al suo fianco. Le prese il viso tra le mani, costringendola a guardarla. "Ascoltami, Faby. Tuo figlio ti ama. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa veda, ti ama. E non c'è niente in quel film che possa cambiare questo."
"Non lo sai," sussurrò Fabiola. "Non sai cosa ho fatto in quel film. Cosa mi hanno fatto fare."
"Non importa." Gli occhi di Chantal erano fermi, incrollabili. "Sei sua madre. E sei una vittima, non una colpevole. Renato ti ha usata, ti ha manipolata, ti ha trasformata in qualcosa che non eri. Ma questo non definisce chi sei. Questo non cancella l'amore che hai per tuo figlio, o l'amore che lui ha per te."
Fabiola fissò quella donna che conosceva appena, quella donna che l'aveva accolta senza fare domande, che ora la teneva tra le braccia come se fosse qualcosa di prezioso. Per anni era stata trattata come una merce, da Marco, da Renato, da ogni uomo che l'aveva comprata e venduta. Ma Chantal la guardava come se fosse ancora una persona. Come se il suo passato non avesse il potere di cancellare il suo presente.
"Ho dovuto andarmene," disse, la voce rauca per il pianto. "Non potevo più restare. Non dopo Budapest. Non dopo quello che mi ha fatto l'ultima sera." Rabbrividì al ricordo di Renato che la toccava con quelle mani grandi, il suo alito che puzzava di alcol, la sua voce che le diceva quanto fosse fortunata ad avere qualcuno che si prendeva cura di una puttana usata come lei. "Ho preso i soldi che ero riuscita a nascondere e sono scappata. Ero terrorizzata che mi avrebbe trovata, che mi avrebbe riportata indietro. Ma dovevo farlo. Dovevo provare a ricominciare."
Chantal le accarezzò i capelli con delicatezza. "E ora sei qui. Sei al sicuro. E Renato non ti troverà."
"Come fai a esserne così sicura?"
"Perché non glielo permetterò." Nella voce di Chantal c'era una fermezza che Fabiola non aveva mai sentito prima, una forza che veniva da un posto profondo, quasi primordiale. "Sono stata dove sei tu, Faby. Conosco le ombre. E ti giuro che non ti lascerò tornare lì."
Fabiola la guardò, sentendo un fondo di reale speranza germogliare nel suo petto. "Non so cosa fare," confessò. "Non so come ricominciare. Non ho un lavoro, non ho una casa, non ho niente."
"Invece hai qualcosa." Chantal si rialzò, tornando alla sua sedia. "Hai te stessa. E hai persone che credono in te." I suoi occhi si illuminarono di un'idea. "Anzi, credo di avere un'idea che potrebbe funzionare. Un modo per ricominciare davvero."

***

Tre giorni dopo, Fabiola si trovava seduta nell'ufficio di Riccardo Lombardi, le mani strette attorno a una cartellina che conteneva il suo curriculum, un documento patetico, pieno di buchi e di lavori improvvisati che non dicevano niente di lei. Le finestre di fronte a lei si affacciavano sui tetti di Verona, e la luce del mattino filtrava attraverso i vetri, illuminando le pareti rivestite di legno e i mobili in pelle dell'elegante ufficio.
Riccardo era seduto dietro la sua scrivania, i capelli brizzolati pettinati all'indietro e gli occhi scuri fissi su di lei. Non c'era ostilità nel suo sguardo, né condiscendenza, solo un'attenzione calma, valutativa, come se la stesse studiando per capire cosa ci fosse sotto la superficie. Chantal era in piedi accanto alla finestra, una presenza silenziosa ma rassicurante.
"Allora," disse Riccardo, la voce profonda e misurata, "Chantal mi ha parlato molto di te. Dice che sei una donna con delle capacità notevoli, nonostante il tuo... passato complicato."
Fabiola sentì il rossore salirle alle guance. "Io... non so cosa le abbia detto esattamente, ma..."
"Mi ha detto che sei intelligente, organizzata, e che hai una memoria eccezionale." Riccardo si appoggiò allo schienale della sedia. "Mi ha anche detto che ti trovi in una situazione difficile e che hai bisogno di una possibilità." Fece una pausa, i suoi occhi che non lasciavano mai il suo viso. "Sono un uomo che crede nelle seconde possibilità, Fabiola. Ma sono anche un uomo che crede nell'onestà."
C'era qualcosa nel modo in cui lo disse che fece irrigidire Fabiola. "Cosa intende?"
Riccardo allungò una mano verso un cassetto della scrivania e ne estrasse un tablet. Lo accese, fece scorrere alcune immagini, poi lo girò verso di lei. Fabiola sentì il sangue raggelarsi nelle vene quando vide l'immagine sullo schermo, un fotogramma del film di Budapest, il suo viso perfettamente riconoscibile, il suo corpo nudo circondato da uomini.
"Ti ho riconosciuta appena Chantal mi ha mostrato una tua foto," disse Riccardo, la voce ancora calma, quasi gentile. "Ho visto questo film la settimana scorsa. Devo dire che la tua... performance... è stata notevole."
Fabiola sentì la bile salirle in gola. Si alzò di scatto, le gambe che tremavano. "Io... non sapevo che..." La voce le si spezzò. "Se sapeva chi ero, perché mi ha fatto venire qui? Perché non..."
"Siediti, Fabiola." Non c'era un comando nella voce di Riccardo, ma qualcosa di più sottile, un'aspettativa che lei sentì quasi fisicamente. "Non ti sto giudicando. Non ti sto accusando. Ti sto solo dicendo che so chi sei e cosa hai fatto. E nonostante questo, o forse proprio per questo, sono disposto a offrirti un'opportunità."
Fabiola tornò a sedersi lentamente, il cuore che batteva all'impazzata. Lanciò un'occhiata a Chantal, che le fece un piccolo cenno di incoraggiamento.
"Chantal mi ha spiegato la tua situazione," continuò Riccardo. "So che sei scappata da un uomo che ti sfruttava. So che vuoi ricominciare, che vuoi costruire una vita diversa." Si sporse in avanti, le mani intrecciate sulla scrivania. "Posso darti questa opportunità. Posso darti un lavoro, una casa, uno stipendio. Posso insegnarti tutto quello che so sulla gestione aziendale, sulla contabilità, sugli investimenti. Posso darti gli strumenti per essere indipendente, per non dipendere più da nessun uomo."
Fabiola sentì la speranza crescere nel suo petto, ma insieme a essa venne anche il sospetto. Conosceva quel tono, l'aveva sentito troppe volte, da troppi uomini. "Cosa devo fare in cambio?" chiese, la voce roca.
Riccardo la studiò per un lungo momento, come se stesse valutando quanto fosse sincera la domanda. Poi annuì, quasi a sé stesso. "Sei intelligente," disse. "Hai capito subito che c'è un prezzo. Questo mi piace. Non mi piacciono le donne che fingono di non capire come funziona il mondo."
Si alzò dalla sedia e girò attorno alla scrivania, appoggiandosi al bordo di fronte a lei. Le sue gambe erano lunghe, fasciate in pantaloni di sartoria, e il suo corpo emanava un profumo secco e leggero che arrivò fino a lei.
"Sono vedovo da dodici anni," disse, la voce che si addolciva leggermente. "Mia moglie è morta dopo una lunga malattia, e da allora non ho più voluto avere una relazione. Non voglio l'amore, non voglio il romanticismo, non voglio le complicazioni emotive che derivano dall'avere una compagna." I suoi occhi scuri si fissarono in quelli di Fabiola. "Quello che voglio è molto più semplice. Voglio una donna che sia disponibile quando ho bisogno di lei. Una donna che soddisfi i miei bisogni fisici senza pretendere nulla di più."
Fabiola sentì lo stomaco contrarsi. "Sta parlando di..."
"Sto parlando di un accordo chiaro, onesto, senza illusioni." Riccardo incrociò le braccia sul petto. "Sarai la mia segretaria personale durante il giorno. Imparerai il mestiere, gestirai la mia agenda, mi assisterai in tutto ciò che riguarda gli affari. In cambio avrai duemila euro al mese, più vitto e alloggio nella dépendance della mia villa. Nessuno saprà del nostro... accordo privato. Sarai rispettata come una dipendente, trattata con dignità."
"E di notte?" La voce di Fabiola era appena un sussurro.
Riccardo sorrise, un sorriso che non era crudele, ma nemmeno gentile. Esattamente calibrato. "Di notte sarai quello che sai essere. Una donna che sa come soddisfare un uomo. Una professionista." Si sporse leggermente verso di lei. "So cosa pensi. Pensi che sia come Renato. Pensi che ti stia proponendo di venderti di nuovo."
Fabiola non disse nulla, ma il silenzio fu una risposta sufficiente.
"Ma c'è una differenza fondamentale tra me e lui." Riccardo tornò a sedersi, gli occhi fissi sul suo viso. "Renato ti ha mentito. Ti ha fatto credere che ti amava, che aveva a cuore il tuo bene, e poi ti ha usata. Io non ti mentirò, Fabiola. Ti sto dicendo esattamente cosa voglio e cosa sono disposto a darti in cambio. Non ti costringerò mai a fare nulla che tu non voglia fare. Non ti drogherò, non ti umilierò, non ti farò sentire una nullità. E se un giorno deciderai di andartene, potrai farlo con la testa alta, con i soldi che avrai guadagnato e le competenze che avrai imparato."
Fabiola sentì il cervello vorticare. Le parole di Riccardo erano sensate, più sensate di qualsiasi cosa avesse sentito in anni, ma non poteva ignorare il fatto che stava accettando di vendere il suo corpo. Ancora una volta. Solo che questa volta, lui aveva ragione: sarebbe stata una sua scelta pienamente consapevole. Una transazione onesta, senza menzogne, senza false promesse d'amore.
"Posso... posso pensarci?" chiese, la voce incerta.
Riccardo scosse la testa. "No. Non posso permettermi di aspettare. Ho bisogno di una risposta ora." I suoi occhi si addolcirono leggermente. "Ma ti dirò una cosa, Fabiola. Ho conosciuto molte donne nel mio lavoro, molte professioniste. E ti garantisco che non c'è nulla di disonorevole nel fare quello che fai, finché lo scegli tu. La disumanizzazione non viene dal sesso a pagamento, viene dalla menzogna, dalla manipolazione, dalla mancanza di rispetto. E io ti rispetterò sempre."
Fabiola guardò Chantal, che era rimasta in silenzio per tutto il tempo. La transessuale le fece un piccolo cenno col capo, i suoi occhi che dicevano: "È una tua scelta. Qualsiasi cosa tu decida, io sarò qui."
Poi guardò di nuovo Riccardo, quell'uomo elegante, distinto, che non cercava di nascondere ciò che voleva ma che la stava trattando con più rispetto di quanto suo marito o il suo sfruttatore avessero mai fatto. Pensò ad Alessandro, a come voleva costruire una vita degna per entrambi. Pensò a tutti gli anni passati a essere manipolata, usata, gettata via. E pensò che forse, finalmente, stava per fare una scelta realmente consapevole, non perché qualcuno l'aveva manipolata, ma perché lei aveva deciso che ne valeva la pena.
"Accetto," disse, e la sua voce era ferma. "Accetto le sue condizioni."
Riccardo annuì, soddisfatto. "Bene. Allora diamoci del tu. E chiamami Riccardo." Si alzò e le tese la mano attraverso la scrivania. "Benvenuta nella tua nuova vita, Fabiola."
Lei strinse la sua mano, una stretta ferma, decisa. E mentre lo faceva, sentì qualcosa cambiare dentro di sé. Non era felicità, e non era pace. Era qualcosa di più semplice, la consapevolezza che stava finalmente prendendo in mano il suo destino. Stava vendendo il suo corpo, sì, ma questa volta sapeva il prezzo. Questa volta conosceva le condizioni. Questa volta era una professionista.
Non una schiava. Non una vittima. Una professionista.
E mentre usciva dall'ufficio, seguendo Riccardo verso la dépendance che sarebbe diventata la sua nuova casa, Fabiola alzò gli occhi verso il cielo di Verona e sentì, sentiva una determinazione e una calma del tutto sconosciute. Si, stava diventando una puttana, magari una puttana di lusso, ma era stata una sua decisione. Poteva imparare da quell’uomo qualcosa che nessuno le aveva mai insegnato, sarebbe stata pagata con soldi e formazione e, questo il pensiero più importante, sarebbe stata protetta. Tutto aveva un costo, anche quella scelta, ed era pronta a pagarne le conseguenze, ma almeno sarebbero state conseguenze per scelte del tutto sue, e questa era la prima grande vittoria della sua vita.
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